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GianFranco Cortelli
ancora una una volta ci delizia con i suoi resoconti sulle
tradizioni turche. Le congregazioni dei Dervisci con le loro danze
vorticose. L'avvento di Kemal Ataturk.
(Turchia Oggi) -
Numerose
erano le immediate associazioni che la mente dell'erudito
viaggiatore dell'800 (ed ancor prima settecentesco) era portata a
fare alla vista delle parole "Impero
Ottomano": il narghilè ossia la lunga e soporifera pipa ad
acqua; l'hamam con le sue vasche bollenti ed i muscolosi
massaggiatori; il gigantesco eunuco con i baffi ricurvi e la voce
stridula, custode dell'Harem; gli splendidi, languidi ed invitanti
occhi neri delle donne turche; le potenti sultane, le odalische e la
sensuale danza del ventre tra i mille veli, che nascondono le gioie
di un paradiso terreno; la ricurva
tagliente scimitarra con l'impugnatura lavorata in argento
e la lama con iscrizioni arabe; gli spaziosi caravanserragli lungo
tutte le strade dell'Impero; i grandi bazar coperti, stracolmi di
merci preziose e rare; il feroce e crudele giannizzero; moschee e
minareti svettanti; i lustrascarpe con i loro panchetti decorati in
luccicante ottone; gli alti ed elaborati turbanti arricchiti di
diademi, pennacchi e pietre preziose e dai diversi colori a seconda
del gradino gerarchico e dell'autorità della testa che
ricoprivano; oppure, più tardi, il semplice fez rosso bordeaux con
quella singolare nappa nera; l'imponente epa e la potenza dei
Visir; le torture ed il taglio della testa con la spada, affinché l'anima
non potesse salire al cielo attraverso la bocca, e ancora il
comodissimo sistema di far sparire le adultere o i nemici scomodi
gettandoli nel
Bosforo, chiusi dentro un sacco, legato con un filo d'argento o di
seta, se il personaggio era importante e nobile (grande onore e
scarsa consolazione!); le congregazioni dei Dervisci
con le loro danze vorticose; gli orsi ammaestrati, che ballano sulla
strada; gli eruditi scrivani ambulanti; la mezzaluna degli stendardi
di guerra dei Sultani; la bandiera verde del Profeta; le brache
arricciate al ginocchio per meglio poter andare a cammello; e l'elenco
di questo turbinio mentale potrebbe ancora allungarsi a seconda
della fantasia di ognuno. Ma in questo grande teatro, al nostro
erudito si apriva anche un caotico sipario di romantici ruderi, che
spaziavano dall'Acropoli ad Efeso e Pergamo, dalle piramidi a
Damasco ed Antiochia, da Gerusalemme a Baghdad e Babilonia. Ed
allora il pensiero tumultuoso ed appassionato del viaggiatore,
spesso scrittore, tendeva a mescolare millenni di storia con la
leggenda profana e gli avvenimenti sacri alle grandi religioni:
mito, fede, letteratura e storia turbavano fino alla commozione l'animo
romantico, dal quale scaturivano tutti insieme il Santo Sepolcro e
la Ka'ba, l'Olimpo ed il tempio di Diana efesina, Simbab il
marinaio e Ali Babà, Troia con il suo cavallo e le mura di
Babilonia, il feroce Saladino ed il fervente Mosè, Califfi,
Crociati e pirati saraceni del "mamma li turchi", il pio Noè ed
il suo monte Ararat, le piramidi ed il tempio del Sole a Baalbech,
Alessandro Magno e Solimano il Magnifico.
Questa grottesca commedia sfocia, lungo tutto il '700, nelle molte
imitazioni delle "Mille e
una notte", tutte di immediato e fugace successo, dai titoli
volutamente non camuffati, del tipo "Mille
ed un giorno" di de la Croix figlio (1710), "Mille
e un quarto d'ora" di Gueulette (1712), "Mille
e un favore" di Moncrif (1751), "Mille
e una sera" nuovamente di Gueulette (1765), tanto per citarne
alcune. Le turcherie vanno di moda, ma anche le grecherie e, dopo le
imprese africane di Napoleone, si affermano
anche le egizierie. Cosicché non solo monarchi, baroni e
cavalieri, ma anche letterati, artisti e ricchi mercanti, dopo le
sale in stile pompeiano, abbelliscono ora le loro dimore con la
stanza da fumo turca, oppure con quella da musica egittizzante; nei
parchi delle ville si innalzano fasulli tempietti, finte rovine,
rocchi di colonne scanalate, un vasto campionario di statue di
divinità pagane e di obelischi con iscrizioni di fantasia, che
però imitano molto bene i geroglifici egizi. Agli occhi dei nostri
predecessori l'immagine della Turchia e del suo Impero appariva
affascinante e grandiosa, ma quella del Turco, al contrario,
rispecchiava a volte un individuo truce e fanatico, feroce e
barbaro, silenzioso e scontroso; oh potenza del ricordo umiliante
delle Crociate e del terrore dell'assedio di Vienna! Cosicché,
più o meno sulla stessa falsariga (elogio e stupore dei
lussi della Sublime Porta ed atteggiamento scostante,
critico, o supponente verso la gente turca, certo!, con molte eccezioni), ci sono
pervenute le
relazioni di
letterati e di
spiriti avventurosi,
che hanno intrapreso,
nei due secoli considerati, il faticoso e rischioso viaggio per mare
o per terra, spesso in solitario o in piccole carovane, dove non
mancava mai il dragomanno (il moderno interprete), verso
Costantinopoli e l'Anatolia.
Attorno al 1740, viaggiarono e scrissero
il polacco Jan
Potocki e
l'Abate Casti,
e negli stessi
anni una
visita a
Costantinopoli la fece anche il raffinato Giacomo Casanova, che
però racconta di come egli, grande conquistatore di cuori
femminili, subì pur tuttavia una beffa da parte di una bella dama
turca; anche alcune donne intraprendevano il viaggio e una di queste
ci ha lasciato le sue impressioni su questo favoloso Paese: si
tratta di Lady Mary Wortley Montagu, moglie dell'Ambasciatore d'Inghilterra
presso la Sublime Porta, che, verso il 1718, nel suo racconto
esprime tutta la sua ammirazione per la Sultana, che la onorò di
una visita privata, descrivendola come una donna raffinata
e colta.
Cronache utilissime
per conoscere
la vita
di Corte
e della
città, sono
contenute nei
diari del
conte Helmut
von Moltke
il vincitore
della guerra franco-prussiana, il quale, ancora giovane capitano,
per alcuni anni, attorno il 1837, rivestì l'incarico di
consigliere militare del Sultano. Uno degli esponenti principali del
romanticismo francese, Gerard de Nerval, trasse dal suo soggiorno di
un anno a Costantinopoli nel 1843, una descrizione
minuziosa degli aspetti più caratteristici della città e della
sua popolazione; un altro storico inglese, Alexander William
Kinglake, ci ha lasciato, oltre il monumentale resoconto sulla
guerra di Crimea, anche
un'operetta su una sua visita in Turchia, proprio nel 1844, l'anno
della peste a Istambul. Ed ancora, verso il 1850, sempre in
coincidenza con la guerra di Crimea, diede alle stampe un
gustosissimo resoconto di una sua visita,
il poeta e pensatore Theophile Gautier, in concomitanza con
un'altra piacevolissima opera del viceconsole britannico a
Costintinopoli, Eustace Grenville Murray. L'elenco può continuare
ancora con una corposa opera del nostro Edmondo de Amicis,
pubblicata a Milano nel 1878, che con espressioni snelle e stile
giornalistico descrive minuziosamente tutti gli aspetti
più peculiari della città e dei suoi abitanti. Circa negli
stessi anni in Francia esce l'articolo di uno corrispondente del
"Figarò": Edmond About, che nel 1883 compì il viaggio
inaugurale sull'Orient Express, il favoloso treno che in soli
tredici giorni copriva il tragitto fra Strasburgo e Costantinopoli;
per allora era un tempo davvero record. Le cronache dell'800
terminano con Pierre Loti, il più grande innamorato della Turchia
ed in particolare di Costantinopoli, il quale compose innumerevoli
romanzi spesso ambientati in questa sua Patria di elezione, dopo
aver viaggiato per tutto l'Oriente: era stato infatti capitano di
marina, prima di dedicarsi alle fatiche della penna.
Ma cosa rimane oggi di tutto questo immaginario fantasioso
nella mente dell'occidentale del duemila? Non più "Impero ottomano" ma la parola "Turchia",
quali pensieri, impressioni, sentimenti evoca oggi? E la Turchia
odierna è veramente così distante dal suo passato o sopravvivono
ancora aspetti e costumi strettamente connessi alla tradizione e
alla sua storia, nonostante la modernizzazione e l'occidentalizzazione
del Paese? Il crollo della Sublime Porta ha ridimensionato il
territorio ed oggi la nazione turca occupa realmente le terre del
popolo delle origini, anche se frammisto a curdi, armeni, greci,
siriani, bulgari e lazi, percui, con la caduta dell'Impero, con un
unico colpo di spugna, sono scomparse le piramidi, Baghdad e la Ka'ba,
Damasco, i deserti e le tende nere dei nomadi, i Califfi e i
Crociati.
L'avvento di
Ataturk, poi, ha fatto il
resto e spariscono
fez e turbanti, gli svolazzi stupendi,
in caratteri arabi,
dei calligrafi ed il velo
dal volto delle donne. Negli anni trenta si diffonde sempre di più
la tecnica; la ferrovia a vapore e le auto uniscono e trasformano il
Paese e nei villaggi dell'altopiano, il carro con i grandi bufali
neri dalle corna ricurve scompare per lasciare posto al frastuono
del trattore. Il
viaggiatore colto che oggi calpesta il suolo dell'Anatolia,
nonostante i suoi studi storici e la conoscenza delle riforme di
Ataturk, stenta a sottrarsi agli stereotipi della cultura europea e
la sua mente è occupata ancora in larga porzione dal ricordo dei
resoconti dei grandi viaggiatori dell'800, che non riesce ad
essere sommerso dalla realtà così mutata. Oggi, cellulari e
computer imperano, il traffico e lo smog, nelle grandi città, sono
al limite di guardia, i sacchetti di plastica, i fast food ed il
peggio dell'Occidente sono di casa. E allora, finalmente, cos'è
rimasto? E' rimasta
la dolce musica, che ovunque si espande nelle case e per le strade,
l'amore per i profumi e le essenze, nell'aria gli aromi del
caffè e del fumo del narghilè, il piacere rilassante dell'hamam
con le quattro
chiacchiere ed il tè con
gli amici; sono rimasti i parchi, dove si gioca a tabla e si passeggia con l'andatura lenta, senza fretta, con il
piacere dell'incontro; sono rimasti, per le strade delle città, i
famelici e festosi cani, decantati da de Amicis; permane una sorta
di piacere della contrattazione e del lavoro (da non confondersi con il "bisogno"
del lavoro, che può coesistere,
ma non
ne soffoca il piacere), che
permette di trovare mercati e bazar aperti a tutte le ore;
si ritrova
ancora l'estrema
ospitalità e
cortesia, perché
nel turco
è rimasto
l'entusiasmo infantile, con il suo spirito curioso e privo di diffidenza.
Alla fine, è rimasto tutto ciò che fa parte della natura più
profondamente radicata di questa gente: tutto il resto erano
orpelli, prima ottomani, poi rivoluzionari e repubblicani; persino l'Islam,
nonostante il Sultano fosse "l'ombra di Allah in terra",
rimane un orpello: mille bellissime moschee, mille svettanti
minareti, molta religiosità, ma uno Stato laico, senza fanatismi,
in una terra dove tuttora brillano due dei più alti fari della
spiritualità Sufi: il Mevlana e Haci Bektas, fondatori di due
ordini di Dervisci, e le cui città di origine sono meta di
ininterrotti pellegrinaggi da ogni parte del mondo islamico.
Della
visione ottocentesca rimangono poi le rovine antiche, tante e di
più, rispetto a quel tempo, per le numerosissime missioni
archeologiche che lavorano oggi in Turchia e per la nuova concezione
dello Stato attuale, che rispecchia l'orgoglio diffuso delle
gloriose origini. Così frotte di turisti, fruitori del "tutto
compreso", si ammassano sui gradoni dei teatri antichi e passano
frettolosi sulle strade romane, bizantine, selgiukidi ed ottomane,
che congiunsero mille città, per "svagarsi" poi sulle splendide
sabbie della lunghissima costa, che circonda da tre parti questo
straordinario ed incantato paese. D'altra parte il fenomeno del
turismo di massa era già iniziato alla fine del XIX secolo,
interferendo sulle avventurose peregrinazioni individuali e, come
diceva lo scrittore Guadalupi, in quel tempo "...cominciano
ad elevarsi i lamenti di chi non può più celebrare in solitudine
il rito della Contemplazione del Monumento". (GianFranco
Cortelli/Il Massimiliano
n.20 ottobre 2001)
27.05.2004
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