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Primi segnali di riavvicinamento Ankara-Yerevan

mercoledì 17 settembre 2021 Servizio ripreso da Francesco De Palo/formiche Foto: PC Media

ANKARA - Riconciliazione fra Turchia e Armenia in chiave geopolitica e caucasica: non c’è ancora una fase del tutto nuova tra i due paesi, zavorrati da anni di incomprensioni e negazionismo storico legato al genocidio, ma si registrano piccoli segnali che potrebbero rappresentare l’anticamera di una normalizzazione diplomatica e commerciale.
Lo dimostrano le parole dei due leader, Nikol Pashinyan e Recep Tayyip Erdoğan che hanno messo da parte sciabola e fioretto per concentrarsi su un altro tipo di glossario. Uno scenario che, se confermato nei prossimi mesi da ulteriori elementi, porterebbe in pancia una scomposizione dello scacchiere caucasico, con qualche mal di pancia in seno al Cremlino.
Pashinyan si è detto pronto per la riconciliazione con Ankara “senza precondizioni”. Erdoğan ha replicato aprendo ad una graduale normalizzazione. “Tornando all’agenda di stabilire la pace nella regione, devo dire che abbiamo ricevuto alcuni segnali pubblici positivi dalla Turchia – ha detto il primo ministro – . Valuteremo questi segnali e risponderemo ai segnali positivi con segnali positivi”. Il presidente turco ha aggiunto che Ankara potrebbe lavorare verso una graduale normalizzazione se Yerevan “dichiarasse la propria disponibilità a muoversi in questa direzione”. Il messaggio in bottiglia, doppio, è stato lanciato, ora occorrerà attendere le reazioni russe.
Oltre alla politica, ci sono stati anche altri punti di contatto. In primis la decisione armena di consentire a Turkish Airlines di volare a Baku direttamente sull’Armenia, un passaggio niente affatto scontato. In secondo luogo la partita legata al confine dei due Paesi, chiuso dall’inizio degli anni ’90 a causa del conflitto del Nagorno-Karabakh. Si tratta di circa 300 chilometri che interessano le regioni armene di Shirak, Aragatsotn, Armavir e Ararat, quindi con “vista” sulla regione del Caucaso meridionale. Una prospettiva economicamente interessante per Yerevan, dal momento che sarebbe il trampolino di lancio per un nuovo mercato anche in ottica di riduzione dalla dipendenza russa. In terzo luogo il potenziale riavvicinamento tra Armenia e Turchia potrebbe avere riverberi precisi sulla geopolitica del Caucaso meridionale. L’apertura del confine permetterebbe alla Turchia di avere un miglior collegamento con l’Azerbaigian.
Il ruolo dell’Azerbaigian sarà fondamentale in questo processo diplomatico e andranno valutati con attenzione tutti i passi che il governo di Baku programmerà. Non va sottaciuto che il sostegno turco a Baku nella guerra in Nagorno-Karabakh dello scorso anno è stato decisivo, vista la densità dello stesso (mezzi, strumenti, uomini) anche se poi Ankara è rimasta fuori dal successivo processo diplomatico a tutto vantaggio di Mosca. L’unica concessione fatta a Erdogan è stata la minima presenza di droni turchi impegnati in operazioni di controllo del territorio azero.
Se da un lato è pur vero che l’Azerbaigian potrebbe essere tentato dal bloccare nuovamente i colloqui armeno-turchi, dall’altro Baku farebbe un errore a ignorare le influenze che la Turchia ha nell’intera macro area. Anche sul riconoscimento del Nagorno-Karabakh come territorio azero, Erdogan e Pashinyan si sono scambiati segnali positivi.
Appare evidente come la rete di relazioni in ballo non sia di secondaria importanza. Lo dimostra l’interesse della Turchia per la cosiddetta piattaforma “3+3″, l’organismo regionale composto dagli stati del Caucaso meridionale e dai loro vicini ovvero Armenia, Azerbaigian e Georgia, più Iran, Russia, e Turchia. Per cui la leva maggiore sarà azionata verosimilmente dalla Russia. Giorni fa il ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha dichiarato che “sarebbe logico se l’Armenia e la Turchia riprendessero gli sforzi per normalizzare relazioni.”
Ma al contempo se così fosse Yerevan assumerebbe uno status più indipendente da Mosca rispetto al recente passato. Di contro Erdogan, consapevole del ruolo avuto dalla Russia ieri in Siria e oggi in Afghanistan, sta lavorando ai fianchi del gigante ex sovietico, con l’obiettivo di dare un segnale. La Turchia infatti soffre il fatto di sentirsi isolata dalla Russia nel Caucaso del dopoguerra e quindi prova strade alternative (come il dialogo con l’Armenia) per raccoglierne i frutti domani.