Turismo

Come fermare le lancette dell'orologio per annullarsi nella pace del Mediterraneo.
Il monumento ad Adriano

 

C’è un detto da queste parti. "Allah creò il mondo in sei giorni, il settimo si riposò ad Antalya". Il Padreterno non poteva scegliere di meglio e del resto, qui, è tutto opera sua. Miracoli del genere – come quelli che si ammirano lungo la costa che va da Kalkan fino a Manavgat – si devono solo a lui. Di Antalya scriveva il geografo arabo Ibn Battuta nel 1332: 
"
E’ una delle città più belle del mondo. Molto grande, la più graziosa che si possa immaginare, e la meglio costruita. Ciascuna nazionalità sta separata dalle altre. I mercanti cristiani dimorano in un quartiere chiamato almina (il porto), interamente chiuso da una murata, chiuso di notte durante le preghiere del venerdì. I greci, antichi abitanti d’Anthaliah, dimorano in un altro quartiere; e anche loro sono separati da un muro dalle altre nazionalità. Gli ebrei pure. Il re, la gente della sua corte e gli schiavi abitano, a loro volta, in un’altra parte cintata. Tutta la popolazione musulmana sta nella città propriamente detta, dove c’è una moschea maggiore, un collegio, numerosi bagni e mercati, disposti secondo un ordine esemplare. Anche questa città ha delle mura che racchiudono tutti gli edifici, e produce frutta eccellente, tra cui l’albicocca che qui chiamano kamar eddin. Il frutto racchiude una mandorla dolce; la si fa seccare e la si manda in Egitto, dove viene considerata come qualcosa di raro. C’è anche dell’acqua ottima...".
A sentire Ibn Battuta sembrerebbe il Paradiso terrestre e probabilmente era proprio così. Ma i tempi, ahimè! non sono più quelli di un tempo. Antalya però è sempre bella e – se si ha l’accortezza di chiudere gli occhi quando si attraversano le periferie che in Turchia sono decisamente tra le più orrende che ci si possa immaginare – si può godere quel meritato riposo, già assaporato da Allah, per riprendersi dalle fatiche di una vita oggi più che mai stressante. Basta comprare un biglietto di aereo ed in meno di tre ore, se si parte dall’Italia, si è ad Antalya. Quello che conta è fermare le lancette dell’orologio per annullarsi nella pace del Mediterraneo, avvolti solo nel profumo degli alberi delle montagne del Tauro. Quello che conta, soprattutto, è dimenticare il calendario secondo gli accorgimenti di quel saggio che non volle saperne della riforma voluta da Gregorio. Perché – sia che si abbia tredici giorni in più o tredici in meno, il rischio è di non capire più niente, con la possibilità magari di andare a sbattere con il calendario ebraico o con il Ras Essanna del 1340. Sì, meglio chiudere gli occhi riflettendo su una vecchia usanza di Antalya quando i turchi portavano i morti in carrozza, sulle vetture di piazza, ed il corteo era chiuso da un servo che trasportava un tavolino. Su quella tavola lavavano poi il morto a funzione finita. Meglio ancora camminare a zonzo per la città vecchia cercando di rintracciare nella memoria un desiderio sopito dalla stanchezza. Antalya è tutta tua.
Ha una sua storia, questa città. Capoluogo di provincia con oltre un milione di abitanti, un tempo era il centro più importante della Pamfilia. Edificata da Attalo II di Pergamo nel primo secolo a. C intorno ad una insenatura naturale che da un capo va a strapiombo sul mare, il nome antico di Antalya era Attaleia. Il suo momento più fulgido fu indubbiamente sotto l’imperatore Adriano che volle visitarla nel 130 a .C. In suo onore fu costruito uno degli archi trionfali più belli, l’Hadrian Capisi. Ai romani seguirono i bizantini, a questi nel 1207 i Turchi selgiuchidi, quindi i mongoli, gli emiri Hamidogullari ed infine gli ottomani. Per un breve periodo, nel 1918, passò anche all’Italia tanto che ancora – nella parte che spinge verso il porto – si nota qualche testimonianza. Nulla invece che ci ricordi i crociati che avevano fatto della città, ribattezzata da loro Satalia, la base navale militare per portare gli eserciti in Terra Santa.
Famosa per il Festival cinematografico delle "Arance Dorate" tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, ed altresì per il Festival della canzone del Mediterraneo, Antalya merita una visita piuttosto accurata specie nella zona vecchia. E’ importante poi non trascurare il Museo archeologico tra i più ricchi in assoluto. In quanto ai dintorni, non c’è che l’imbarazzo della scelta sia che si voglia andare a Side, Thermessos ed Aspendos, sia che si voglia puntare verso Finike, Kekova e Kas. Ogni cosa sembra essere messa lì a segnare un limite tra la natura e il materiale, tra la latinità e la fede musulmana, tra sogno e realtà. Quella realtà di cui sono coscienti i discendenti di Solimano il Magnifico che attendono il cadere del giorno per riversarsi nei locali alla moda e riempirsi di raki. Una festa che d’estate è ininterrotta e di fronte alla quale non può fare nulla neppure il muezzin che – nella festa del venerdì – dal Kesik Minare chiede perdono ad Allah per i peccati degli infedeli.
Crisi di semidei era stata definita, in un tempo lontano, la fine del sultanato quando – al fischio del treno – il vagone storico, vuoto e buio, si era mosso pesantemente verso il suo destino; quando le linee telefoniche erano state tagliate, i soldati avevano stretto d’assedio tutte le residenze della famiglia imperiale, anche quelle di Antalya, e a mezzanotte il Valì si era recato a palazzo per comunicare gli ordini. Il Sultano aveva ascoltato calmo e aveva risposto: "Poiché voi lavorate per il bene della Patria, che Allah vi assista!". Poi aveva riflettuto un poco, aveva chiesto due giorni di tempo per i preparativi della partenza. Gli erano state concesse cinque ore. Crisi di semidei di cui i turchi di Antalya non sanno nulla, né nulla vogliono sapere. Per la loro esistenza – in questa Cannes mediterranea dalla quale, a nord e a sud, corrono chilometri di spiagge, di insenature, di baie, di ripari naturali ai caicchi – è solo un abbandono ozioso, un desiderio di sensualità, di canzoni, di danze, di vita insomma. I Caffè sono di gran lusso, le boutique raffinate, i negozi di tappeti e gli antiquari invitanti, gli alberghi e le pensioni pittoreschi, il bazar chiassoso. Anche la morte ha un suo nonsochè da quando un certo Holussì di Trebisonda, passando a miglior vita, iniziò la serie degli accompagnamenti sonori a base di Chopin e di Beethoven. Dalla morte alla vita comunque il passo è breve. Allentate le file de dervisci, chiusi i tekkè, l’intelligenza turca si è data al fantastico; ad Antalya più che altrove. Come quel tale, non lasciarti però tentare dai venditori di fumo che – nascosti dietro le tende dei fonduck – offrono i loro narghilè con una discreta scorta di tabacco appropriato. E anche se è vero – come affermano – che "supera le sigarette, come il cipresso supera le rose", meglio lasciar perdere. Una boccata non vale le bellezze di Kaleici.

Il museo archeologico di Antalya e' recensito nella sezione ARCHEO

 

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