Turismo

Una delle meraviglie del mondo.
Le città sotterranee scavate dai cristiani.
Da Kayseri a Nevsehir

 

Una terra senza colore. Un paesaggio insolito dove guglie, irregolarità sorprendenti di forme, disuguaglianze di livelli, luminosità crude del giorno, l’attenuarsi morbido, quasi misterioso della luce crepuscolare creano invece sfumature infinite. Un paesaggio, ancora, dove le stratificazioni millenarie rivelano tonalità diverse come se ogni roccia avesse assorbito un colore particolare solamente per sé, come se ogni pietra vivesse una sua vita, unica ed irripetibile. Niente può dirsi "bello" perché lo è tutto. E’ l’opera d’arte della natura, non dell’uomo; una natura libera che respira mistero.
   Il nome Cappadocia, dall’etimologia incerta, è una regione dal paesaggio mutevole, con vaste pianure e struggenti paesaggi, posta all’interno dell’altopiano anatolico. All’occhio del turista la Cappadocia appare come un caleidoscopio etnico costituito dalla stratificazione di innumerevoli popoli che l’hanno abitata ed hanno lasciato le loro tracce, con loro religioni, culture e stili architettonici svariati. Parliamo di Ittiti, Frigi, Assiri, Hattiani, Greci, Romani, Armeni, Saraceni, Mongoli e Selgiuchidi che sono venuti ad abitare questa terra, in periodi storici diversi; e parliamo anche di popoli la cui origine è ignota, ma di cui si possono riscontrare alcune vestigia.
   Considerata fra le meraviglie del mondo per le chiese scavate nella roccia vulcanica e per le città sotterranee, per i suoi paesaggi lunari, trasformati probabilmente in sorprendenti complessi di colonne rupestri da un popolo tuttora sconosciuto, i suoi più significativi e meglio conservati monumenti li hanno consegnati alla storia i cristiani che vissero in questa splendida terra. Qui i primi colonizzatori della fede di Gesù, per sfuggire inizialmente alle persecuzioni subite da alcuni imperatori romani e poi da altri conquistatori, costruirono o ampliarono città sotterranee preesistenti, onde nascondervisi in caso di pericolo. Di molte chiese scavate anch’esse nella roccia, si ammirano affreschi policromi che possono essere considerati come uno dei più antichi e significativi esempi di architettura religiosa cristiana.
   Tra i complessi sotterranei ubicati nella provincia di Nevsehir è interessante segnalare quello di Derinkuyu. Almeno parte di esso esisteva già quando i primi cristiani arrivarono e presero possesso dei rifugi che in seguito allargarono, intagliando nella roccia altre stanze, depositi per le provviste, saloni per le assemblee e chiese. L’identità dei costruttori originali di questo magnifico insediamento sotterraneo rimarrà forse sconosciuta per sempre. Il complesso sotterraneo è di una semplicità spartana. La roccaforte si sviluppa su otto livelli e la sua lunghezza complessiva dei tunnel praticabili è di oltre trenta chilometri e poteva alloggiare anche 20 mila persone nonché un numero limitato di animali domestici. Sempre a Derinkuyu troviamo un antico monastero sotterraneo di notevole bellezza. Un altro grande complesso sotterraneo si trova nel villaggio di Kaymakli, a 18 chilometri a sud di Nevsehir. Il complesso è composto da sette piani, ognuno dei quali contiene quindici "dimore", capaci di alloggiare circa duecento persone e, come a Derinkuyu, i principali pozzi di ventilazione sono profondi e hanno dei gradini. Nei sotterranei si trovano torchi per il vino e le cisterne di deposito, segno dell’esistenza di una viticoltura intensiva,
   Nell’Anatolia centrale, sempre in Cappadocia - all’interno di un ipotetico triangolo che include le città di Nevsehir, Urgup e Golsehir - si trova la famosa valle di Goreme, anticamente conosciuta come "Korama", considerata una delle meraviglie archeologiche e geologiche del mondo. Sono ben trecento chilometri quadrati di "paesaggio lunare", cosparso di piramidi di pietra e coni muniti di "cappelli", di grandi pinnacoli circolari, di obelischi, creati dalla natura e trasformati in sorprendenti complessi di colonne cave da un popolo remoto. Avvicinandosi alla città di Nevsehir, magari senza l’eccessiva fretta di raggiungere quanto prima la meta,il visitatore verrà colpito sicuramente dalle ampie fila di abitazioni intagliate nella roccia e dai "camini delle fate" che, al primo impatto, sembrano essere artificiali ma che in realtà sono opera della natura. Il "magico" paesaggio di Goreme risale al periodo terziario dell’era cenozoica a causa della possente attività vulcanica. I forti venti, le piogge violente, le gelate e i successivi terremoti, contribuirono inoltre a rafforzare il processo di erosione che determinò l’incomparabile spettacolo naturale che si presenta alla vista. La valle di Goreme conserva eccellenti esempi di chiese e cappelle paleocristiane, il cui stile e le cui caratteristiche rivelano varie influenze artistiche: da quella della Mesopotamia a quelle della Siria, Palestina, Armenia, nonché dall’arte primitiva cristiana e bizantina. La fondamentale differenza tra i complessi di Kaymakli, Derinkuyu e le colonie nella valle di Goreme sta nel fatto che mentre i primi sono privi di decorazioni e sono di una semplicità estremamente funzionale, Goreme nel suo complesso presenta decorazioni vivacemente colorate.
   Le tre chiese principali della valle sono conosciute come le "chiese con colonne": Karanlik kilise, Elmali kilise, Cariali kilise, diverse dalle altre per la loro struttura bizantina, con la disposizione a forma di croce. La Chiesa della Fibbia, Tokali kilise, è la più grande in assoluto e contiene un discreto numero di iconografie. Dal punto di vista pittorico sicuramente è la importante del periodo paleocristiano in Cappadocia.
   Il convento è l’edificio più in vista del complesso delle chiese di Goreme. Gli abitanti del posto lo chiamarono "Kizlar Monastiri" o "Il Monastero delle Vergini". La prima era adibita a magazzini: dalle pareti furono ricavate delle nicchie adibite a contenere il cibo. La seconda sezione alloggiava con il "tandir" (un forno in terracotta) che ancora è in uso in molti centri rurali dell’Anatolia. La terza sezione conteneva il refettorio con un lungo tavolo intagliato nella roccia, con panche ad ogni lato, adatto per quaranta o cinquanta persone. La bellezza di questa regione sta nel fatto che ha ispirato gli uomini che l’hanno abitata, a una religiosità ispirata, che pur nella diversità dei differenti credi, ha saputo esaltarne l’aspetto mistico. Qui venne fondata la setta islamica di Bektasi da Hacibektas Veli nel XIII secolo, epoca di grande caos politico nella regione, nella quale le diverse culture si scontrarono tra loro (greca, araba, persiana, selgiuchide ed ottomana). Hacibektas Veli, uomo dotato di saldi principi morali e religiosi, sospinto da alcuni devoti musulmani, fondò un monastero per l’educazione dei giovani missionari che avrebbero dovuto predicare in tutto il Paese il credo di detta setta, difforme dalla dottrina sia sannita che sciita. Lo stesso Hacibektas Veli viaggiò per le regioni dell’Europa meridionale lacerate dalla guerra, raccogliendo i bambini rimasti orfani, dando loro nutrimento, riparo ed educazione. Molti di questi, diventati adulti, diventarono missionari. Altri entrarono nella carriera militare e costituirono il primo nucleo dei famosi Giannizzeri, Ancora oggi l’antico monastero, chiuso da Kemal Ataturk e riaperto nel 1964 come museo, in agosto viene visitato dagli adepti della setta Bektasi per pregare e compiere le loro celebrazioni.
Ma questa fetta di Turchia non solo fornisce, oltre a quant’altro, opere di devozione islamica proiettate verso il settarismo religioso. Anche l’Islam sannita ci ha lasciato insigni opere devozionali quali le moschee selgiuchidi di Kayseri (capoluogo della regione) con stili architettonici ben distinguibili da quelle ottomane, pur esse presenti, ma meno significative.
   Nelle strutture devozionali islamiche, come in quelle cristiane, qui si respira un’atmosfera del tutto particolare, improntata a favorire un maggiore avvicinamento intimo dell’Uomo a Dio, in armonia con la natura che le circonda. Un’altra delle piccole città che colpiscono nella regione è Avanos, a quindici chilometri da Nevsehir. E’ famosa per le sue ceramiche. Molti artigiani locali insegnano la loro arte agli stranieri che la visitano. E poi c’ Nevsehir, il capoluogo della provincia, ricca di moschee, tombe monumenti selgiuchidi, testimonianza culturale del primo periodo della presenza turca nel Paese. Le vestigia ottomane sono ben rappresentate. Di particolare interesse artistico, la moschea di Kursunlu fatta erigere da Damat Ibrahim Pascia, genero del sultano Ahmet III. Il compendio include una medrese, un ospizio ed una biblioteca.
   Urgup è un’altra cittadina importante e visitata dagli stranieri, molti dei quali preferiscono soggiornare in questo luogo tranquillo, per poi visitare giornalmente i dintorni ricchi di monumento. Urgup è dotata di alberghi caratteristici, ricavati in antiche dimore ed alcuni addirittura scavati nella roccia, con tecniche molto remote. Essa è un importante centro commerciale e vi si possono acquistare i famosi "kilim", tessuti dalle giovani ragazze che – tramite l’uso dei colori che inseriscono – esprimono i loro desideri e le loro speranze. La valle di Ihlara è infine un’altra bellezza straordinaria della Cappadocia. Si tratta di un canyon lungo e profondo, attraversato da un corso d’acqua. Nella valle ci sono 4000 grotte e 105 tra chiese e cappelle. Fra le prime, le più significative di certo sono la Yilanli kilise (la Chiesa del Serpente) e la Chiesa di san Giorgio.
   Alla Cappadocia, l’uomo - che l’ha abitata attraverso i millenni – si è sottomesso; ha venerato l’indescrivibile. Non ha tentato di spiegarlo o di piegarlo al proprio volere se non con l’umiltà di mistico amante. Goreme, Urgup, Derinkuyu, Kaymakli, Uchisar, Zelve, Avanos sono luoghi? Sono piuttosto immagini, idee. Importa sapere chi ha abitato in quelle rocce e perché? Lo storico, l’archeologo vogliono e debbono scoprirlo e insegnarlo. E’ giusto. Ma chi potrà mai raccontare di quelle creature che scelsero di sentirsi embrioni di quella terra venerabile e segreta? Questa è la Cappadocia: un meraviglioso capriccio divino che è forse l’unico autentico paesaggio interiore dell’uomo.

 

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