Cronaca

Dai laici ai curdi, gli sfidanti del presidente Erdogan

12 giugno 2018 Vittorio Da Rold/Il Sole 24 Ore Foto: Oiki onlus

Un tempo il baluardo della laicità erano i militari in Turchia, ora dopo le purghe successive al fallito colpo di stato del 15 luglio 2016, i generali del secondo esercito della Nato sono tutti allineati con l’Akp, il partito filoislamico di Recep Tayyip Erdogan al potere dal novembre 2002.
Un altra roccaforte dell’opposizione era il cosiddetto movimento dei giovani di Gezi Park, ma dopo le pesanti repressioni poliziesche non c'è quasi più traccia delle proteste che tanto avevano infiammato i giovani sul Bosforo e in Piazza Taksim.
Anche le potenti famiglie cosmopolite, proprietarie dei conglomerati turchi sul Bosforo, sono silenti. L'ultimo a cedere le armi è stato il gruppo Dogan che ha dovuto vendere tutta la sua attività editoriale alla holding di Yildirim Demiroren, imprenditore ritenuto vicino al capo dello Stato Erdogan. Oltre alla cessione del quotidiano Hurriyet, l’intesa avvenuta il 21 marzo scorso comprendeva l’acquisto da parte della holding di Yildirim del quotidiano Posta, di quello sportivo Fanatik, e delle tv CnnTurk e Kanal D. Deminoren aveva già acquistato in precedenza da Dogan altri due quotidiani molto diffusi, Milliyet e Vatan.
Nel 2009 Aydin Dogan, aveva ingaggiato un lungo braccio di ferro con l’allora premier Erdogan. La linea editoriale indipendente sui media del gruppo non era gradita al primo ministro che mal sopporta le critiche. Così, con l’accusa di evasione fiscale, la holding fu messa alle corde con una mega-multa che fece intervenire anche la Commissione europea in difesa dello stato di diritto.
L’anno dopo il Consiglio di Stato bloccava l’imposizione del pagamento di mezzo miliardo di euro, riducendone l'entità: il supremo organo di giustizia di Ankara aveva accolto il ricorso presentato da Dogan, che però aveva subito gravi danni in Borsa e aveva capito che doveva cedere. Oggi resta solo Cumhuriyet come bastione e bandiera della stampa laica. Secondo uno studio di marzo scorso dell'ufficio di ricerca del Parlamento europeo il 90% dei media turchi è filo-governativo.
Non resta che la politica.
Il candidato presidenziale del Chp è Muharrem Ince, un politico noto per il suo acceso secolarismo, seguace di Kemal Ataturk, il fondatore della Turchia moderna, ma che ora ha assunto toni più concilianti. Ince avrebbe ceduto sul famoso divieto (ora abolito dall’Akp) di indossare il velo islamico nei luoghi pubblici.
Ma la vera sorpresa della campagna elettorale 2018 è rappresentata dal leader del partito ÝIyi, Meral Aksener, ex ministro degli Interni e unica donna in corsa. La Aksener ha prima tentato la scalata del Mhp, - il partito nazionalista, l’erede dei Lupi Grigi di Ali Agca, l’attentatore di papa Giovanni Paolo II, - ma dopo aver subito la sconfitta interna da parte di Devlet Bahceli, ha fondato il suo partito che oggi viaggia sopra il 10% dei consensi.
Infine, c'è il candidato conservatore e religioso del partito della Felicità, il capo del partito, Temel Karamollaoglu, che sta criticando l'Akp dal fronte islamico.
Infine ci sono i curdi che non hanno accettato di allearsi elettoralmente ai primi tre partiti (Chp, Iyi, Partito della Felicità) di cui abbiamo parlato in precedenza e corrono da soli.
Il Partito democratico popolare filo-curdo (Hdp) - che Erdogan ha pesantemente attaccato - ha un giovane leader, Selahattin Demirtas, avvocato dei diritti umani, deputato e oggi incarcerato dal 2016 con accuse molto controverse di terrorismo e fiancheggiamento del del Pkk, ma è anche considerato un personaggio molto carismatico per gran parte dei curdi e della gioventù di ispirazione liberale della Turchia. Demirtas, che è in carcere nella prigione speciale di Edirne, ma senza aver subito ancora una condanna, è costretto a correre da dietro le sbarre. La sua richiesta di partecipare come candidato presidenziale ai dibattiti televisivi è stata alla fine accettata. L'organo di controllo ha deciso che Demirtas si recherà presso gli studi televisivi della tv di Stato il 17 e 23 giugno per consentirgli di fare due discorsi elettorali di 10 minuti ciascuno.
La vera novità dunque della campagna elettorale sul Bosforo è che sul tappeto politico ci sono varie opzioni disponibili per gli elettori turchi, una offerta ricca e articolata che mette in discussione la centralità finora appannaggio del partito Akp di Erdogan e che probabilmente farà aumentare l’affluenza alle urne.
Inoltre le alleanze multipartitiche varate sotto il nuovo sistema elettorale cambiano il panorama politico in modo tale da rendere più difficile raggiungere una maggioranza parlamentare all'Akp. Senza contare che ci sono 1.5 milioni di nuovi giovani mediamente ben istruiti che andranno al voto per la prima volta a giugno.
Le analogie tra Erdogan e Trump e i rischi in caso di gravi crisi
In effetti, se l'Akp dovesse perdere la maggioranza parlamentare nel primo turno delle elezioni, Erdogan dovrebbe andare al ballottaggio presidenziale come un'”anatra zoppa”, cioè con la spada di Damocle della coabitazione. Si può dunque sostenere che sia Erdogan che i suoi sfidanti hanno, dopo 15 anni, una reale possibilità di vittoria in quella che potrebbe diventare la gara elettorale più accesa e combattuta della Turchia moderna.