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“E- Turchia” - a parte la documentazione dell’Ambasciata di Italia ad Ankara e dell’ICE di Istanbul- si avvale per le notizie e gli articoli riportati sul suo web, e naturalmetne relative alla Turchia, delle NEWS già apparse in altri siti o già pubblicate su altri quotidiani e riviste. Non fa altro che assemblare, nella convizione che siano di maggiore utilità per quanti hanno su qualche interesse per questo paese. “E-turchia”, ad ogni modo, è sempre a vostra disposizione







MEHMET V ED I TRE PASHA

18 maggio 2007

Foto Istambul

Il 27 aprile 1909, in una tumultuosa seduta, l’Assemblea Nazionale decretò la deposizione di Abdul Hamid. Una delegazione composta dall’albanese Essad pasha, l’ebreo Karassu efendi, l’armeno Aram bey ed il lazo Arif Hikmet si recò al palazzo di Yildiz per comunicare al sultano la decisione presa e la fatwa dello Sheik ul Islam: il Padishah era colpevole di massacri di fedeli mussulmani, di oppressione, inosservanza della shari’ah, fautore della recente insurrezione ed anche di avere sette mogli, anziché le quattro prescritte dal Corano. Il sultano non fu ucciso ma esiliato a Salonicco con pochi familiari; la residenza di Yildiz si svuotò, fu messa al sacco e venne smantellata; il capo degli eunuchi neri fu impiccato a Galata con altri ammutinati; oltre 300 servitori di Palazzo, terrorizzati, furono tradotti nelle prigioni di Yedi Kule e 213 donne dell’harem furono trasferite al palazzo abbandonato di Topkapi. Le concubine attonite non riuscivano a concepire altra vita se non quella della Corte, dove vivevano fin da giovanette, ma genitori e fratelli vennero a prenderle dalla Circassia, dall’Armenia, dall’Anatolia, mentre altri parenti si sentirono annunciare che le loro figlie o sorelle erano morte. Altre non ebbero nessuno che le cercasse. Nel 1911 i gioielli del Sultano furono messi all’asta a Parigi dai Giovani Turchi: l’asta fruttò sette milioni di franchi dell’epoca.
Nonostante la caduta del sultano, la dinastia Osmanli rimase nel cuore del popolo di fede mussulmana: sul trono sedeva ora Reshad Mehmet V, fratello di Abdul Hamid, uomo mite, derviscio Mevlevi, ultimo sultano a scrivere poesie in persiano. Di idee liberali, viveva a Dolma Badçe con modestia e semplicità. Grasso, benevolo e mansueto, sembrava lieto di eseguire quello che il Comitato e la Porta decidevano per lui. Così, con alcune modifiche alla Costituzione furono ridotti i poteri della corona in campo legislativo e in politica estera.
I Giovani Turchi avevano avversato il panislamismo di Abdul Hamid, perché cozzava con l’idea di unificazione di tutti i popoli sotto l’egida e la guida dei turchi Osmanli. Ma anche il loro progetto era fallito; non restava perciò che la nuova idea, il Turan, la patria comune di tutti i Turchi: Azeri, Turcomanni, Kazaki, Turkmeni, Selgiuki…Esso doveva essere la Patria, la Vatan di tutti i popoli con le stesse origini derivanti dal leggendario Oghus, eroe turco delle steppe, forse vissuto trecento anni prima di Maometto. Il pensiero turanico veniva espresso anche in poesia, così nel 1912 la scrittrice Halde Edib Hanum annunciava: ”Questa musica che sgorga dal profondo dell’essere turanico mi fa chiaro che noi dobbiamo scendere alle fonti originarie della razza per attingere la forza di raggiungere le nostre mète”; e Ziya Kök Alp, il maggiore poeta turanico, riassumeva il suo pensiero con un famoso scritto: “Ciò che aleggia in me è eco della mia storia…O mio Attila, o mio Gingis, eroi che siete il vanto della mia razza, voi non siete inferiori ad Alessandro o a Cesare. Ma il mio cuore conosce anche meglio Oghus khan…nel mio cuore, nelle mie vene egli vive ancora in tutto il suo splendore...
Non la Turchia è patria dei turchi, non il Turkestan. La nostra patria è una vasta terra eterna: Turan”.
Il primo dei tre protagonisti di questo travagliato periodo fu Achmed Enver pasha, ministro della guerra, la figura più brillante del regime giovane turco. Fu l’eroe di Salonicco e, soprattutto, colui che aveva salvato Adrianopoli (Edirne) e parte della Tracia all’impero, dopo le guerre balcaniche. Basso di statura, elegante ed accurato nella persona, con corti baffetti, egli era l’ufficiale più valoroso e il miglior tiratore dell’esercito; quando nell’uniforme ricamata d’oro prendeva parte ad una parata, le truppe fremevano di entusiasmo, era per loro il simbolo della vittoria.
Tâlat pasha, il secondo protagonista, era vero uomo di stato, energico, crudele, fanatico, campione della razza turanica, fu lui ad iniziare le lotte di epurazioni in Anatolia ed Armenia. Sotto ogni aspetto era l’opposto di Enver: di umili origini, ne era orgoglioso; era stato impiegato del telegrafo e nella sua modesta casa in una via secondaria del quartiere turco di Stambul, troneggiava l’apparecchio telegrafico della sua gioventù. Tâlat era massiccio, con spalle possenti e petto largo, parlava poco ma ciò che diceva era legge. Salih pasha, genero del sultano, aveva congiurato contro i Giovani Turchi e Tâlat lo condannò a morte. Mehmet V si rifiutò di firmare la condanna e si gettò ai piedi di Tâlat, implorandolo. Ma egli fu irremovibile ed il giorno dopo il genero del sultano pendeva dalla forca.
L’ultimo del triunvirato era Gemal pasha, che il popolino aveva soprannominato “il boia”, perché suo nonno era stato carnefice del sultano, ma anche perché egli eliminava volentieri i suoi avversari o coloro che riteneva tali. A lui era riservato il campo dell’intrigo politico: se Enver soffocava le ribellioni e Tâlat giustiziava i ribelli, Gemal scopriva le congiure. Formalmente era Ministro del lavoro e della marina, ma in realtà era capo del Servizio di politica interna e della polizia segreta.
I tre “empi pasha” governarono per quasi dieci anni, uniti dalla fede turanica e dal desiderio di spezzare ogni legame con i costumi e la lingua araba, la lingua della religione. Così fecero tradurre il Corano in turco per far nascere una sorta di “Chiesa nazionale turco-islamica”, in accordo con il detto del Profeta: “Operate secondo i vostri costumi”.Così l’Islam turanico doveva distinguersi profondamente dall’Islam semitico degli arabi. Tuttavia tra le parole di Kök Alp e l’azione dei tre politici, si apriva una grave contraddizione, in quanto nel turanismo inteso come Stato Nazionale Turco, non vi era spazio per Arabi, Curdi, Greci, Armeni e quant’altri; l’applicazione del principio turanico avrebbe comportato la rinuncia all’Arabia, alla Palestina, alla Siria, alla Mesopotamia, all’Egitto…Nessun Giovane Turco seppe compiere tale rinuncia e solo dieci anni dopo Mustafà Kemal potè colmare questo abisso.


GianFranco Cortelli gfcortelli@hotmail.com Trieste, gennaio 2005

Le illustrazioni sono tratte da “Album de la Cerimonie de l’Investiture du sabre et de l’avenement au trone de S.M.I. le Sultan Mehmed V ” - Constantinople, Librairie Militaire, I.Hilmi, Libraire-Editeur, 1909


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