Economia

IL GRANDE ECONOMISTA

 

(Turchia Oggi) – Roma, 4 giu – Chissà se Kemal Dervis, attuale ministro turco dell’Economia, è stato un seguace delle teorie di John Maynard Keynes o del suo antagonista Harry White. Di certo, nella sua lunga permanenza a Washington - dove ha salito tutte le scale della carriera prima di diventare vice presidente della Banca Mondiale - Dervis si sarà lasciato influenzare da entrambe le due filosofie che, comunque, partivano dalle stesse premesse: evitare gli opposti estremisti, dell’automatismo liberistico del gold standard e del dirigismo protezionistico alla Schacht. D’altra parte – ora che è stato catapultato dagli States in Turchia, con il compito di risanare l’economia del Paese – Dervis sa anche bene che, per sottrarre il sistema alla supremazia del dollaro e di altre monete molto forti – occorre istituire un sistema di scambi multilaterali e di scambi stabili, regolato da un pivot stabilizzatore. A Firenze, dove era stato invitato presso il <Centro Robert Schuman> dell’Istituto Universitario Europeo, non per parlare di Turchia nel senso stretto della parola ma per esporre il suo pensiero sul tema dell’Europa e della globalizzazione (tema attualissimo per altro, in vista del G8 di Genova), Dervis si è trovato praticamente a casa propria. Per la verità avrebbe dovuto bagnare i <panni in Arno>, come Manzoni, qualche mese fa ma la crisi che aveva investito la Turchia aveva poi fatto rinviare l’appuntamento. La nuova occasione è stata la lezione inaugurale della <Seconda cattedra del programma Mediterraneo>. Ha detto di lui Yves Mény, direttore del Centro, nella prolusione inaugurale a palazzo Vecchio: "Dervis deve affrontare una delle sfide più grosse che mi vengono in mente. Averlo con noi, in un momento così delicato per il suo Paese, è un grande onore". Mény aveva ricordato che, tra i tanti incarichi espletati, Dervis aveva svolto anche quello di insegnante. "Penso – ha detto il ministro – che quella dell’insegnamento sia la migliore attività. Non c’è niente di meglio, specie se l’insegnamento è finalizzato alla ricerca. Mi auguro di poterlo fare, così come in passato, anche in futuro". Dopo aver sottolineato quanto sia importante il ponte tra l’Europa e il Mediterraneo, l’Europa e la Turchia, Dervis ha affermato la necessità per il suo Paese di tenere saldi i legami con l’Europa. "Lo è altrettanto per l’Europa – ha poi aggiunto – E ‘ un compito non facile, intendiamoci. La Turchia è un Paese grande, formato da 65 milioni di abitanti, che cresce rapidamente tanto che molto presto la sua popolazione sarà di 70 milioni di persone. Non si può nascondere che l’integrazione della Turchia in Europa sia un problema difficile ma, devo dire, che offre tutte le sollecitazioni possibili a risolverlo. Non v’è dubbio che questo problema è molto meno difficile, ad esempio, per Paesi geograficamente più piccoli". Integrazione dunque. E’ possibile quella tra la Turchia e l’Europa? Sì, tutto è possibile solo che - per capire meglio il contesto - forse sarebbe meglio focalizzare l’attenzione sulla economia mondiale, ovvero sulla globalizzazione; quella, per intenderci, che si svilupperà nei prossimi dieci anni. "Solo in questo modo – ha spiegato il ministro rivolgendosi all’auditorio di palazzo Vecchio - riusciremo a comprendere meglio i problemi e ad affrontarli. Il processo della globalizzazione ha fatto enormi progressi negli ultimi decenni, sia nel commercio che cresce molto più rapidamente del Pil, sia nella tecnologia specie in fatto di transazioni finanziarie. La verità è che stiamo vivendo un nuovo fenomeno di integrazione globale molto più forte ed irreversibile rispetto al passato. Naturalmente ci sono dei cicli, come è stato alla fine del XIX secolo nel settore commercio. Qualcuno comunque potrebbe obiettare che l’attuale processo verso la globalizzazione è reversibile; ma non è così, giacché non è solo uno scambio di beni primari. Viviamo in un mondo totalmente globale e, credetemi, non è un fenomeno che possiamo invertire". Globalizzazione, dunque. Una parola che, oggi come oggi, mette paura giacché presuppone concentrazione di capitali in poche mani e tanta disoccupazione. Questa, per lo meno l’accusa che viene rivolta dal popolo di Seattle, pronto a scendere in guerra nel prossimo luglio. Spiega Dervis: "Se pensiamo all’Europa, ma ancor di più all’integrazione regionale, ci chiediamo cosa significhi il rapporto tra quest’ultima e la globalizzazione o economia globale. Allo stato attuale è in corso un dibattito per verificare se la collaborazione regionale sia necessaria alla luce della rapidità della globalizzazione. Qualcuno potrebbe obiettare: ma cosa ci serve per la regionalizzazione? Non basta forse una grossa economia globale? Non dobbiamo mica creare blocchi regionali? C’è però anche un altro punto di vista secondo il quale le forze che si oppongono alla globalizzazione si rafforzeranno e quindi, anche se ci sono problemi di scala per le piccole economie, esse dovranno ugualmente crescere: solo che i sentimenti di nazionalismo, di cultura e di identità sono tali che - invece di rivolgersi ad un mondo globalizzato - cercheranno un mondo dove il commercio e la finanza saranno organizzati su scala globale. Le identità politiche, ad ogni modo, resteranno regionali.....". In conclusione, ma quale è poi il punto di vista di Dervis? "Quale? Il mio punto di vista è che, purtroppo, non avremo un mondo di blocchi regionali". Globalizzaziome, integrazione, frontiere dazi doganali. L’excursus di Dervis – una vera e propria lezione di diritto economico – ha toccato un po’ tutti gli aspetti di una problema attorno al quale quello della Turchia non è certo marginale. Ora, per uscire dall’impasse in cui si è venuto a creare il Paese a causa di una forte crisi economica, il governo ha varato il suo programma di risanamento. "Più del 50% del successo di un programma di riforma – precisa Dervis - sta nella capacità di spiegare il programma e di avere un consenso popolare. Non si può avere successo se la gente non lo capisce. Allora occorre pubblicizzarlo ed ottenere consensi". E ancora. Dervis ricorda che gli aiuti da parte della comunità internazionale (Banca Mondiale e Fmi in testa) sono stati piuttosto consistenti; e precisa: "L’appoggio dell’Italia è stato determinante nella elargizione dei prestiti. E’ questo un segno importante che non solo l’Italia ma anche tutta l’Europa vogliano la Turchia inserita nella loro famiglia. Non sarà subito, certo. C’è però da parte dei <Quindici> il massimo della disponibilità. E’ importante che la Turchia stia a sedere allo stesso tavolo, oltre tutto per il suo ruolo determinante ella Nato. Se poi ci sono alcuni problemi da risolvere, si risolveranno. Ma questi non devono essere pregiudiziali all’ingresso di Ankara nell’UE. E comunque quello che conta è avere nel Paese una economia forte. Se lo è, anche il resto viene di conseguenza. Una economia debole, infatti, non può avere la forza di risolvere i problemi politici. Problemi dei quali si stanno occupando i ministeri competenti. Torno a ripetere: la Turchia non può far parte dell’Europa se non si rafforza l’economia. Questa è la priorità. Più si rafforza l’economia del Paese, più migliora la società turca nel suo insieme. L’una e l’altra vanno di pari passo. Quanto al pericolo di un estendersi dei movimenti islamici più estremistici, escludo che tale fenomeno possa capitare in Turchia. In ogni nazione ci sono frange estreme ma il nostro Paese è composto da una società prevalentemente moderata e laica e questo è una garanzia; ha fatti sì, ad esempio, che anche a fronte di difficoltà economiche non ci siano stati nel paese cedimenti alla violenza".