Storia

Il "caso Armenia" è sempre all’ordine del giorno. Il fatto che la risoluzione sul cosiddetto "genocidio" sia stata ritirata negli Stati Uniti in sede di assemblea di Camera di deputati, e che lo stesso sia avvenuto qui in Italia a Montecitorio dove la mozione Pagliarini è stata respinta nei giorni scorsi, non significa che il problema non esista. La realtà è che di Armenia e di Turchia, di armeni e di turchi, di passato e di presente, se ne continua a parlare in ambienti ufficiali e non ufficiali, e purtroppo a sproposito ed in termini che non corrispondono alla verità. Un motivo in più per affrontare questa vicenda ancora una volta, anche a costo di stancare chi ci legge, comunque con quel senso critico che ci aveva insegnato ad avere Benedetto Croce, specie nel momento in cui, spiegava il filosofo abruzzese, si prendono di petto particolari aspetti della storia. Quel senso critico che, a noi pare, non sfuggì certo a Mumtaz Sosyal, ordinario di Diritto alla facoltà di Scienze Politiche presso l’Università di Ankara nonché osservatore nel "processo Orly" che si svolse a Parigi tra il 19 febbraio ed il 2 marzo 1985.

Il fatto. Era il 15 Luglio 1983 quando all’interno dell’aeroporto internazionale parigino - davanti al banco della Turkish Airlines – esplose una bomba. Il bilancio fu di otto morti - di cui 4 francesi, 2 turchi, 2 svedesi e un americano – e sessanta feriti. Due anni dopo il processo, a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica di mezza Europa. Il verdetto della Corte d’Assise di Creteil, di fronte alla quale erano comparsi i responsabili dell’attentato terroristico, non sortì sorprese. I tre imputati, tutti membri dell’Asala (Armata segreta per la liberazione dell’Armenia), furono ritenuti colpevoli. Si trattava di Varoujan Garbidian, Ohannes Semerci e Soner Nayir. Il primo fu condannato all’ergastolo, il secondo a 15 anni di reclusione, il terzo a 10 anni. Nel corso del dibattimento la parte civile, che rappresentava gli interessi delle vittime turche, aveva chiamato sul banco dei testimoni anche il professor Sosyal. Fu proprio questi che, grazie ad una esposizione analitica che gli veniva da una lunga esperienza in fatto di dottrina giuridica, volle chiarire come non esistesse un genocidio armeno e che anzi, parlandone, si sarebbe dovuto precedere sempre quel termine con un altro: <cosiddetto>.

Riportiamo qui di seguito le dichiarazioni, messe a verbale del prof. Sosyal

"Le accuse armene di <genocidio> si riferiscono ad un crimine ben definito, oggetto della <Convenzione per la prevenzione e repressione del crimine di genocidio>. La Convenzione, approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite nella risoluzione del 9 dicembre 1948, entrò in vigore l'11 gennaio 1951. La Turchia fu tra i Paesi che la firmarono e la ratificarono.

La definizione del crimine di genocidio, contenuta nella Convenzione, si basa su tre punti:

1) è necessaria intanto la presenza di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso.

2) questo gruppo deve essere il riferimento di atti od azioni che siano elencati nella Convenzione, quali <l’uccisione del componente di un gruppo>, <il trasferimento forzato di bambini da un gruppo ad un altro>, <la sottomissione dei componenti di un gruppo a condizioni tali da arrivare ad una loro eliminazione fisica>.

3) è necessaria l'intenzione, parziale o totale, di distruggere il gruppo in questione.

Una simile analisi, fondamentale per altro, ci aiuta a distinguere il genocidio da altre forme di crimine. L'omicidio diventa infatti genocidio quando esiste l'intenzione di voler arrivare all’annientamento fisico di una componente a carattere nazionale, etnica, razziale o religiosa; e ciò, semplicemente, perché questa componente appartiene a quel gruppo specifico. Ne deriva che la questione del numero delle vittime assume valenza unicamente quando si ha la certezza che c’era l’intenzione di eliminare un determinato gruppo. Prima di parlare di <genocidio> bisogna pertanto esaminare i fatti oggettivamente e provare di conseguenza se quella intenzione c’era o non c’era".

L’esame dei fatti

"Prendiamo tre momenti storici. Saranno sufficienti per trarne delle conclusioni a fronte delle accuse armene.

Primo momento: comprende gli otto secoli di storia che vanno dall'XI sec. alla seconda metà del XIX secolo. Durante questo lungo periodo, turchi ed armeni dell'Anatolia convissero pacificamente nonostante la differenza di lingua, religione e cultura. Un’armonia tale che non trova riscontro in altre parti e tra altri popoli esistenti a quell’epoca nel mondo. Motivo principale di questa coesistenza pacifica fu la tolleranza verso i molteplici gruppi etnici della quale i turchi avevano fatto la loro politica.

Secondo momento: si riferisce ai fatti verificatisi durante la Prima Guerra Mondiale. Nel 1915 l'Impero Ottomano era impegnato militarmente su due fronti. Da un lato, ad occidente, opponeva resistenza agli attacchi delle Forze Alleate nei Dardanelli, dall’altro, ad Oriente, doveva guardarsi dall'invasione delle Armate russe zariste. L’antefatto, però. E ricordare come, nel corso di tutta la seconda metà del XIX secolo, Mosca era stata tra quelle potenze che - con la scusa di farsi paladine della questione armena - avevano come unico scopo quello di accelerare la disintegrazione dell' <uomo malato>. Perciò, durante il conflitto, i russi si prefissero l’obiettivo di disorientare le linee di difesa ottomane con la creazione nelle retrovie di sacche di disturbo ad opera di ribelli armeni alcuni dei quali scelti proprio all’interno dell’esercito ottomano. Una tale collaborazione, tra i soldati dello zar Nicola ed i ribelli armeni, diventava per i capi di questi ultimi la soluzione ottimale al raggiungimento della loro indipendenza nazionale. Per Costantinopoli si trattava invece di puro e semplice tradimento. Furono giorni brutti, fatti di insurrezioni, di rivolte, di rappresaglie e anche di uccisioni. Dopo un ennesimo ultimatum, il Governo ottomano fu costretto a procedere contro l’insurrezione. Furono presi quindi alcuni provvedimenti. Alcuni immediati, quali il trasferimento dei soldati armeni dalle zone operative a quelle non operative. Fu poi decisa l'evacuazione della popolazione armena nell'Anatolia orientale, l’attuale Siria settentrionale. Si adottarono infine quelle misure necessarie ad assicurare la sicurezza delle truppe e a proteggere i passaggi che servivano ad approvvigionare l'esercito.

Certo, si trattò di un trasferimento doloroso che vide la popolazione armena attraversare zone montagnose e aride in condizioni molto difficili. I mezzi di trasporto scarseggiavano e la gente che veniva trasferita doveva percorrere lunghe distanze a piedi, spesso vittime di tribù che erano sfuggite al controllo dell’ autorità centrale dello Stato. Ad aggravare la situazione ci si misero epidemie e carestie che colpirono sia la popolazione civile che quella militare. Senza dimenticare che, in simili circostanze già pesanti, il colpo di grazia alle volte veniva dal comportamento troppo zelante di alcuni amministratori i quali - per eseguire gli ordini del governo - non si occupavano delle misure da prendere per la protezione delle persone trasferite. In breve, in quella parte dell'Anatolia si stava compiendo una grande tragedia. Solo che si trattava di una tragedia comune a tutte le genti, causata dalla guerra, e che però provocava migliaia di vittime ad ambedue le parti. Ma non era, pur tuttavia, un genocidio. Mancava, per esserlo, l’elemento essenziale identificabile nell’ <intenzione di eliminare>, così come lo si intende nella "Convenzione sulla prevenzione e repressione del crimine del genocidio". Fu, non altro, che la conseguenza del conflitto, di azioni di guerra, di una atmosfera da reazioni armate e di autodifesa peraltro legittime, là dove tutti si stavano ormai rendendo conto che l’Impero che si stava disgregando, minato com’era dal disordine e dalla disorganizzazione. D'altro canto, nessuno dei provvedimenti di cui abbiamo appena accennato fu preso nei conflitti degli armeni lontani dal fronte o che si erano stabiliti nelle grandi città come Costantinopoli e Smirne.

Terzo momento: i buoni rapporti pacifici esistenti fra la popolazione turca e la minoranza armena sono una palese contraddizione con le asserzioni di quanti insistono sul presunto <genocidio>. Ma per comprendere appieno questo assunto si deve, innanzi tutto, prendere in esame le caratteristiche delle ultime tre generazioni di armeni che risiedevano all'estero, e paragonare il loro destino con quello degli armeni della Turchia.

La prima generazione riguarda coloro che furono costretti ad abbandonare l'Impero Ottomano. I parenti di questa generazione coltivarono immediatamente un sentimento di vendetta, dimenticando però che le sofferenze subite altro non erano che la conseguenza per il loro tradimento nei confronti dell'Impero e che comunque a piangere erano stati tanto gli armeni quanto i turchi. Fatto si è che un gruppo di questi armeni misero in atto una serie di attentati terroristici contro funzionari ottomani.

La seconda generazione riguarda coloro che, trasferitisi all’estero, si adattarono al loro nuovo ambiente e alla nuova società che li aveva accolti. Va detto che questa gente seppe distinguersi subito per le doti che aveva, quali la diligenza nel lavoro ed il talento artistico. Meriti che dettero loro popolarità e ricchezza.

La terza generazione è figlia di questa prosperità giacchè, riaffermandosi forte il sentimento di identità nazionale, si volle ancora una volta ricorrere ad atti di violenza. C’era un obiettivo: fare in modo che il passato non fosse dimenticato e bloccare, al tempo stesso, il fenomeno dell’integrazione graduale degli armeni – all’estero - con il nuovo ambiente. La strada più facile era quella del ricorso al terrorismo.

In quanto alla terza generazione di armeni residenti in Turchia, questa non ebbe al contrario alcuna crisi di identità. Aveva, infatti, mezzi e qualità per perpetuare le caratteristiche del loro gruppo etnico, come nei giorni di coesistenza pacifica durante l'Impero Ottomano. Come poteva essere diversamente, considerato che i loro diritti di minoranza religiosa erano garantiti dal Trattato internazionale di Losanna, siglato nel 1923 e di cui l'Italia è firmataria? Si può, pertanto, ben affermare che gli armeni della Turchia non hanno preso parte mai ad atti di violenza, né mai si sono lamentati delle loro condizioni. Continuano a vivere la loro vita, ad essere istruiti nelle scuole armene ed a professare la loro libertà religiosa nelle loro chiese. Ciò nondimeno ci sono persone che continuano a parlare di un <genocidio> per fatti avvenuti ottantacinque anni fa. Perchè? Semplice: dato che il genocidio è <un crimine contro l'umanità>, va da sé che - parlando di genocidio – con facilità si può influenzare l'opinione pubblica mondiale per mobilitarla contro uno Stato, una nazione od un popolo. Oltre tutto il genocidio è un crimine imprescrittibile, un crimine che va comunque punito senza tener conto dell’epoca in cui è stato commesso. Ne consegue che da parte di alcuni circoli si preferisca travisare la storia descrivendo come genocidio una tragedia umana condivisa da due popoli in circostanze di guerra. Ciò però serve loro da pretesto per accusare i turchi e minarne la dignità di fronte all'opinione pubblica mondiale". 

 

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