Cronaca

Irak: Mosul e la contesa tra Ankara e Teheran

mercoledì 12 marzo 2021 Servizio ripreso da Mariano Giustino/Huffpost Foto: Huffpost(Getty Images

ISTANBUL - La preparazione della Turchia per una eventuale campagna militare transfrontaliera per scacciare i militanti curdi fuori dalla regione irachena settentrionale di Sinjar sta alimentando la rivalità tra Ankara e Teheran, che mirano entrambe a esercitare la propria influenza nel nord Iraq e in particolare nell’ambita e ricca Mosul, che molti turchi vedono come un’eredità ottomana perduta.
La Turchia ha già lanciato tra il 2019 e il 2020 due operazioni aeree e terrestri contro le basi del PKK in nord Iraq: Artiglio Tigre (Pençe Kaplan) e Artiglio dell’Aquila (Pençe Kartal). Da ultimo, a febbraio 2021, ha lanciato l’operazione Artiglio dell’Aquila 2, durante la quale i combattenti curdi giustiziarono 13 militari turchi che erano stati rapiti tra il 2015 e il 2017 e tenuti prigionieri in una grotta in una zona montuosa della regione nord irachena di Gara. Una mappa del nord Iraq pubblicata il 6 luglio 2020 dalla direzione delle Comunicazione di Ankara mostrava in questa regione la presenza di ben 37 postazioni militari turche.
L’agenzia curda-irachena ha sostenuto che i caccia e i droni utilizzati dall’esercito turco nelle operazioni abbiano colpito in modo significativo anche aree civili.
La Turchia giustifica la necessità di condurre queste operazioni dicendo di combattere contro la presenza minacciosa del Pkk al suo confine nelle aree del nord Iraq tra Sinjar e Qandil, ma i suoi calcoli in realtà vanno ben oltre e si spingono fino a Mosul. L’Iran, da parte sua, sottolinea la necessità di impedire il rilancio dello Stato islamico, ma anch’esso ha un calcolo più ampio: quello di espandere la propria influenza nei paesi dell’area fino al Mediterraneo.
Per molti in Turchia, specialmente per coloro che sono a destra dello spettro politico, Mosul rimane una “patria perduta” che era scivolata dalle dita turche mentre l’Impero ottomano crollava.
Ankara, come sappiamo, non ha rinunciato alla creazione di quello che definisce “corridoio di sicurezza libero dal terrore’’ in territorio siriano e iracheno lungo tutto il suo confine sud orientale. Più propriamente si tratterebbe della creazione di una “cintura sunnita” nel nord della Siria e dell’Iraq che, partendo da ovest, dal Mediterraneo, correrebbe lungo tutta la Siria settentrionale, attraverserebbe l’Eufrate e poi il Tigri, giungendo in nord Iraq, includendo i monti di Sinjar, fino al confine con l’Iran.
L’intento è che questo corridoio di circa 1270 km sia amministrato da una popolazione araba-sunnita e turkmena e che sia libera dalla presenza dei combattenti del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), formazione armata questa che si batte per l’autonomia del sud est anatolico a maggioranza curda, considerata terroristica oltre che dalla Turchia, anche da Stati Uniti e Unione europea.
Ora che l’Iraq nonostante la sconfitta dell’ISIS non ha trovato una sua stabilità ed è sotto l’influenza iraniana, ad Ankara c’è chi coltiva il sogno di ridisegnare le sue aree del nord ancora contese.
“Nessun esercito può resistere alla forza di un’idea di cui è giunto il momento”, diceva Victor Hugo. È vero, niente è più potente di qualcosa il cui tempo è maturato. E ciò vale in particolare per la “richiesta di Mosul” da parte della Turchia, la quale ritiene di avere ancora alcuni diritti legali su di essa che sarebbero basati e vincolati dal “diritto internazionale”.
Dopo lo sconvolgimento della Siria e dell’Iraq, Ankara potrebbe ritenere che sia arrivato il momento di chiedere la revisione dei confini tracciati in gran segreto da due potenze coloniali europee vincitrici della prima guerra mondiale.
Da tempo, nella sua retorica, il Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) ha spesso messo in discussione i trattati che hanno portato alla disintegrazione dell’Impero ottomano e che hanno fissato gli attuali confini della Turchia; ciò ha alimentato non pochi timori nel mondo arabo.
Il “Mosul Vilayet” (la provincia di Mosul) faceva parte dell’Impero ottomano fino a quando non fu occupato dalla Gran Bretagna durante la Grande guerra. In seguito, quando la Repubblica turca fu fondata dopo il Trattato di Losanna, nel 1923, rimase irrisolta la questione su chi avrebbe dovuto amministrare quella provincia ex ottomana.
A seguito di inutili negoziati tra Turchia e Regno Unito, l’allora Società delle nazioni - precursore delle Nazioni Unite – preparò un rapporto che stabiliva che l’Iraq avrebbe mantenuto Mosul, ma solo a condizione di salvaguardare i diritti culturali e di proprietà dei curdi e dei turkmeni residenti.
Dunque, tra i sogni più reconditi del nazionalismo turco, che Erdoðan alimenta sempre più per accrescere il suo consenso, vi sarebbe quello di riconquistare quei territori del Mîsâk-ý Millî, del Giuramento nazionale: una dichiarazione in sei punti, manifesto politico della guerra d’indipendenza turca, che il 28 gennaio 1920 stabiliva le condizioni minime per la pace.
È quello uno dei sogni della visione neottomana dei nazionalisti e islamisti turchi.
Adesso, con un Iraq non ancora stabilizzato e con una politica estera aggressiva e militarista, le ambizioni turche appaiono sempre meno confinate in un sogno, ma si scontrano con gli interessi del rivale iraniano e col fatto che alla Casa Bianca non vi è più Trump, ma la nuova amministrazione Biden che non sembra mostrare segni della volontà di un completo ritiro dall’Iraq.
L’AKP nella sua visione continua a vedere Mosul all’interno del quadro amministrativo in cui era inserita all’interno dell’Impero ottomano. Sulaymaniyah, Erbil e Dohuk, le tre regioni che oggi formano il Kurdistan iracheno, facevano parte infatti della provincia ottomana di Mosul. Il pensiero che sta alla base della visione dell’AKP - mai dichiarata ufficialmente, ma più volte discussa - sostiene che l’intera Mosul Vilayet storica dovrebbe diventare autonoma e allora a quel punto si tratterebbe di attendere e cogliere un’opportunità per annettere la regione.
Quando gli Stati Uniti colpirono l’Iraq nel 1991, l’allora primo ministro Turgut Özal era ansioso di sostenere la campagna militare, spinto dal sogno di recuperare la Mosul Vilayet. Pensieri simili avevano ispirato anche il primo ministro Adnan Menderes nel 1958 quando l’Iraq sognava di federarsi alla Giordania.
Menderes inviò agenti dei servizi segreti a Mosul e a Kirkuk per testare le acque, per vedere se Washington avrebbe acconsentito. Dopo l’invasione dell’Iraq guidata dagli Stati Uniti nel 2003, l’Akp ha cercato sia di espandere l’influenza turca in Iraq sia di frenare quella dell’Iran rafforzando i legami commerciali con il Kurdistan iracheno e coltivando legami con i turkmeni attraverso il Fronte turkmeno iracheno (Itf) e con gli arabi sunniti tramite l’ex governatore di Mosul Atheel al-Nujaifi. Ma il patrocinio sunnita di Ankara ha gravemente danneggiato la sua reputazione tra le altre componenti irachene da quando gruppi jihadisti intensificarono gli attacchi contro turkmeni sciiti, cristiani, êzîdî e altre minoranze nel 2006. Dopo la liberazione di Mosul dallo Stato islamico nel 2017 la Turchia ha cercato di tornare nell’ambita città tramite enti pubblici coinvolti nel lavoro umanitario, ma deve ancora riaprire il suo consolato, sebbene abbia affittato un nuovo edificio e abbia nominato un console generale.
Baghdad sta forzando i tempi per approvare la riapertura, ma i partiti ostili alla Turchia stanno minando tale processo.
Al contrario, l’Iran ha acquisito una notevole influenza a Mosul tramite le propaggini delle Unità di mobilitazione popolare (Pmu), che sono rimaste nella città dopo la sua liberazione. Il mese scorso il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif avrebbe affermato che Teheran ”è contraria alla presenza militare turca in Siria e Iraq e considera sbagliate le politiche di Ankara nei confronti di Damasco e Baghdad”. E anche se queste voci non sono state confermate, la spaccatura tra i due paesi si sta manifestando sul terreno.
Infatti, recentemente le milizie paramilitari sciite che ricevono assistenza, addestramento e consulenza dall’Iran, come Asaib Ahl al-Haq, Harakat Hezbollah al-Nujaba e Hashd al-Shaabi (le PMU), hanno ammonito le forze armate e il governo turco a rivedere i loro piani e avrebbero “bloccato qualsiasi comportamento aggressivo” della Turchia nella regione.
A metà febbraio, mentre Ankara prendeva di mira le basi del PKK nelle montagne di Gara nel nord Iraq, le Unità di mobilitazione popolare schieravano tre loro brigate di 15 mila uomini a Sinjar, a ovest di Mosul lungo il confine siriano.
Secondo il governatore distrettuale di Sinjar, Mahma Halil, la maggioranza dei combattenti del PKK che erano stati costretti a ritirarsi si sono poi uniti alle Pmu.
È noto che il Pkk era riuscito a stabilire una propria base a Sinjar a metà del 2014 quando intervenne per liberare la comunità locale curda di religione êzîda dall’oppressione dell’Isis. E quella di Sinjar per la sua posizione strategica ha finito col divenire la seconda base più importante per il Pkk in nord Iraq dopo quella di Qandil al confine con l’Iran. Sinjar è situata nelle vicinanze della provincia di Ninive e rappresenta uno snodo nevralgico sulla rotta Iran-Iraq-Siria-Libano ed è incuneata tra la Turchia a nord, e la Siria a ovest e questa posizione la rende una zona strategica altamente ambita sia dal governo centrale di Baghdad, sia dal Governo di Erbil della regione autonoma del Kurdistan iracheno (KRG) che dall’Iran. È noto che il KRG è infastidito, oltre che dalla Turchia, anche dalla presenza del Pkk nell’area. Il primo ministro del Kurdistan iracheno, Masrour Barzani, in una recente intervista a France24, ha detto: “Il Pkk, purtroppo, ha approfittato della disponibilità del nostro governo che ha permesso loro dal 1994 di trovarvi un riparo occupando di fatto una parte di territorio. Ora speriamo che si renda conto che la sua presenza militare qui non sarà assolutamente più tollerata da noi”.
Il Pkk e le milizie sciite irachene affiliate all’Iran avrebbero già stabilito un coordinamento e una cooperazione anni fa, raggiungendo il loro apice con l’emergere del Daesh, quando le Pmu, coinvolgendo gruppi locali cristiani e sunniti, collaborarono con le Unità di resistenza di Sinjar (Ybs), una milizia êzîda creata dal PKK durante la liberazione dell’area. Le milizie sostenute dall’Iran hanno formato una rete internazionale per contrabbandare petrolio, droghe, armi e persone e svolgere ogni tipo di commercio illegale con il Pkk a Sinjar.
Secondo fonti di media turchi negli ultimi giorni vi sarebbero stati incontri tra i leader delle milizie sciite irachene e membri del Pkk e quest’ultimi avrebbero ricevuto denaro e armi avanzate. Diversi testimoni sostengono che i turkmeni sciiti, gli êzîdî e altre minoranze nella regione apprezzerebbero molto il ruolo del Pmu.
Tutto ciò dà all’Iran spazio per aumentare la sua influenza perseguendo anche progetti economici. Allo stesso modo, alimenta la preoccupazione a Erbil che Baghdad e Teheran stiano acconsentendo alla presenza del PKK a Sinjar per impedire alle forze peshmerga, responsabili della sicurezza della regione autonoma curda, di far ritorno nei territori contesi.
Nel tentativo di liberarsi della presenza dei combattenti curdi Pkk-Ybs nella regione, il governo di Erbil e di Baghdad hanno siglato, nell’ottobre 2019, un accordo sotto l’egida delle Nazioni Unite. L’Accordo di Sinjar, sostenuto anche dagli Sati Uniti, riguarda lo status della regione abitata dagli êzîdî e ha stabilito che forze federali avrebbero dovuto sostituire le Pmu e le Ybs.
Il fatto che l’accordo preveda il ritiro del Pkk dall’intera area lo rende accettabile anche per la Turchia. Il 22 gennaio, il presidente Erdoðan annunciò una possibile operazione antiterrorismo congiunta con Baghdad nell’Iraq settentrionale.
“Potremmo venire lì durante la notte, all’improvviso”, aveva detto il Presidente, riprendendo un verso di una nota canzone sentimentale popolare turca.I versi recitati da Erdoðan sono risuonati una settimana dopo che il ministro della Difesa Hulusi Akar si era recato in Iraq per incontrare alti funzionari iracheni e per dire loro che la Turchia era pronta a fornire assistenza alle amministrazioni di Baghdad e di Erbil per liberare la regione dalla presenza del Pkk.
Nella rivalità per Mosul per ora appare favorito l’Iran che però è all’inizio della strada sulla quale la Turchia si è persa inseguendo linee settarie scegliendo alleanze solo con alcuni gruppi sunniti. Il risentimento dei turkmeni sciiti nei riguardi della Turchia non è ancora guarito e inoltre alcuni leader sunniti, con i quali Ankara aveva un tempo facilità di interlocuzione, ora collaborano con l’Iran o con l’asse saudita-emiratina. I sunniti a Mosul potrebbero essere disposti a cooperare con la Turchia, ma Ankara ha bisogno di politiche inclusive per superare la barriera sciita. Impresa, questa, ardua. I recenti bombardamenti degli Stati Uniti contro basi filoiraniane hanno per il momento solo frenato l’Iran, ma gli ostacoli per la Turchia sono molti.