LA RIVOLUZIONE DEI “GIOVANI TURCHI”
18 maggio 2007
La rivoluzione scoppiò il 9 luglio 1908, quando Niazi bey abbandonò la sua guarnigione di Ohrid con 200 uomini e si ritirò sulle montagne, dopo aver annunciato al governatore della città che l’Impero era di nuovo uno stato parlamentare e democratico, secondo la costituzione del 1876. Le sue sparute truppe furono inizialmente rinforzate da contadini macedoni, usi alla guerra di bande, ma, davanti al fatto compiuto, il Comitato dei Giovani Turchi per l’Unità ed il Progresso dovette seguire il suo esempio, cosicchè dopo una settimana gran parte degli ufficiali congiurati si rifugiarono con i loro reparti sui monti della Macedonia. Ormai era rivolta aperta; il governatore Scemsi pasha venne ucciso e le sue truppe si rifiutarono di far fuoco sui ribelli; ufficiali e soldati formarono corpi di volontari, intenzionati a marciare su Costantinopoli.
Al sultano non rimase che annunciare, il 23 luglio, che all’impero era nuovamente elargita la Costituzione, il Parlamento, libertà di stampa, amnistia e uguaglianza fra tutti i cittadini di qualunque fede. E’ singolare che pochissimi intendessero che cosa significava la parola “Costituzione”: alcuni, si dice, la credevano una malattia, in Siria si pensava fosse sinonimo di elettricità, altrove che fosse una nuova formazione dell’esercito ed un aneddoto riporta che il governatore dello Yemen chiese per telegrafo alla Sublime Porta se, in base alla Costituzione, non si potessero più chiamare “cani” i cristiani.
A Salonicco si insediò il quartier generale dei rivoluzionari; le cronache citano che, dal balcone dell’ Olympos Palace, Enver pasha pronunciò un discorso pieno di pathos al popolo stipato davanti all’albergo. Egli parlò di fratellanza di tutti i popoli dell’impero, sotto la dinastia degli Osmanli: “…che si frequenti la sinagoga, o la chiesa, o la moschea tutti noi che viviamo sotto questo cielo azzurro siamo orgogliosi di chiamarci Osmanli. Viva la patria, viva la libertà”. Sembra strano che questo discorso rispecchiasse il proclama di Mahmud II (1808 - 1839) quando proibì il turbante ed introdusse il fez: “d’ora in poi riconoscerò i musulmani solo nella moschea, i cristiani solo in chiesa, gli ebrei solo in sinagoga. Al di fuori di questi luoghi di culto, desidero che ogni individuo goda degli stessi diritti politici e della mia paterna protezione”. Ma il giovane ed entusiasta Maggiore non poteva immaginare che con quelle parole stava annunciando la fine dell’Impero Ottomano, in quanto ciò che volevano bulgari, macedoni, greci, serbi e arabi non era la continuazione della dinastia turca, ma una propria nazione che non si identificava con gli Osmanli.
Le elezioni del 1908 portarono in Parlamento una maggioranza di deputati appoggiati dal Comitato di Unione e Progresso, ma, in concomitanza, l’impero fu scosso dalla dichiarazione di indipendenza della Bulgaria, dalla rivolta di Creta, che fu annessa alla Grecia e dall’incorporazione della Bosnia ed Erzegovina nell’impero austroungarico. I Giovani Turchi, che avevano promesso un liberalismo ottomano capace di tenere a freno le potenze europee, furono accusati di aver perso in meno di un anno più territori di quanti ne avesse persi Abdul Hamid in tutto il suo regno. Essi stessi finirono con l’imboccare la strada di un acceso nazionalismo e, dopo la nomina a sultano, di Reshad (fratello del deposto Abdul Hamid), che salì al trono con il nome di Mahmud V, attempato, mansueto e docile strumento nelle mani dei rivoluzionari, il governo fu in pratica assunto da un triunvirato composto da Enver, l’eroe di Salonicco, Taalat, Presidente dei ministri e Gamal, il futuro difensore della Palestina.
GianFranco Cortelli
gfcortelli@hotmail.com Trieste, gennaio 2005
NB.Le illustrazioni sono tratte da “Album de l’armee liberatrice”, Constantinople, Librairie militaire – I. Hilmi editeur, 1909
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