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(Turchia Oggi) - 28 mar - Tessile
ed abbigliamento. La Turchia è sempre più all'avanguardia. Per saperne
di più, <Turchia Oggi> ha il piacere di riproporre una serie di
articoli apparsi il 7 febbrario scorso sul settimanale italiano di moda
<Fashion>. I testi sono di Elisabetta Fabbri, di Chiara Modini, di
Alessandro Giannotti e di p.o. Ne esce fuori uno spaccato
economico-commerciale che merita di essere assorbito in tutto il suo
insieme, facendo presente che alcuni passaggi - essendo trascorso del
tempo dalla pubblicazione dei testi - potrebbero riportare dati e numeri
diversi da quelli attuali.
 La
Turchia attende con impazienza la data di inizio dei colloqui per il suo
ingresso nell'Unione Europa, che al vertice di Copenhagen ha deciso di
valutare un possibile avvio dei negoziati per la fine del 2004. mentre il
governo di Ankara si prepara all'appuntamento con un ambizioso programma
di riforme politico-economiche, il tessile abbigliamento nazionale - che
muoveva i primi passi negli anni '60 e oggi concentra un quarto del totale
delle aziende turche di maggiore dimensione - cresce a ritmi sempre più
accelerati. A sottolineare questa tendenza, la recente nomina del turco Umut
Oran alla presidenza dell'<Iaf> (International Apparel Federation).
Appena 29enne, Oran è anche presidente della <Turkish Clothing
Association> dal febbraio 2002, membro dell'esecutivo della
<European Apparel and Texile Organisation> e, nella stessa, presidente
della <Europeb Apparel Indutrialist>. Ma per l'industria della moda
italiana l'avanzata della Turchia prefigura opportunità di business o
piuttosto nuovi preoccupanti scenari sul fronte competitività? La verità,
come sempre, sta nel mezzo. L'industria tessile in Turchia è
prevalentemente in mano ai privati ed è costituita per circa l'80% da
aziende di media dimensione. In base ai dati diffusi da <Deik>
(organizzazione non profit che promuove le relazioni economiche della
Turchia all'estero), il settore rappresenta il 10.7% del Prodotto interno
lordo ed impiega circa 5.5 milioni di persone. La Turchia è il quinto
produttore al mondo di cotone e rientra tra i primi dieci Paesi nelle
manifatture di abbigliamento in lana, tappeti, fibre e filati sintetici in
poliestere e in poliammide. Con l'abolizione delle restrizioni commerciali
con l'Unione europea, avvenuta dopo gli accordi doganali siglati nel 1996,
la Turchia è diventata il secondo fornitore di abbigliamento dei paesi
comunitari dopo la Cina e il sesto fornitore dell'Italia. Per quanto
riguarda l'interscambio con il nostro Paese (vedi tabella), dalle
elaborazioni di Smi su dati Istat risulta che, per i primi nove mesi del
2002, le importazioni della Turchia sono scese del 6.7 a 469,860 milioni di
euro, contro un incremento delle esportazioni del 26.2%, corrispondente a
364,550 milioni di euro. In base ai dati forniti dall'Ice di Istanbul,
relativi al periodo gennaio-settembre 2002, al Belpaese è destinato quasi
un quarto delle esportazioni totali del tessile-abbigliamento turco e la
voce più significativa riguarda il cotone (6%).
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CREDITO
Ma le banche?
Secondo
quanto risulta all'Abi, l'unica banca italiana con uno
sportello in Turchia (precisamente a Istanbul) è <Banca di
Roma>. Hanno invece un ufficio di rappresentanza
<Sanpaolo-Imi> (Istanbul), <Montepaschi> (Istanbul) e
<Intesa Bci>, A fine anno <UniCredit> ha acquistato il
50% di <Koc Ginancial Services>, gruppo attivo nei servizi
finanziari (dal bancario al leasing e factoring, dall'asset
management all'investment banking) che controlla
<Locbank>, quinta banca turca con 130 filiali. <New
Europe Desk>, dipartimento di Kfs con personale italiano, segue
le attività commerciali e offre servizi di consulenza agli
operatori locali e alle controparti estere, con particolare
riguardo all'Italia. |
L'Italia invece copre il 12.4% della domanda
turca, prevalentemente incentrata sulle fibre di cotone e di lana.
La giovane industria della moda turca mostra su
più fronti il proprio dinamismo. Non solo presenta infrastrutture all'avanguardia,
ma anche un'elevata professionalità della manodopera. Nel processo
di adattamento ai livelli europei, le principali aziende del settore
hanno ottenuto la certificazione <Iso Alfa 9001>, che
garantisce, a ogni stadio della produzione, livelli di qualità
standard. Alcune aziende non trascurano poi temi quali la sicurezza,
la salute e l'inquinamento e vantano la certificazione <Oeko-tex
Standard 100>. Georges Papa, amministratore unico di <T.d.f>
(società di servizi che nel 2001 ha presentato per la prima volta a
Milano i produttori turchi di abbigliamento e maglieria nell'ambito
del <Turkish Fashion Break>) vede la Turchia come realtà
economica "a metà strada tra Italia e Cina in tutti i sensi"
e definisce la sua cultura industriale e commerciale "più vicina
al modello tedesco che a quello mediterraneo". "Quello
che il Paese sta perdendo in pura competitività economica -
precisa - lo sta guadagnando in qualità e servizi". |
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DESIGN
Italian do it better
Il
colosso turco dei filati in lana <Yunsa> si avvale di due
designer made in Biella, che lavorano in Italia e che concordano
sulla "voglia di imparare" della Turchia.
Sempre del biellese il designer di <Altinyidiz>. Ma per
quanto tempo potrà durare questo felice connubio fra le
manifatture turche e l'italian fashion design? Francesco
Lasorte di <Zegna> conferma che "i creativi
lavorano in Turchia con successo da molti anni: stanno seminando
conoscenze che matureranno appieno nei prossimi 5-10 anni".
Ma siamo proprio sicuri di questo margine? Le associazioni di
categoria turche sembrano molto attive nel supportare i giovani
stilisti nazionali. L'<Istanbul Texile and Apparel
Exporters Associations> (Itkib) sponsorizza fashion show a
New York, Londra e Parigi, appoggia programmi educative e
numerose altre iniziative volte a incoraggiare e a promuovere i
giovani talenti della moda. Dopo il successo di Rifat Ozbek, i
candidati più prossimi alla ribalta si chiamano Hussein
Chalayan, Dice Kayek e Atil Kutoglu. |
Positivo anche il parere di Francesco Lasorte,
general manager della <Ermenegildo Zegna> in Turchia. Il gruppo
Biellese è stato il primo (era il 1990) ed è al momento l'unico
protagonista della moda italiana ad avere un negozio di proprietà
(precisamente ad Istanbul) e una filiale a personale italiano (110
operai) in Turchia. Oggi Zegna distribuisce il proprio marchio anche
in altri quattro punti vendita sul territorio e ha in programma l'apertura
di una boutique in franchising entro quest'anno. "La Turchia
del tessuto-abbigliamento vede nell'Italia un esempio da imitare
- fa sapere La sorte - Molte aziende sono tecnologicamente all'avanguardia
e, per ora, sono frenate soltanto dal fatto che vi è un atteggiamento
di rigidità in Occidente, anche se in diminuzione, e una non corretta
percezione del prodotto turco". La <Ermenegildo
Zegna> produce in Turchia 200.000 camicie all'anno (30% della
produzione totale), destinate ai principali mercati mondiali. Il
fatturato derivante dalle attività in quest'area è di circa 11
milioni di euro e per l'anno in corso le attese sono ottimistiche:
"Il fatturato relativo al mercato turco dovrebbe rivelarsi in
lieve crescita - anticipa La sorte - mentre la produzione
di camicie dovrebbe realizzare un importante incremento".
Ma chi sono i maggiori operatori del settore?
Leader nella produzione di filati in lana e nei tessuti di lana
pettinata, per una capacità di circa 7.5 milioni di metri l'anno e
un giro d'affari atteso per il 2002 di circa 55 milioni di dollari
è la <Yunsa> del gruppo <Sabanci>, colosso industriale e
finanziario della Turchia. Verticalmente integrata, la <Yunsa>
esporta il 90% della propria produzione in 40 Paesi (principalmente in
Europa, Usa, Canada, Giappone, Corea del sud). Le esportazioni in
Italia ammontano a circa 5 milioni di dollari (10% del fatturato
totale. La produzione è tutta localizzata in Turchia,ma i designer
sono in Italia, presso la <Yunsa Italia srl>. <Armani>,
Max Mara>, <Gucci> sono alcuni dei nomi italiani che l'azienda
vanta tra i suoi clienti. Punto di forza della <Yunsa>, a detta
del suo marketing director Abdurrahman Karahatay, è una forte rete
vendita, che segue costantemente la propria clientela e l'estrema
velocità nell'adeguare la produzione alle richieste della domanda
("no limits to our flexibility"). Del gruppo
<Sabanci> anche <Bossa>, integrata verticalmente come
<Yunsa> e specializzata nei filati in cotone e fibre sintetiche
per il casualwear o lo sportwear (soprattutto denim, velluto e
cotone), materia prima di alcuni dei capi a marchio <Diesel>,
<Energy> <Miss Sixty> stando a quanto dice l'azienda.
Specializzati nella manifattura del denim anche <Gap Guneydogu
Teksil>, <Isko> e <Ortanadoglu>. Ma sul pianeta jeans c'è
chi si sta facendo largo con un marchio proprio. Si tratta della
<Mavi Jeans>, dagli anni '70 nella produzione dell'abbigliamento
e dal '91 sul mercato dei blue jeans con l'omonimo marchio. Oggi
sembra spopolare fra le teen ager degli States. Per la produzione di
tessuti di cotone e misti va citata pure la <Akin Teksil>,
società che fa parte della <Akin Holding>, attiva anche nel
settore finanziario. La società, sempre integrata verticalmente, si
distingue nella produzione di pantaloni: oltre 300 capi al mese, per
un fatturato 2002 stimato a 37 milioni di euro. Esporta l'85% della
propria produzione in Europa e annovera fra i propri clienti nomi come
<Zara> e <Dockers>, mentre tra gli italiani l'azienda
cita <Marlboro Classics>, <Dolce & Gabbana> e
<Trussardi>. Focalizzata principalmente nell'home textile e
ready made clothing è invece la <Yesim Tekstil>, che esporta
soprattutto negli Stati Uniti e in Europa ed elenca fra i propri
clienti <Sara Lee>, <Mark &Spencer> e <Nike>.
<Altinyildiz>, un altro dei maggiori operatori nella produzione
i filati in lana e misto lana, è andato oltre l'integrazione
verticale. Dal '97 è entrato nel business della grande
distribuzione con due marchi propri <Network> e <fabbrica>
ed è presente in 31 free standing store in Turchia (anche il loro
designer è italiano!) <Maser Holding>, che produce
abbigliamento esterno e capi di in maglia è arrivata addirittura a
delocalizzare parte della produzione in Bulgaria, dove i costi sono
ancora più bassi di quelli della Turchia. |
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SACE
Quale è il rischio
Nel 2002, l'istituto per i
servizi assicurativi del commercio estero <Sace> di Roma (www.isace.it)
ha totalizzato verso la Turchia impegni per 672.9 milioni di euro (608.4
a medio-lungo termine e 64.5 a breve termine), che riguardano
prevalentemente impianti e macchinari. <Sace> fa rientrare il
Paese il Paese nella classe B (atteggiamento di apertura con
restrizione) con categoria di rischio 6/7 (la categoria di rischio
maggiore è 7/7), grandezza in linea con altre realtà tra le quali l'Azebaijan,
il Kazakistan, il Bangladesh, il Brasile e il Venezuela. |
La produzione tessile in Turchia oggi non consente forti
risparmi di costo, se confrontata con le realtà asiatiche. La manodopera è
di circa il 30% inferiore a quella italiana, mentre i costi energetici sono
pressoché in linea con quelli nazionali. Visti gli attuali progressi in
termini qualitativi, però, il rapporto prezzo/qualità sta raggiungendo
ottimi livelli, preoccupanti perché in grado di far concorrenza al made in
Italy sulle fasce medie del mercato. Per il momento non sembra però il caso
di drammatizzare, visto che in alcuni settori - tra cui il design (vedi
box a lato), i macchinari, l'assistenza tecnica - la Turchia non può
fare a meno dell'Italia. In tutti i casi meglio non dormire sugli allori.
Secondo Papa di T.d.f la Turchia ha raggiunto un ottimo
livello di collaborazione con gli Stati Uniti, la Germania, la Francia e la
Gran Bretagna, ma ha ancora un grosso margine di sviluppo con l'Italia.
"E' perciò un'opportunità da cogliere per partner industriali,
stilisti e distributori", fa notare il manager di T.d.f. Poi
aggiunge: "Lo sanno bene i produttori di macchinari tessili
italiani, per i quali la Turchia è stata in questi ultimi anni uno dei
migliori mercati al mondo". I dati forniti da <Acimit>
confermano infatti la sua tesi: nel 2002 il meccanotessile italiano ha visto
incrementare il fatturato del 60%. Ma non acquistano solo il meccanotessile,
come spiega Karahatay di <Yunsa> "per le nostre collezioni
siamo anche compratori di filati innovativi e mischie realizzati in Italia.
E sono italiani anche alcuni servizi di consulenza tecnica".
E per esportare l'abbigliamento made in Italy? La sorte
di <Zegna> ritiene "inutile cercare di vendere in Turchia un
prodotto privo di forte personalità e/o qualità che invece devono essere
riconosciute internazionalmente". Antonio Mafodda, direttore dell'Ice
di Istanbul, esclude una strategia di penetrazione del mercato locale che
non preveda una presenza stabile e duratura nel tempo. "La Turchia
possiede un'ossatura industriale moderna, a cui hanno dato un grande
contributo l'esperienza e il know-how italiani - afferma - Come
molti Paesi in via di transizione, accanto a realtà ben strutturate
convivono aree di disagio e bisogna fare i conti con normative difficili da
intraprendere, per esempio in campo fiscale". Su questo
punto di debolezza concorda anche Lasorte, che infatti afferma: "Burocrazia
e dogane sono ancora pesanti da gestire".
L'Unione Europea presenterà per il dicembre 2004 un
rapporto sullo stato del processo di riforme e democratizzazione della
Turchia e la data di avvio dei negoziati dipenderà dai risultati di questo
documento. All'appuntamento, però, dieci nuovi membri avranno già
aderito all'Unione (la firma del trattato è prevista per il 16 aprile
2003, mentre l'ingresso formale è in calendario per il maggio 2004) e il
singolo voto di uno di loro (si parla di Cipro che potrebbe entrare anche
solo per la parte greca, in caso di mancata riunificazione con i territori
controllati dalla Turchia), potrebbe bloccare il processo di adesione del
Paese nell'Unione Europea. Non va trascurato però che un ingresso della
Turchia in Europa ha il favore degli Stati Uniti, che hanno da sempre in
Ankara un valido alleato. "La Turchia ha deciso di far parte dell'Europa
ben due secoli fa - afferma il marketing director di <Yunsa> - E'
stata una decisione importante per una nazione che ha le proprie radici nell'Asia
centrale ed è di religione musulmana. Da allora si è impegnata molto nel
proseguire questo obiettivo, accelerando i propri passi con l'instaurazione
di una Repubblica turca. Oggi la maggioranza della popolazione si sente
europea e si considera pronta per un ingresso nell'UE".
Per La sorte l'ingresso nella Comunità Europea
migliorerebbe l'immagine della Turchia, che "per orgoglio storico e
carenze sul piano diplomatico non riesce a mostrarsi all'Europa come
realmente è". Poi precisa: "Dal punto di vista del business,
già adesso non esistono restrizioni commerciali nel tessile-abbigliamento,
quindi non cambierebbe un granché". Quindi conclude: "Le
aziende di produzione italiane devono preoccuparsi della concorrenza turca a
prescindere dall'ingresso o meno in Europa".
In un recente convegno dal titolo "La Turchia cambia
le opportunità del nuovo scenario politico ed economico" organizzato
dalla società di consulenza <Ambrosetti Group> a Milano, Reha
Denemech - membro del Parlamento turco e vicepresidente del partito di
maggioranza Giustizia e Sviluppo (Akp) - ha rassicurato in merito all'impegno
per la stabilità sul fronte macroeconomico e per un rapido avanzamento
delle riforme politiche ed economiche, assunto dal nuovo governo. Tra gli
obiettivi primari, oltre all'ingresso nell'UE, un imponente programma
teso a portare il tasso di crescita dal prodotto interno lordo del paese a
stabilizzarsi attorno al 5% a partire dal 2003 (nel 2001 segnava un -9-4,
mentre nella prima metà del 2002 era stimato al +4.7), una riduzione del
deficit di bilancio al 3% del Pil e un tasso di inflazione in linea con i
criteri di Maastricht (3%) per il 2006-2007 (ai primi di gennaio era al
30%). Ma che dire di un tasso di interesse oggi attorno al 45% e di un
debito estero (il rating sul debito di <Standard & Poor's è B-con
outlook stabile, mentre quello di <Moody's> è B1 con outlook
negativo) che rappresenta il 120% del Pil? Il tasso di disoccupazione 2002,
inoltre, è risultato del 9.9%, mentre il tasso di impiego è del 46.4% (64%
in UE, 75% negli Usa), con 1.24 milioni di occupati nell'età compresa
trai 12 e i 17 anni. Sono numeri che fanno riflettere. E non va trascurato
che l'Europa dei 15 non richiede ad Ankara soltanto riforme strutturali,
ma anche rispetto dei diritti umani e delle libertà civili e politiche.
(servizio di Elisabetta Fabbri per la rivista <Fashion>)
MODA: A QUANDO UNO ZARA TURCO?
 (Turchia
Oggi) - 28 mar - Pietro Balleri è un profondo conoscitore italiano
dell'industria turca del tessile-abbigliamento. "Lavoro con la
Turchia dal 1980 - racconta - In precedenza ero stato dirigente
presso il gruppo Zegna e presso la Gepo, poi ho aperto un buying office ed
è stato allora che un conoscente mi ha parlato di due importanti
produttori turchi di tessuto che volevano iniziare a vendere abbigliamento".
L'amore per l'avventura ha fatto il resto e oggi la <Comab>, la
società fondata da Balleri, ha a Istanbul un ufficio di sette persone che
gestisce i rapporti tra le aziende italiane e i terzisti turchi: tra i
suoi clienti figurano grandi nomi che operano nel segmento medio-alto del
mercato: "Quando arrivai oltre vent'anni fa, la Turchia era molto
diversa - prosegue Balleri - Erano gli anni della rivoluzione
incruenta che a partire dal 1982, ha portato il Paese attraverso la
progressiva liberalizzazione a essere uno Stato moderno ed economicamente
evoluto". I turchi sono musulmani, ma linguisticamente e
culturalmente questo popolo rappresenta un gruppo a sé che non ha nulla a
che vedere con gli altri Paesi islamici. Piuttosto, spiega Balleri, i
turchi sono legati a Stati ex-sovietici come Kazakistan, Uzbekistan,
Azerbaijan, Turkmenistan che in futuro daranno vita a un grande mercato,
"un fatto da non sottovalutare,a che se non credo che diventerà
un mercato di sbocco importante per l'abbigliamento <made in
Italy>, se non per le griffe", dice il consulente.
Perché la Turchia è soprattutto un grande produttore di
tessile-abbigliamento che rappresenta circa un terzo dell'export del
Paese. "Posso garantire che si tratta di un'industria avanzatissima
- riprende Balleri - Non a caso è un'importante cliente del
meccanotessile sia italiano che tedesco: la qualità corrisponde appieno a
nostri standard e, anche grazie alla vicinanza geografica all'Italia,
possono garantire un servizio e una rapidità ineguagliabili. Dal 1996,
inoltre, fanno parte dell'unione doganale europea e quindi non esistono
dazi tra Italia e Turchia". Inoltre la Turchia, fa osservare
Balleri, possiede strutture verticalizzate che vanno dalla materia prima
(soprattutto cotone) al capo finito: formale, sportwear, childrenswear, ma
anche leatherwear e montoni e spugna. L'unica nota dolente, secondo
Balleri, soni i prezzi, che, se pur iù bassi di quelli italiani, non sono
certo stracciati come quelli di paesi più arretrati: "Un problema
sentito maggiormente dagli italiani - i quali di solito richiedono lotti
ridotti - ma non dai grandi gruppi nordamericani, tedeschi o spagnoli,
come <Zara>. O svedesi come <H&M> che qui producono
moltissimo". Secondo il consulente, "la vera scommessa della
Turchia sarà riuscire a fare una politica di brand creando i propri
marchi per sfondare sul livello medio del mercato internazionale. Insomma
riuscire a far nascere lo <Zara> o <H&M> del futuro".
Sul tema ingresso della Turchia nell'Unione Europea, Balleri pensa che
"è da decenni che l'Occidente promette ai turchi questo
ingresso: e loro ci tengono moltissimo. Deluderli sarebbe un grave
errore". (articolo di Chiara Modini per la rivista <Fashion>
MODA: ESITO POSITIVO
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(Turchia
Oggi) - 28 mar - Londra ha ospitato dal 16 al 16 gennaio (l'articolo
è di febbraio quindi la rassegna c'è già stata, ndr) la
seconda edizione inglese della <Turkish Fashion Fabric
Exhibition>, l'evento organizzato dall'ente <Itkib> e
parzialmente finanziato dal governo turco, che ha riunito 50 aziende
di base a Istanbul e dintorni con una affluenza di buyer decisamente
vivace. In esposizione una vasta gamma di tessuti per la
primavera-estate 2004, oltre a un'ampia scelta di prodotti finiti,
dalla camiceria alla jeanseria, proposti fra gli altri da
<Italeks> - che vanta clienti del calibro di <Mark &
Spenser> e <Next> - o <Mensa>, industria produttrice
di filati e abbigliamento che fornisce realtà della grande
distribuzione come <Matalan> e <River island>. Questa
rassegna semestrale, l'unico appuntamento nel calendario
fieristico inglese dedicato al mondo del tessile, è espressione
dell'impegno dell'industria turca nei confronti della Gran
Bretagna: il terzo mercato dopo Germania e Italia per l'export del
<made in Turkey>, per un valore di oltre 1.200 milioni di
sterline nel 2001, una cifra in crescita. La sinergia fra mercato
inglese e produzione turca è ribadita anche dalla presenza a Londra
di altre due rassegne: si tratta dell'<Elite Fashion Show>,
organizzato dall'ente <Turquality> dal 24 al 26 febbraio, e
della <Turkish Fashion Break>, in programma dal 18 al 26
marzo. Entrambi i saloni offrono (hanno offerto, ndr) una
selezione di proposte di abbigliamento donna, uomo, bimbo, arrivando
a comprendere anche intimo e calzetteria. (servizio di p.o
per la rivista <Fashion>)
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MODA: DALLA TURCHIA CON GRINTA
(Turchia
Oggi) - 28 mar - In Turchia il 20% della Forza lavoro è assunto nel
sistema moda, la cui produzione, la cui produzione equivale a oltre il 17%
del totale nel Paese e il cui export è nell'ordine del 33%, pari a un
valore di circa 10 miliardi di euro. Il 7% del tessile e il 16% dell'abbigliamento
<made in Turkey> arrivano negli Usa. Numeri importanti per un
settore e una nazione che, dopo un appuntamento a Londra, si sono
presentati il 21 e il 22 gennaio a New York in occasione della fiera
itinerante <Turkish Fashion Fabric Exhibition>, con risultati più
che soddisfacenti. Sessanta le aziende presenti nella sezione tessuti, 20
in quella del prodotto finito. "Non avremmo certo potuto mancare a
questa rassegna, in un mercato che rappresenta il 30% delle nostre esportazioni
- dichiara Zeynep Akdag Park di Serdo, produttrice di tessuti in cotone
per camicie e pantaloni - Come è andata? Benissimo. Oltre ai nostri
clienti storici come <Gap>, <Ann Taylor>, <Club Monaco>
e <Liz Claiborne> abbiamo firmato anche importanti ordini con nuovi
brand". Pur essendo l'Italia il mercato più imprtante con
<Benetton> in pole position, gli Usa rappresentano il 20% delle
esportazioni per <Sena>, industria specializzata in tessuti per lo
sportswear principalmente in cotone, anche stretch. "Dopo l'ultima
edizione newyorkese un po' fiacca, ora i clienti sono tornati e questo
ci fa ben sperare per il futuro", dice il responsabile
vendite, Gamze Pogda. Tra le stampe più richieste righe e quadri, sia
mignon sia mega. Debutto al <salone Texfil>, presente sia nella
sezione tessile sia in quella dedicata all'abbigliamento (<Victoria's
Secret> è il cliente più importante). "Noi turchi siamo siamo
ben saldi sul mercato - mette in guardia il ceo, Tunk Ozkan - e
siamo capaci di produrre sia tessuti sia capi di abbigliamento all'altezza
delle migliori aspettative". <Dinateks>, impresa che
realizza pantaloni e giubbotti in denim, è venuta a New York per
espandere il business in un mercato che rappresenta solo il 5% delle
esportazioni (il 95% si indirizza all'Europa). E la risposta dei
compratori americani in questi due giorni (l'articolo è di febbraio,
ndr) è stata superiore a ogni più rosea aspettativa, con nomi come
<Banana Repubblic > e <Tommy Hilfiger>. E' un gigante nell'ambito
del fashion <Damat Tween> del <Gruppo Orka> che, forte dei
suoi 27 negozi nel mondo e 110 shop-in-shop nella sola Turchia,
inaugurerà entro il 2003 il suo primo flagstore negli States a San
Francisco, mentre sta concludendo con un socio anche a Milano. "Siamo
entusiasti della fiera - precisa il responsabile vendite Usa,
Can Salmanoglu - che considero un'ottima vetrina per i compratori
statunitensi anche perché collegata all'esposizione, importantissima,
dei tessuti". "La nostra arma? - aggiunge
Salmanoglu - Un servizio a 360 gradi". (articolo di Alessandro
Giannotti per la rivista <Fashion>)
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