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Studio di Moni Ovadia. Dire chi sia il Maestro
ci pare superfluo. Ci ricorda un po’ quello che rispose George Sand ad
uno di quei noiosi aristocratici che frequentavano i salotti della Parigi
musicale attorno al 1840 e che a tutti i costi voleva presentarle Franz
Liszt: "Non ce n’è bisogno, sappiamo chi è". Ecco, sappiamo
chi è Ovadia, i suoi successi e la sua enorme cultura. Partiamo dunque
subito con l’intervista. La prima domanda che rivolgiamo ad Ovadia è d’obbligo:
cosa la Turchia rappresenta per lui e che cosa ha rappresentato per la sua
famiglia.
"Per gli ebrei la Turchia ha rappresentato terra di accoglienza.
Questo è un fatto assodato, a prescindere da altre considerazioni. Gli
ebrei sono stati accolti dall’Impero ottomano ricevendo il
riconoscimento di cittadini a tutti gli effetti. A Salonicco addirittura
potevano festeggiare il sabato. Fino a questo punto. Sotto gli ottomani
gli ebrei hanno goduto di relativa tranquillità. Come sempre per tutte le
cose, per fare una disamina bisognerebbe però entrare nei dettagli
storici. Sicuramente ci saranno stati problemi ma l’orientamento
principale per l’ottomano era quello della tolleranza verso gli ebrei….".
I suoi nonni, se non si va errati, erano di Smirne?
"Esatto. Mio padre parlava un eccellente turco. Lo
chiamavano il <latino> dei
Balcani. Diciamo che profumi ed
umori della Turchia hanno impollinato la microcultura della casa, le
parole, la cucina soprattutto, anche certi gesti e certi modi .Del resto i
turchi, dove sono stati, hanno lasciato traccia…".
Perché la cucina?
"Perché è straordinaria, una delle più
raffinate cucine del mondo".
Lei, Maestro, parla della Turchia quasi ammirato?
"Cosa devo dire? Immediatamente si riconosce e ci
si immedesima nella sua atmosfera. Io, ad esempio, ho studiato e parlo
abbastanza bene il greco moderno. Posso pertanto affermare che il greco
moderno è pieno di turchismi. Credo che un giorno dovrò studiare anche
il turco. Mi viene da pensare a mio padre quando si esprimeva in questa
lingua".
Parliamo un attimo di teatro. Esiste oggi un teatro
turco, come espressione moderna, ma anche come mix con l’antico?
"Personalmente non ho avuto modo di avere contatti
diretti. Posso solo dire che l’influenza della musica turca sulla musica
del Mediterraneo è evidentissima. Sono convinto che quanto c’è di
buono deve emergere, ed emergerà prepotentemente, nel momento in cui si
scioglieranno alcuni nodi che sono storico-politici. Ritengo tra l’altro
che il riavvicinamento recente tra la Turchia e la Grecia sia un
momento particolarmente importante.Un risultato tra i più proficui fin
qui raggiunti, specie se si riflette al contesto di una area geografica,
delicatissima dal punto di vista strategico, ma al tempo stesso piena di
aspettative culturali. Io ho una piccola teoria…".
La esponga.
"La battaglia di Lepanto è stata un disastro…".
Il motivo?
"Non
sto qui a giudicare la storia perché sarebbe stupido e potrebbe anche
essere superficiale se non si approfondisce il discorso. Ma la cesura che
c’è stata tra l’uno e l’altro mondo invece di quello scambio…..Prendiamo
la Spagna moresca. I contributi delle fedi, delle culture: là dove si
incontrano generano meraviglie, dove si separano generano odio. Sono
convinto che il contributo della presenza ottomana darà i suoi profitti,
non nei termini di quello che è stato il dominio politico-egemonico,
bensì in quello che è dato dalla cultura, dai modi di essere, dalla
capacità di rapportarsi agli altri. Naturale che, essendo stato quello
ottomano un grande Impero, se ha avuto aspetti positivi si è portato pure
dietro conseguenze dolorose. Sfortunatamente io non ho contatti con la
cultura turca. Vede, sono un outsider. E sono anche un ebreo sefardita che
si è occupato prevalentemente di cultura askenazita. Però di recente ho
maturato una sorta di viaggio pure nella cultura sefardita (più si è
vicini, più è difficile lavorarci). Sotto forma di spettacolo,
prevederà anche il rapporto con la Turchia. Un piccolissimo, primo
assaggio. Ospite di un gruppo di musica antica che si chiama <Teatrum
strumentorum>, sto tenendo un concerto delle tre religioni in cui –
oltre a cantare tre canzoni sefardite – canto anche un pezzettino di una
canzone turca (<Mentre vado a Uskudar>) . E’ stata inserita nel
repertorio. E’ una canzone famosissima, ce ne sono versioni in tutte le
lingue".
Cittadino del mondo, come mai ha scelto l’Italia come luogo stabile di
vita?
"Io non ho scelto l’Italia ma sono precipitato
in Italia giaccé eravamo cittadini italiani. La storia della mia famiglia
è lunga. Gli ebrei safarditi espulsi dalla Spagna vagarono nel bacino
mediterraneo, trovando accoglienza in Italia, in nord-africa, nell’impero
ottomano. Credo che la mia famiglia sia approdata dapprima in Italia e
successivamente sia andata in Turchia mantenendo però una sorta di status
italico che poi si è trasformata in cittadinanza vera e propria. Forse
nella Repubblica veneta. Il nome Ovadia, infatti, è annoverato tra i nomi
ebraico-veneti".
In quale espressione si trova meglio a suo agio, lei che è uomo d’arte
e di spettacolo completo?
"Da sempre mi batto contro i generi. Credo che la
divisione in generi, che pure ha dato risultati sul piano della cultura
espressiva, sia comunque qualcosa di inaccettabile come ideologia. Mi
spiego. Uno può anche praticare un genere, ma dire: o fai questo o
fai quello, è inaccettabile. Un vecchio ebreo egiziano, mio
agopuntore più di trenta anni fa, di nome Coen, in un momento in cui io
preso dalle passioni politiche ero solito dire o questo o quello,
una volta sorridendo mi chiese: <Perché signor Ovadia dice sempre o
questo o quello? Qualche volta è possibile e questo e
quello>. Allora io pratico e questo e quello, teatro e
musica, gesto, come pure movimento e canto. Solo che il motore principale
rimane sempre il suono. Anche la lingua è suono; quella parte della
lingua – intendo - che sempre più viene scotomizzata, quella che è la
dimensione sonora e che rende una lingua completa. Togliere il suono ad
una lingua è come toglierle l’anima. Oggi, purtroppo, sono tutte lingue
standardizzate che non comunicano più. Come l’inglese. Non si può
negare che non sia una lingua molto bella ma,una volta che sia
standardizzata, diventa una lingua orribile, oserei dire ripugnante. Lo
stesso discorso vale per l’italiano, o meglio per quella lingua mediocre
e vile che si ripiega su espressioni ridondanti del <devo dire>.
Bella giornata, devo dire. Piove, devo dire. Siamo di fronte
ad una cultura che tende a ridurre l’uomo in consumatore e
produttore".
Colpa magari della riforma della scuola che non è stata una riforma e
neppure controriforma.
"Il problema è dare di più, non togliere. E’
come il delirio di quei sistemi libertici che si sono chiamati <socialismo>.
Io che sono spiritualmente un uomo di sinistra trovo che sia lo
stesso meccanismo di quel tipo di regime che disse: <vogliamo le
libertà formali a favore di una libertà più grande>. Non ci fu né l’una
né l’altra. Sempre, e questo e quello. Grazie! Le
libertà formali non bastano, però per il momento tenetecele, in attesa
di meglio".
Che importanza il Maestro Ovadia dà alla parola? E ha valore la parola,
in un momento di così alta tecnologia?
"La parola è importantissima. Quello che è
importante, è saper distinguere tra la parola ed il vaniloquio. L’uso
improprio della parola la uccide. La parola allora non è più parola ma
un rumore di fondo. La parola è tutto, assolutamente tutto. Lei sa cosa
significa <abracadabra?>. Viene dall’aramaico <avarà,
devevarà, mentre parlo creo>. In altri termini, la parola è un gesto
di responsabilità che produce conseguenze. Ha ragione Nanni Moretti
quando afferma che le parole sono importanti. I nostri Maestri, che hanno
anticipato Moretti di qualche millennio, affermavano: <Quando una
parola esce dalla tue labbra è dissigillata, è sotto la tua
responsabilità>".
Quali programmi per l’immediato futuro?
"Ne
ho tanti e molte mie personali ambizioni. Ho in mente una operina
sul mondo dell’ebraismo est-europeo ispirato alla figura di un
lattivendolo da cui è stato tratto anche il musical <Il
violinista sul tetto>. Ma io non voglio fare il musical che è un
mestiere molto brillante degli americani e nel quale sono
assolutamente imbattibili. Voglio una forma di operina, tutta
musicale, alla mia maniera <tastando i materiali> e dove anche
il parlato sarà cantato. E ho poi anche un grande progetto, sulla
musicalità ebraico-ispanica della mia famiglia sefardita. Lo farò
con un gruppo misto di artisti italiani, slavi e arabi". |
Maestro Ovadia, un ebreo, Norman
Finkelstein, docente di teoria
politica alla New York University, figlio di due sopravvissuti ai campi di
Auschwitz e Maidanek, in un suo libro dal titolo <L’industria dell’Olocausto>
parla di mistifazione e di sfruttamento della Shoah. Cosa risponde?
"Che
c’è qualcuno che ha bisogno di farsi conoscere. Basta fare un po’ di
scandalo. Cosa vuole, l’uomo è uomo. Ci sono esagerazioni ed
enfatizzazioni, ma è inutile che Finkelstein ci provi: la civiltà umana
- ivi compresa quella che si crede immune dal fallimento, la Occidentale
– è fallita ad Auschwitz. A questo punto non è un problema dei numeri.
Ognuno si assuma la responsabilità di quello che dice e di quello che fa.
Bene! Finkelstein si assume la sua responsabilità, di quello che dice.
Più avanti vedremo se aveva ragione o torto. Il problema della Shoah è
quello che è. Rimane un assoluto punto di non ritorno. La Shoah è il
diluvio universale della nostra epoca, la Shoah ci chiede solo una cosa:
di fondare un nuovo patto tra gli uomini basato sulla non violenza. Noi
ricordiamo la Shoah per il futuro, non per il passato. Esagerano…è
vero. Può darsi che qualcuno strumentalizzi, non lo so. Alle volte
vengono da me alcune persone che mi chiedono se, con le storielline sugli
ebrei, non avvalli forse…Cosa devo rispondere? Rispondo che io non sono
responsabile per gli altri, lo sono di me stesso. Se qualcuno interpreta
le mie parole distorcendole - causa una sua incultura o
strumentalizzazione o perché un prezzolato - non è una mia
responsabilità. Altrimenti dovremmo stare zitti e non dire niente…".
Parlava della Shoah…
"La Shoah è il fenomeno più indagato dalla
storiografia e dalla storia. I dati sono a disposizione di tutti. E’
ovvio che ci siano emozioni, talmente forti e con un tale gravame, che
caricate sulla Shoah portano a ridondanze. Se Finkelstein deve criticare
certe persone faccia nomi e cognomi. Ma tutto questo non cambia la natura
del fenomeno Shoah. La civiltà occidentale ha permesso, in una delle
nazioni più civili dell’Europa, che si consumasse l’Olocausto. Tra la
più grande indifferenza. Uno sterminio di milioni di innocenti, tra i
quali non solo ebrei ma zingari, omosessuali,i menomati, Testimoni di
Geova, comunisti, socialisti".
Si assiste In Europa a rinnovati rigurgiti razziali. Il seme dell’odio
può riportare in vita i fantasmi del passato?
"Che la Shoah sia stata così indagata e così
chiacchierata, ma non sia stata metabolizzata, lo dimostra l’ex
Jugoslavia; lo dimostra l’intolleranza nei confronti dei rom che
rappresentano una alterità radicale verso la quale si usa solo la
spazzatura del pensiero. Cioè: calunnia e pregiudizio. Nessuno è
disposto a confrontarsi seriamente con i Rom e capire, seriamente, i loro
problemi. Si dice: ma gli zingari non rispettano le regole. Perché gli
italiani rispettano le regole? Basta scendere nelle strade. E’ pieno di
criminali. Sì, ci sono centinaia di migliaia di italiani che hanno un
atteggiamento criminale. Il fatto che non ammazzino è puramente un
caso.Sugli uni grava un pregiudizio, sugli altri no. Questo è un
Paese dove una forte percentuale della sua popolazione non ama le regole.
Con ciò si vuol significare che gli italiani sono tutti criminali? Ma
quando mai! L’Italia è piena di galantuomini che rispettano le regole.
Ripeto, calunnia e pregiudizio sono la spazzatura del pensiero, l’arma
che uccide".
Si riferisce ad Haider?
"Certo. Haider ne è una testimonianza. Questo
giulivo insegnante di sci che viene e comincia a farneticare di
sovrapopolazione di stranieri. L’Europa occidentale deve starsene zitta
e basta, per i crimini che ha sulle spalle. Mi chiedo e chiedo: chi è che
ha fatto saltare l’equilibrio di società che avevano altri sistemi in
via di sviluppo se non il colonialismo occidentale? Questi a cui
assistiamo non sono altro che gli interessi di ritorno di quello che ha
voluto il colonialismo. Ed ancora: chi è che ha imposto il modello
omologato di società consumistica nel mondo? Sono stati forse gli
africani? Chi è che vuole globalizzare il mondo? Ora io dico: un
galantuomo, un vero essere umano, è quello che si assume le
responsabilità delle proprie azioni. Invece questa civiltà occidentale
non si rende conto che quello che avviene in questo mondo è anche sua
responsabilità e quindi deve comportarsi di conseguenza. Ad
Haider doveva persino essere impedito di parlare. Non fisicamente,
intendiamoci. Ma una civiltà che usciva dalla Shoah doveva solo dire:
<Va bene, va bene, Joerk.. Ma adesso hai stufato con le tue
scempiaggini. Adesso vai nei tuoi campi di sci>. Mi hanno
chiesto se Haider mi fa paura. Assolutamente no. Mi fanno schifo i suoi
elettori…".
Proprio così, schifo?
Sì, letteralmente schifo.
Rispetto le scelte di tutti. Un uomo che vive rispettoso ha il mio
totale rispetto. Ma se quello stesso uomo, per difendere uno standard di
società o per presumere di difenderlo, è disposto di nuovo ad avvelenare
con ideologie prima, con vessazioni poi, altri essere umani, allora
questo non lo si può permettere. La prossima volta non è da Haider che
andremo, ma da quelli che lo hanno messo al potere.Un uomo perbene deve
dire: sì, sono di destra, sono di sinistra ma c’è un limite che non
posso valicare; come essere umano che rispetta gli altri esseri umani.
Non per nulla abbiamo firmato la Convenzione dell’Aja. Personalmente io
mi confronto con qualsiasi idea politica. Penso a Chirac quando era
presidente della Repubblica. Sarei stato suo avversario, ma mi sarei
levato il cappello. Chirac, un uomo che sapeva quali fossero i confini
della democrazia, minimo comune denominatore. Non per nulla è stato
quello più intransigente con Haider ed è stato pure colui cha ha fatto
processare Papon. Non era il socialista Mitterand, che pure fece fare i
conti alla Francia con la cattiva coscienza di Vichy. E' stato Chirac,
mi levo tanto di cappello.
Cosa si augura, a questo proposito?
"Come uomo di sinistra mi auguro di potermi
confrontare con questi conservatori perché abbiamo bisogno di opinioni
diverse. Per amor del cielo, abbiamo visto che cosa fanno le dittature! Ma
c’è un limite. Se lo si valica, cadiamo nel razzismo, nell’intolleranza,
nell’odio e nei suoi frutti avvelenati. E’ sufficiente volgere lo
sguardo verso l’ex Jugoslavia. Quando cominciano le parole di morte, il
sangue scorre a fiumi. Voglio aggiungere una cosa: Haider è un potenziale
sanguinario…".
Parole forti le sue, Maestro.
"E’ quello che penso. Non vedo perché debba
essere ricevuto con gli onori. C’è qualcosa per cui debbano essere
assolte le SS? Le SS fatte di volontari che giuravano di fare a pezzi
donne, uomini e bambini? Non c’è discorso da fare, non c’è
revisionismo che tenga. Il discorso è chiuso per chi ha pudore. Chi lo
riapre ha un solo scopo, ricominciare daccapo".
Maestro, crede in questa Europa?
"Risponderò prendendo a prestito la battuta di un
cabarettista milanese che ritengo una delle più calzanti. Diceva così:
<Mi domandano spesso se credo in Dio. Credere è una parola
un po’ forte, diciamo che lo stimo>. Allora! Io stimo il
progetto Europa Unita, lo credo unico nel suo genere come credo che
dovremo spazzare immediatamente qualsiasi resistenza ad una l’UE
politica".
Mi dia un paio di ragioni.
"Per la forza economica e confrontarci così con
gli altri colossi; perché l’Europa dalla divisione ha già avuto troppo
sangue per titubare ancora. Auspico che le generazioni future vivano in un
mondo dove ciascuno abbia la propria identità ma dove, altresì, questa
identità sia intesa come arricchimento verso un progetto unico che sta
dietro a qualsiasi etica degna di questa parola: la fratellanza
universale".
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dicembre 2007) |
(Veronica
Incagliati) |
BIOGRAFIA
 Moni
Ovadia
nasce a
Plovdiv in Bulgaria nel 1946, da una famiglia ebraica. Studia a Milano
dove si laurea in Scienze Politiche e incomincia la sua attività
artistica come cantante e musicista nel gruppo dell' Almanacco Popolare
sotto la guida dell'etnomusicologo Roberto Leydi.
Il lavoro teatrale vero e proprio inizia nel 1984 quando avvia una serie
di collaborazioni con numerose personalità teatrali tra cui Pier'Alli,
Bolek Polivka, Tadeusz Kantor, Giorgio Marini, Franco Parenti.
Nel '90 fonda la TheaterOrchestra e inizia a lavorare stabilmente con il
CRT Artificio di Milano che produce lo spettacolo Golem messo in scena con
la collaborazione di Daniele Abbado. Dopo il debutto al Petruzzelli di
Bari viene presentato con successo a Milano, Roma, Berlino, Parigi e New
York.
Ma è con Oylem Goylem, una creazione di teatro musicale in forma di
cabaret, che Ovadia si impone all'attenzione del grande pubblico. Sempre
con Mara Cantoni dà vita nel gennaio del l995 a Dybbuk, spettacolo sulla
Shoah che viene accolto come uno degli eventi più importanti della
stagione teatrale.
Nel 1994 inizia il sodalizio artistico con Roberto Andò debuttando
nell'opera multimediale Frammenti sull'Apocalisse di Daniele Abbado,
Nicola Sani e dello stesso Andò presentato al Palazzo dei Diamanti di
Ferrara, e in forma di spettacolo al Festival Roma Europa nel giugno 1995.
Nel febbraio 1995 nasce Diario ironico dall'esilio scritto a due mani con
Roberto Andò e coprodotto dal Teatro Biondo Stabile di Palermo. Partecipa
insieme all'attore tedesco Bruno Ganz al primo lungometraggio di Andò
Diario senza date (Diary with no dates), presentato alla 51° Mostra del
Cinema di Venezia nella sezione Finestra sulle immagini. Da non
dimenticare nell'89 Progetto Ritsos Delfi Cantata, ispirato al poeta greco
Ghiannis Ritsos con le musiche di Piero Milesi e ripreso nel 1994 in una
nuova edizione per Suoni e Visioni. Per le Orestiadi di Gibellina del
1993, a memoria del venticinquennale del terremoto che distrusse la valle
del Belice, costruisce con la collaborazione di Studio Azzurro e le
musiche di Alfredo Lacosegliaz Ultima forma di libertà, il silenzio
ambientato sull'inquietante scenario del Cretto di Burri. Sempre per il
Festival di Gibellina del 1996 presenta lo spettacolo evento Pallida madre
tenera sorella con la regia di Piero Maccarinelli. Nel 1997 mette in scena
Il caso Kafka, scritto a quattro mani con Roberto Andò e diretto dallo
stesso Andò. Realizza poi, di nuovo come regista, nel 1998 Mame, Mamele,
Mama, Mame, Mamma, Mamà, spettacolo che è tutt'ora in tournée in
Italia.
Per il cinema presta il suo volto partecipando a Caro Diario di Nanni
Moretti e, con il ruolo di coprotagonista a Facciamo Paradiso di Mario
Monicelli. Grande successo la serie radiofonica per RAI 2 nella primavera
del 1994 Note Spettinate, di cui anche conduttore, rinnovando la
collaborazione con Mara Cantoni.
Nel luglio '95 gli viene conferito dal sindaco di Firenze il "Sigillo
per la pace".
Premio speciale UBU 1996 per la sperimentazioni su teatro e musica.
Sempre nel 1996 pubblica per Bompiani il libro "Perchè no?" che
entra nelle classifiche dei libri più venduti. Nel 1998 sono stati
pubblicati l'autobiografia "Speriamo che tenga" (Mondadori) e
l'antologia "L'ebreo che ride" (Einaudi). Nel 2000 sempre per
Einaudi esce l’abbinamento editoriale libro e CD dello spettacolo
"Ballata di fine millennio".
Regista acclamato nel Rossini Opera
Festival in un paio di edizioni, Ovadia in questi ultimi anni è stato
ospite gradevolissimo in numerosi teatri italiani ed esteri.
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