Cronaca

20 anni di carcere

martedì 14 novembre 2018 Marco Ansaldo/La Repubblica Foto: giornalistitalia

ISTANBUL - Un giornalista turco condannato a quasi vent’anni di carcere. Una cantante tedesca di origini locali a sei. E i diplomatici in forza al ministero degli Esteri di Ankara allontanati per sospetti legami con un gruppo terrorista sono uno su quattro. E’ come un bollettino di guerra in Turchia. Ma è una lettura ormai quotidiana. Dalla repressione scatenata dopo il golpe fallito del 15 luglio 2016 non c’è quasi giorno in cui non appaiono annunci di arresti, licenziamenti e condanne.
Ieri il tribunale di Usak, nella parte occidentale del Paese, ha condannato a 19 anni e 6 mesi di reclusione il giornalista Ali Unal, ex caporedattore di Zaman, quotidiano chiuso nel marzo 2015 sotto l’accusa di legami finanziari con il gruppo di Fethullah Gulen, il predicatore turco un tempo alleato di Recep Tayyip Erdogan e poi considerato l’ispiratore del mancato colpo di stato. Parlando in video dalla prigione dove è detenuto, Unal ha negato di essere un membro fondatore della rete gulenista e di avere legami con il putsch. “Non ho alcun collegamento con nessuna organizzazione terroristica”, ha spiegato. Il giornalista ha aggiunto di avere parlato “per cinque o sei volte” con Gulen, e di essere mandato a giudizio per i suoi articoli. La sentenza a 19 anni e 6 mesi gli è stata comminata “per aver guidato un gruppo terrorista armato”.
Nella scorsa estate altri sei giornalisti di Zaman erano stati condannati a pene detentive comprese fra gli 8 anni e 9 mesi e i 10 anni e 6 mesi di reclusione. Così come Unal, anch’essi erano stati giudicati colpevoli di "sostegno a organizzazione terroristica ed eversiva". All’ultimo processo erano 31 i giornalisti per cui il magistrato aveva chiesto l'ergastolo: 8 giudicati in contumacia, e fra questi l'ex direttore del quotidiano, Ekrem Dumanli. Altri 5 reporter sono stati invece sollevati dalle accuse.
Nel golpe per rovesciare il presidente Erdogan morirono circa 250 persone. Circa 77mila sono state arrestate e la maggior parte è ancora in attesa di processo, mentre 150mila persone sono state licenziate perché accusate di essere collegate al network di Gulen. Secondo Reporter senza frontiere sono almeno 160 i giornalisti attualmente detenuti in Turchia. Circa 130 media, fra quotidiani, riviste, tv, radio, agenzie di stampa e siti, sono stati chiusi.
A Edirne, nella Turchia nordoccidentale, un tribunale ha inoltre condannato a 6 anni e 3 mesi di prigione per associazione terroristica con il Pkk curdo la cantante tedesca di origini turche Saide Inac, più nota con il suo nome d'arte di Hozan Cane. La musicista, che al processo ha respinto tutte le accuse e ha annunciato di voler ricorrere in appello, era stata arrestata durante la campagna elettorale per il voto legislativo e presidenziale del 24 giugno scorso a bordo di un bus del partito filo-curdo. Da Berlino il ministero degli Esteri tedesco ha spiegato di essere in contatto con Ankara sul caso, e di aver fornito alla donna assistenza consolare.
Ma dopo i giornalisti, i magistrati, gli insegnanti, nemmeno i diplomatici fuggono alle maglie dei processi in atto. Il ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu, ha reso noto nella relazione periodica sulla politica estera di Ankara che un quarto di tutti i dipendenti del ministero è stato allontanato dopo il fallito colpo di Stato, per sospetti legami con la rete di Fethullah Gulen. I diplomatici e i funzionari licenziati risultano il 23% del totale. Le autorità hanno già avviato una campagna per garantire nuovi reclutamenti, e evitare così la permanenza di buchi negli organici. Il provvedimento ha toccato anche diplomatici un tempo in forza all’ambasciata turca di Roma.