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Ecco
come GianFranco Cortelli ci descrive una usanza turca che purtroppo
viene praticata sempre meno. Stupendi costumi ottocenteschi.
 (Turchia
Oggi) - Vagabondando per la Turchia
e nei Paesi del vicino Oriente capita frequentemente di imbattersi
in una simpatica e particolare figura di ambulante: il Saccasu, il venditore d'acqua; il termine potrebbe derivare da Sacmak
(spargere), o da Saksi
(vaso), seguito dal suffisso Su
(acqua). Il mestiere è antico, ma venne sviluppato vieppiù
all'avvento della dinastia Ottomana, quando si estese a tutti i
popoli soggetti alla Sublime Porta.
Né oggi né
allora se ne vedevano in Occidente, perciò molti viaggiatori ne
riferirono, come cosa curiosa; ecco cosa scriveva Nicolò de Nicolai,
geografo del re di Francia, nel suo "Navigazioni
et esplorazioni orientali" , della metà del '500,
all'epoca del grande Solimano, il Magnifico. "Trovasi
nell'Alcorano che Maumetto profeta dei Turchi prohibisce a tutti i
suoi seguaci il bere vino, sì perché egli lo stimava vero
nutrimento e peccato d'ogni male...per cagione delle quali
prohibizioni trova per tutta la Turchia, per la Grecia e per
l'altre province del Gran Signore, gran numero di turchi e de mori
detti Saccasu, che
ordinariamente vanno per le strade e per le congregazioni delle città,
per le terre e per li villaggi di dette province, con un otricolo di
cuoio pieno d'acqua di fontana o di cisterna, che portano pendente
al collo coperto d'un bel panno di colore, ricamato e con fogliami
all'intorno...e in mano portano una coppa di fino ottone corinto
dorata alla damaschina, nella quale con gran chiarità danno bere a
tutti quelli che ne vogliono. Ma oltre a ciò per far trovare
l'acqua più chiara e al bere più dilettevole, mettono nella
coppa diverse pietre di Calcedonia, di iaspe e di lapis Azuli,
portando nella istessa mano uno specchio, che pongono davanti agli
occhi di quelli a cui danno da bere, esortandoli ed incitandoli, con
parole dimostrative, a pensare alla Morte."
Il nostro cronista continua dicendo che tale ufficio veniva
svolto dai saccasu senza nulla chiedere, ma se qualcuno voleva
regalare un "mangoro" che era la quinta parte di un "aspro",
allora "...essi tirano fuora
da una grande scarsella, che portano a cintola, un'ampolla piena
di acqua odorifera, con la quale aspergono il viso e la barba di
quelli che hanno dato qualche soldo." Questa usanza viene
tuttora continuata in Turchia, come segno di ospitalità,
soprattutto nelle case, ma anche nei ristoranti, negli alberghi e
nei negozi, dove colui che entra è considerato innanzi tutto un
ospite ed amico; come profumo, versato sulle mani, si usa
soprattutto una fresca essenza di limone.
Il de Nicolai riferisce anche che molti di questi haggi,
cioè pellegrini de La Mecca, una volta ritornati e sempre solo per
devozione e per voto, "...tengono
davanti a casa loro gran vasi di marmore pieni d'acqua e
coperti...e sotto alla pancia di quelli è una fontanella d'ottone
per trar acqua, con una gran tazza o cucchiero, attaccato ad essa
con una picciola catena di ferro, affine che ogniuno vi possa
bere...o lavarsi, andando alla moschea."
I saccasu odierni, tuttora riuniti in associazione,
spesso, specie nelle grandi città, vestono con stupendi costumi
ottocenteschi, di color rosso bordati d'oro, con strette brache,
gilè, ghette, camicia bianca a sbuffi ed indossano un berrettuccio
simile al fez macedone, ma senza nappa, pure esso rosso con
decorazioni in oro, mentre gli "otricoli
di cuoio" si sono trasformati in enormi bocce di metallo
lavorato e decorato con motivi floreali, pesanti più di cinquanta
chili, che i moderni acquaioli portano su una spalla ed inclinano
con maestria, per spillare, dall'alto del beccuccio, con
precisione e direttamente al centro dei minuscoli bicchieri, grazie
ad un energico ma sapiente e misurato movimento della spalla, il
fresco e corroborante liquido, che oggi non è più costituito da
sola acqua, ma anche da succo d'uva, o di lampone o di mirtillo.
Sono scomparse però le pietruzze di calcedonio e lapislazzuli...e
anche lo specchio...per l'esame di coscienza!
Alla
vita essi cingono una fascia con alcuni gancetti, ai quali sono
appese cinque o sei tazze di vetro o di rame; nella nostra epoca
l'igiene conta certamente più di un tempo (anche purtroppo per
l'accresciuta pericolosità di alcune malattie contagiose),
perciò i venditori d'acqua girano con una seconda brocca pure
essa di rame, con la quale sciacquano, per quel che si può, le
tazze dopo la sorsata di ogni cliente. Siamo nell'epoca della
tecnica, pe rcui è stata ideata persino una particolare cintura
"elettrica", nella quale sono inseriti i bicchieri e che
è percorsa da un flusso
di vapore bollente che sterilizza le tazze in essa contenute Ciò è
veramente un buon segno, in quanto se si studiano dei mezzi per
adeguare questo mestiere alle moderne norme Cee ed Iso e tutte le
altre leggi richieste dalla società
moderna, significa che
la tradizione dell'acquaiolo non morirà presto,nonostante che i bar, i
fast food e le paninoteche
dominino ormai le strade, la vita e le abitudini
di ogni più piccolo paese di Turchia e del Medio-Oriente.
Se il saccasu si
incontra ancora ovunque in Turchia ed in Oriente, una nobile figura
praticamente scomparsa è quella dello scrivano turco, lo Yazagì,
parola che deriva dal verbo turco yazmak,
che significa per l'appunto: "scrivere".

Nelle città e nei Paesi europei dei secoli scorsi, quando
l'analfabetismo era elevato, molti dei ceti minori ricorrevano
all'ausilio dello scrivano, il quale, oltre a quelli, pochi, che
lo facevano per mestiere, era quasi sempre il maestro di scuola, il
parroco, il farmacista o il leguleio; in definitiva, non una persona
ben definita che facesse ciò per professione, ma gente di
buona volontà, che aiutava il miserello che non sapeva leggere e
scrivere, spesso senza richiedere alcun compenso. La missiva che
veniva richiesta riguardava normalmente messaggi a parenti lontani,
o petizioni e richieste a nobili e potenti e poco altro.
Invece in Turchia ed in tutto l'Impero Ottomano la funzione dello
yazagì era ben altra e più complessa. Dobbiamo ricordare che
l'ordinamento giuridico di quella Nazione fu statuito
minuziosamente per la prima volta dal grande Solimano, che oltre ad
essere un conquistatore era anche un uomo di pace e che non per
niente venne chiamato "al-kanuni", il legislatore; le leggi si
rifacevano al diritto giustinianeo ed ai codici ereditati dai
Bizantini: in essi veniva contemplato che ognuno dovesse perorare la
propria causa davanti ai giudici senza l'intermediazione di
avvocati, sia accusatori che difensori, perché l'idea di base era
che nessuno conoscesse i fatti meglio degli interessati e che ogni
persona dotata di ragione era in grado di esporre pienamente le
proprie ragioni. Tale fiducia nelle reali possibilità della mente
umana si dimostrava però spesso fallace e gran parte della gente
non era in grado di difendere in modo efficace i propri interessi.
Ed ecco allora entrare in scena lo yazagì, il cui compito primario
era quello di consigliare nelle cause legali, e solo in un secondo
tempo quello di stendere l'atto accusatorio o di difesa.
Nell'ottocento, gli scrivani, a centinaia, aprivano le loro
bottegucce fuori delle moschee, o nelle vie più frequentate o, in
tempi successivi, accanto ai tribunali, vicino agli uffici statali e
fuori delle stazioni di posta o ferroviarie. Di solito si trattava
di ambienti angusti, ripieni di codici pergamenati, penne, calamai e
fogli di carta, con un panchetto spesso situato in bella vista sulla
strada antistante.
Come ci raccontano i resoconti dell'epoca, non essendo essi dei
giuristi esperti, ma solo persone con una grande esperienza pratica
delle leggi, mantenevano una modestia assoluta, unita a
semplicità e cortesia. Essi dovevano inoltre essere molto
precisi e scrupolosi, "...vista
la pena pronta e gravissima con cui ogni cavillo, ogni raggiro, ogni
maliziosa alterazione o annebbiamento del vero, commessi alla
presenza del giudice, il Kadì, è, dal giudice stesso,
inesorabilmente applicata", come ci racconta quell'esperto
di cose turche che fu il torinese Baratta, vissuto nella prima metà
dell'800.
Con le riforme di Ataturk, negli anni '30, venne radicalmente
modificato anche il codice penale, furono adottati alcuni concetti
della moderna giurisprudenza, mentre venivano introdotte anche le
figure del pubblico accusatore e dell'avvocato difensore; così la
funzione degli scrivani si ridusse alla più modesta arte di
compilare con bei caratteri lettere familiari, o di notizie sulla
salute, o di resoconti della vita quotidiana.
Oggi
che l'alfabetizzazione è diffusa a tutti gli strati della
popolazione, solo in pochi villaggi dell'Anatolia sopravvive
questa meritoria figura, lo yazagì, seduto fuori delle moschee o
degli uffici postali, ed anche nei Paesi dove dominò l'Impero
Ottomano la situazione è cambiata: persino i nomadi dei deserti
giordano e siriano hanno a disposizione dei maestri statali, che
seguono le tribù in movimento, per dare ai bambini,
obbligatoriamente, una istruzione di base. Solo in Iraq ed in pochi
altri Stati, dove tale prassi non è ancora del tutto acquisita, si
possono incontrare alcuni scrivani nelle vie più affollate o presso
i bazar, per dare aiuto proprio ai beduini, che scendono ai mercati
per i loro affari. Il mondo inevitabilmente evolve e forse tra breve
spariranno dal nostro pianeta anche
questi ultimi yazagì, romantici esponenti di un tempo estremamente
remoto, anche se distante da noi solo settant'anni. (GianFranco
Cortelli/pubblicato a Trieste, su "Il Massimiliano",
n° 21, gennaio 2002)
20.05.2004 |