Turismo

Re Agamennone, racconta la leggenda, distrutta Troia non riprese subito la via del mare. Si spinse a sud, seguendo la costa, con i soldati feriti portati sui carri dai compagni. Sapeva di una mitica fonte dall’odore acre fumigante come l’immagine dell’aldilà. Un ferito che ci si fosse immerso – si raccontava – sarebbe tornato sano e salvo e avrebbe ripreso le sue forze. La curiosità fu più forte della fatica di dieci anni di assedio alle mura della città di Priamo. Il re greco, così, raccolse sciancati e moribondi e si avviò verso il luogo che gli aveva indicato l’oracolo. Arrivò a Balcova, dove trovò delle potenti fontane naturali, calde come se sgorgassero da una terra riscaldata da una fornace. I suoi soldati e lui stesso, dice la leggenda antichissima, si immersero e recuperarono la salute. E da Smirne (Izmir) i greci, risanati, presero il mare per il ritorno.

Lo sfruttamento delle termeOggi il cammino da Cannikale, dove un tempo sorgeva Troia, a Balcova è certo più facile e più breve. A poche ore a sud delle rovine della città che fu distrutta dai greci, e più volte nell’antichità, perché il suo sviluppo irrefrenabile rischiava di farne il cuore di un impero commerciale e militare, le fonti di Agamennone ci sono ancora. Da venti secoli si tramanda la storia del re greco, della sua curiosità e dello scenario dell’Ade che l’Acheo scoprì alla fine del suo cammino lungo la costa. Attraverso i secoli la leggenda del luogo miracoloso si è innestata nel culto del bagnarsi, del lavarsi, come cura e ricerca di equilibrio. I romani raccolsero questa suggestione e la elevarono a sistema, esportando lo sfruttamento delle terme nel mondo conosciuto ed inventando l’igiene personale come obbligo sociale. Le fontane, le cascate, i pozzi caldi ed acri della Turchia furono per i conquistatori una delizia: e non a caso la decadenza, più tardi, sarebbe stata annunciata dal fetore di armate barbare nord-europee che l’acqua la usavano solo per bere e talvolta per cucinare.

Leredità culturale romana, quel modello di vita che comprendeva la cura del corpo intesa anche come cura dell’animo, importante quasi come il nutrirsi, fu ripresa dall’Impero ottomano, che costellò l’Anatolia dell’est di bagni e terme. Ripercorrere il cammino delle fonti è oggi ripercorrere tappe di storia della cultura dei luoghi. In alcuni casi procura spettacoli che altrove, in nessuna parte del mondo, è possibile vedere. A Pamukkale, letteralmente "castello di cotone", il cammino porta al fianco di una montagna coperto da terrazze sovrapposte, circolari, orlate di stalattiti sottili. L’acqua calcarea ha fatto questo in milioni di anni. Goccia dopo goccia le cascate si sono quasi immobilizzate, hanno costruito un castello che, mille anni fa, era bianco come il cotone, ed aveva l’aspetto della sua morbidezza. Solo lo sfruttamento turistico massiccio ha potuto turbare lo splendido equilibrio di un posto unico. Gli alberghi infatti hanno fatto a gara per assieparsi sullo strapiombo, in posizioni magnifiche, ma l’acqua candida sta diventando giallo, e si sta correndo ai ripari.

Nonostante questo, resta la poesia di un luogo soprastato da una necropoli – se si può dire così – portafortuna. Ai Castelli di cotone, non per nulla, si accorreva da ogni parte, fin dai tempi più antichi. Era il rifugio del disperato, di chi non aveva altra speranza. Un bagno nelle cascate di cotone. C’era poi uno strano rito, e non solo riservato ai più ricchi: chi arrivava a Pamukkale per invocare la salute, prima di scendere alle cascate faceva costruire una tomba a Hierapolis , proprio sopra lo strapiombo. Ovviamente con l’augurio di non adoperarla mai. Cosa che, dice la leggenda, spesso avveniva. Così, nei secoli, si sono affastellate tombe ricche, povere, semplici fosse e sepolcri di lusso. Tutti regolarmente depredati. Una necropoli – quella di Hierapolis – che ancora ai nostri giorni toglie il fiato con la sua attesa di speranza; davvero unico per un luogo di morte.

Fontane e cascateIl cammino delle fonti, ovviamente, è anche il cammino delle civiltà dell’Impero ottomano. Bursa, la prima capitale, ha ovviamente il suo stabilimento termale. E Bursa, con la sua monumentale architettura, la sua eleganza, il suo passato di centro culturale oltre che politico, non a caso è soprannominata la Firenze di Turchia. L’acqua termale, ancora l’acqua, "tanto calda da poterci cuocere delle uova" raccontavano i viaggiatori del ‘700, è stata in questa città parte integrante di una cultura e di un modello di vita. La Firenze ottomana ha il suo stabilimento a Cergike: le fontane naturali che costellavano la zona furono imbrigliate e sfruttate per ordine di Murat I° (1359-1389) che volle costruire sopra le rovine di un suo stabilimento edificato dai romani.

Fin dal ‘600 qui l’acqua calda e curativa scorreva in tutte le case, nei vicoli, veniva incanalata in modo da portarsi via la sporcizia delle strade, le famiglie la adoperavano per le necessità quotidiane. E il centro aveva, ed ha tutt’oggi, due cuori. La grande moschea dalla pianta a T – la prima ad essere costruita così e con una facciata che denuncia larghissime suggestioni dell’architettura italiana – e, ovviamente, i bagni: che sono un capolavoro di architettura. Marmi verdi e rosa, pianta ottagonale, luce che penetra in lame dai ricami delle volte. E la fonte principale è protetta da un cupolino di marmo sorretto da quattro colonne bizantine. Oggi si prega nella moschea a T, come ci si lava nei bagni di Cergike che non sono mai degradati ad attrazione turistica. Tra quei marmi, come secoli fa, si svolge un vero e proprio rito, intatto.

 

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