Cronaca

L'ultima proposta fatta dalla Russia ad Ankara

martedì 17 marzo 2021 Servizio ripreso da Emanuel Pietrobon(Inside Over Foto: Inside Over

Il 10 marzo ha avuto luogo un video-incontro tra Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan, i quali hanno osservato e celebrato la posa della prima pietra della terza unità della centrale nucleare di Akkuyu, una delle manifestazioni più significative del matrimonio di convenienza russo-turco.
Il costante altalenamento tra amore e odio che contraddistingue le parti non ha reso e non rende possibile la formulazione di strategie di lungo periodo, ma neanche ha impedito, e né sta impedendo, la finalizzazione di affari e disegni geopolitici aventi un impatto ragguardevole sul breve e medio termine – il caso S400 e la spartizione concertata di Libia e Siria ne sono la dimostrazione.
Ora, complice il clima di euforia scaturito dai festeggiamenti per la centrale nucleare di Akkuyu, la Russia ha lanciato una nuova e allettante proposta all’indirizzo della propria moglie volubile: dotare la sua aviazione militare di caccia da combattimento Su-35 e Su-57.

L’offerta

All’indomani della cerimonia di posa della prima pietra del terzo reattore di Akkuyu, la Russia ha riaperto il fascicolo Su-35 e Su-57. Il 12 marzo, invero, Valeria Reshetnikova, portavoce ufficiale del Servizio federale della Russia per la cooperazione tecnica e militare, ha “ricordato” agli ufficiali turchi che il Cremlino è ancora disposto, e soprattutto pronto, a trattare la possibile vendita dei caccia da combattimento.
La Reshetnikova, nel corso dell’intervento, ha dichiarato “la parte turca è stata informata dettagliatamente delle specifiche tecniche” dei modelli e che “se ci fosse una richiesta dalla Turchia per questi aerei, noi saremmo pronti alla negoziazione”.
Se l’affare non dovesse andare in porto, comunque, Mosca ha già preparato un piano di contingenza basato sull’invio di ulteriori batterie di S400 e, non meno importante, sull’approfondimento della cooperazione bilaterale in materia di tecnologia militare.
La Russia, a quest’ultimo proposito, sarebbe disponibile a mettere le proprie competenze e conoscenze al servizio della Turchia ai fini dello sviluppo e dell’effettiva fabbricazione del TF-X, un potenziale caccia di quinta generazione integralmente made in Turkey che, ideato dalla Turkish Aerospace Industries, dovrebbe sostituire gli oramai obsoleti F16.

Il contesto

L’acquisto del sistema antimissilistico S400 da parte della Turchia ha creato un’ovvia frattura intestina nell’Alleanza Atlantica. Prima espulsa dal programma F35 e poi fatta oggetto di debili e simboliche sanzioni americane legittimate dal CAATSA (Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act), Ankara non ha comunque desistito. Al contrario, il governo turco sarebbe interessato ad acquistare una seconda batteria di S400 e, nell’ottica del “a mali estremi, estremi rimedi”, a potenziare la propria aviazione militare con i fiori all’occhiello dell’industria bellica russa: i caccia da combattimento da Su-35 e Su-57.
Il potenziale acquisto dei soprascritti è tema di discussione e indiscrezioni dal mese di luglio 2019, ovverosia dal dopo-espulsione dal programma F35. Sebbene si sia parlato di “colloqui maturi” in più occasioni, e da Mosca vengano inviati periodicamente dei promemoria espliciti all’indirizzo di Ankara, nulla è accaduto fino ad oggi e, probabilmente, niente continuerà a succedere domani – a meno di cambi paradigmatici improvvisi, imprevedibili e, soprattutto, insolubili a mezzo della diplomazia.
Alla base dell’ipotesi dell’improbabilità – elevata, sì, ma da non relegare aprioristicamente al campo della fantapolitica – v’è il fatto che, detratti dal calcolo i dialoghi di circostanza e i pensieri illusori, Ankara è consapevole che l’affare equivarrebbe ad un punto di non ritorno nelle relazioni con i propri alleati militari. Perché se è vero che il sistema S400 ha generato una “discordia produttiva” che ha giocato egualmente a favore dei due sposi, lo è altrettanto che l’eventuale rifornimento di Su-35 e Su-57 potrebbe provocare una rottura letterale in seno alla Nato dai benefici a senso unico, cioè vantaggi a favore esclusivo del Cremlino e ripercussioni negative a detrimento di Ankara.