Cronaca

La base di Metina e...

lunedì 10 maggio 2021 Servizio ripreso da Mariano Giustino/Huffpost Foto: RaillyNews

ISTANBUL - Il 3 maggio il ministero degli Esteri iracheno aveva convocato l’incaricato d’affari turco per consegnargli “una nota di protesta” per le “violazioni della sovranità irachena” avvenute con la visita del 1° maggio del ministro della Difesa turco Hulusi Akar in una nuova base militare turca appena installata nel Kurdistan iracheno. Akar era accompagnato dal capo di stato maggiore turco, il generale Yaþar Güler e dal comandante delle forze terrestri Ümit Dündar.
La Turchia ha risposto dicendo di rispettare pienamente la sovranità e l’integrità territoriale dell’Iraq, ma ha tuttavia confermato la sua intenzione di portare a termine le operazioni militari perché in linea con l’interesse di Ankara a sradicare i “terroristi” del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), fuorilegge.
Dal 23 aprile le forze speciali turche sono impegnate nell’operazione aerea Pençe Þimþek (Artiglio lampo) e in quella terrestre Pençe Yýldýrým (Artiglio fulmine), sostenute da caccia F-16, elicotteri da combattimento e droni a guida laser, Bayraktar TB2, che martellano la regione montuosa strategica di Metina al confine con la Turchia e le aree limitrofe di Avashin e Basyan dove vi sarebbero basi del PKK.
Il presidente turco Recep Tayyip Erdoðan ha affermato che queste offensive aeree e terrestri sono state progettate per “porre definitivamente fine alla presenza del terrore lungo il confine meridionale con la Turchia”.
Da quando sono iniziate queste nuove operazioni militari turche in nord Iraq, cioè negli ultimi 15 giorni, sono stati uccisi 68 membri del PKK.
Lo ha annunciato il ministro della Difesa Akar che ha promesso che “la lotta contro il terrorismo continuerà fino a quando tutti i terroristi non saranno stati neutralizzati”; per “neutralizzati” i militari turchi intendono morti, feriti e prigionieri. 
La nuova base a Metina servirà a monitorare e a limitare i movimenti del PKK tra le sue basi principali nelle montagne di Qandil, al confine con l’Iran, e quella di Sinjar, a ovest, nella regione abitata dagli êzîdî, al confine con la Siria.
Per questo non pochi critici sostengono che la base di Metina rappresenta un primo passo verso il controllo turco dell’intero Kurdistan iracheno.
Fonti del PKK affermano che i combattenti Peshmerga del Partito democratico del Kurdistan di Barzani, il gruppo dominante nel governo regionale autonomo del nord Iraq, starebbero prendendo parte all’offensiva turca.
Ankara punta al pieno controllo delle regioni di Sinjar, Metina e Hakurk, fino a Qandil, un’area che il PKK chiama “triangolo della resistenza”, dove la Turchia sta conducendo le Operazioni Artiglio.
Quest’area è dominata dalla tribù Bradost, tradizionalmente rivale della tribù di Barzani. Il PKK ha una forte relazione con la tribù Bradost e ciò infastidisce Barzani.
Come sappiamo, la parte occidentale della regione autonoma del nord Iraq confinante con la Turchia è controllata dal Partito democratico del Kurdistan (PDK) che è vicino ad Ankara, mentre nella parte orientale, quella verso il confine iraniano, vi è la presenza del PUK l’Unione Patriottica del Kurdistan di Jalal Talabani.
Il portavoce del KRG, Jotiar Adil, ha negato la partecipazione dei Peshmerga a sostegno dell’offensiva turca.
È improbabile che la reazione di Baghdad scoraggi la Turchia; essa appare più un esercizio per salvare la faccia del governo del primo ministro iracheno Mustafa al-Kadhimi in lotta per affermare il proprio potere.
L’Iran, attraverso le sue milizie sciite, esercita un argine più efficace sull’espansione turca in Iraq.
In genere flettono i muscoli appena la Turchia sembra allontanarsi dalle aree che sono sotto il controllo del KRG per spingersi in altre regioni dell’Iraq come Mosul e Sinjar.
Il mese scorso, una base turca nella regione irachena di Bashiqa vicino a Mosul fu attaccata con razzi che molto probabilmente erano stati lanciati da milizie sciite iraniane che sospettavano che la Turchia stesse pianificando un’offensiva contro Sinjar. Un soldato turco perse la vita nell’attacco missilistico. Sinjar è tra i 14 territori contesi rivendicati sia dai curdi iracheni che da Baghdad.
Recentemente le milizie paramilitari sciite che ricevono assistenza, addestramento e consulenza dall’Iran, come Asaib Ahl al-Haq, Harakat Hezbollah al-Nujaba e Hashd al-Shaabi (le PMU), hanno ammonito le forze armate e il governo turco a rivedere i loro piani e hanno avvertito che avrebbero “bloccato qualsiasi comportamento aggressivo” della Turchia nella regione.
A metà febbraio, mentre Ankara prendeva di mira le basi del PKK nelle montagne di Gara nel nord Iraq, le Unità di mobilitazione popolare (PMU) hanno schierato tre loro brigate di 15 mila uomini a Sinjar, a ovest di Mosul lungo il confine siriano. Secondo il governatore distrettuale di Sinjar, Mahma Halil, la maggioranza dei combattenti del PKK che erano stati costretti a ritirarsi si sono poi uniti alle PMU.
Sinjar è situata nelle vicinanze della provincia di Ninive e rappresenta uno snodo nevralgico sulla rotta Iran-Iraq-Siria-Libano ed è incuneata tra la Turchia a nord, e la Siria a ovest e questa posizione la rende una zona strategica altamente ambita sia dal governo centrale di Baghdad sia dal Governo di Erbil della regione autonoma del Kurdistan iracheno (KRG) che dall’Iran. È noto che il KRG è infastidito, oltre che dalla Turchia, anche dalla presenza del PKK nell’area.
Il Primo Ministro del Kurdistan iracheno, Masrour Barzani, in una recente intervista a France24, ha detto: “Il PKK, purtroppo, ha approfittato della disponibilità del nostro governo che ha permesso loro dal 1994 di trovarvi un riparo occupando di fatto una parte di territorio. Ora speriamo che si renda conto che la sua presenza militare qui non sarà assolutamente più tollerata da noi”.
Il PKK e le milizie sciite irachene affiliate all’Iran avrebbero già stabilito un coordinamento e una cooperazione anni fa, raggiungendo il loro apice con l’emergere del Daesh, quando le PMU, coinvolgendo gruppi locali cristiani e sunniti, collaborarono con le Unità di resistenza di Sinjar (YBS), una milizia êzîda creata dal partito di Qandil durante la liberazione dell’area a metà del 2014; allora il PKK intervenne per liberare la comunità locale curda di religione êzîda dall’oppressione dell’ISIS. Quella di Sinjar, per la sua posizione strategica, avrebbe finito col divenire di fatto la seconda base più importante per il PKK in nord Iraq dopo quella di Qandil al confine con l’Iran, anche se i leader curdi sostengono che in realtà si tratterebbe di una base delle YBS che controllano l’area.
Le milizie sostenute dall’Iran hanno formato una rete internazionale per contrabbandare petrolio, droghe, armi e persone e svolgere ogni tipo di commercio illegale con il PKK a Sinjar.
Secondo fonti di media turchi, recentemente, vi sarebbero stati incontri tra leader delle milizie sciite irachene e membri del PKK e quest’ultimi avrebbero ricevuto denaro e armi avanzate.
Diversi testimoni sostengono che i turkmeni sciiti, gli êzîdî e altre minoranze nella regione apprezzerebbero molto il ruolo del PMU.
Tutto ciò dà all’Iran spazio per aumentare la sua influenza perseguendo anche progetti economici.
Allo stesso modo, alimenta la preoccupazione a Erbil che Baghdad e Teheran stiano acconsentendo alla presenza del PKK a Sinjar per impedire alle forze peshmerga, responsabili della sicurezza della regione autonoma curda, di far ritorno nei territori contesi.
Nel tentativo di liberarsi della presenza dei combattenti curdi PKK-YBS nella regione, il governo di Erbil e quello di Baghdad avevano siglato, nell’ottobre 2020, un accordo sotto l’egida delle Nazioni Unite. L’Accordo di Sinjar, sostenuto anche dagli Sati Uniti, riguarda lo status della regione abitata dagli êzîdî e ha stabilito che forze federali avrebbero dovuto sostituire le PMU e le YBS.
Il fatto che l’accordo preveda il ritiro del PKK dall’intera area lo rende accettabile anche per la Turchia. Ma questo piano deve ancora essere attuato e Ankara spesso cita questo ritardo come un pretesto per prendere in mano la situazione, ma sa anche che non può rischiare una probabile ritorsione da parte dell’Iran e delle milizie sue alleate, per non parlare della censura a livello globale che farebbe seguito ad una eventuale operazione turca nella regione abitata dagli êzîdî già sottoposti ad aggressioni genocidarie da parte dallo Stato islamico.
Secondo l’ultimo rapporto dell’International Crisis Group, un totale di 5.732 militari turchi, militanti del PKK e civili sono morti dal luglio 2015, quando è fallito il cessate il fuoco durato due anni e mezzo garantito da un accordo tra Ankara e PKK. Circa il 15% di essi, cioè 773 persone, sono morti nel Kurdistan iracheno. La stragrande maggioranza di queste vittime, circa 600, era tra i ranghi del PKK.
Probabilmente a causa dei bombardamenti turchi sono morti 43 civili.
Le morti dei civili hanno provocato non poca rabbia popolare nel Kurdistan iracheno, dove molti puntano il dito contro le autorità del KRG, non solo per non aver scoraggiato la Turchia, ma perché accusate di essere colluse con le forze armate turche nelle operazioni contro i curdi del PKK.
La scorsa settimana a Sulaimaniyah, la seconda città più grande del Kurdistan iracheno, sono state arrestate dozzine di sostenitori del PKK che protestavano contro l’operazione turca.
In Turchia la capacità operativa del PKK si è notevolmente ridotta, ma duri scontri tra forze turche e il partito armato curdo si registrano non solo nel Kurdistan iracheno, dove quest’ultimo è sotto crescente pressione, ma anche nell’ampia fascia di territorio occupata dalla Turchia nella Siria settentrionale, in particolare nell’enclave prevalentemente curda di Afrin dove milizie curde-siriane, le Unità di protezione del popolo (YPG), collegate al PKK stanno effettuando attacchi continui contro le forze turche e le milizie sue alleate dell’Esercito nazionale siriano.