Economia

Intervista con il vicepresidente della Tusiad,
 Aldo Kaslowsky

 

Il turismo inteso come economia, o meglio, l’economia turismo. Non v’è dubbio che per i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo – ricchi di antiche tradizioni storico-culturali, oltre che di bellezze naturali (vedi soprattutto l’Italia, la Grecia e la Turchia), la bilancia dei pagamenti può essere senz’altro migliorata se il turismo va bene. Occorre però che la strategia settoriale stia al passo con i tempi e questo è possibile solo se la politica degli imprenditori e dei governanti spazi oltre i confini cercando "alleanze" in quelli che fino a ieri erano da considerarsi potenziali rivali economici. L’incontro che si è avuto a Roma, nella sede della Confindustria, tra rappresentanti della Tusiad turca e manager italiani per scambi allargati in materia di turismo è il segnale che il vento sta cambiando; in linea, del resto, con le direttive di Bruxelles. Un incontro, quello dell’Eur, che è servito per ricucire lo "strappo" tra Roma ed Ankara a seguito della questione Ocalan. Abbiamo incontrato Aldo Kaslowsky, vicepresidente della Tusiad, e ne abbiamo approfittato per porgli alcune domande:

Partiamo proprio dagli <scambi>. In che cosa consisteranno?

"La riunione di Roma fa seguito a precedenti incontri alla fine dell’anno scorso, prima del summit di Helsinki. Anche se ci si vede spesso a Bruxelles, il vis-à-vis nella sede della Confindustria aveva tra l’altro lo scopo di sollecitare, più che un aiuto, un maggiore supporto alla nostra adesione in UE. Abbiamo fatto il giro di tutta l’Europa e in poco più di due mesi abbiamo visitato dodici Paesi incontrando 600 persone, a tutti i livelli….".

Accennava a precedenti incontri…

"Sì. Mi riferisco anche a quelli avvenuti in momenti non proprio idillici circa le relazioni italo-turche. Perché – per quanto si dica – le conseguenze per il caso Ocalan, oserei dire, si stanno superando solo ora ma non sono del tutto superate. Purtroppo, infatti, gli uomini di affari turchi e tutto il settore privato se riconoscono che gli italiani in fondo sono amici, oggi come ieri, si aspettavano però una riconoscenza ed un comportamento diverso da parte degli uomini politici…".

Lei dice. Eppure il ministro Piero Fassino è stato sempre favorevole ad Ankara…

"Non lo metto in dubbio. Il ministro Fassino è venuto in Turchia per dire che l’Italia è sempre vicina al nostro Paese ma in quel periodo c’era pure una gara di appalto, per elicotteri, per cui sembrava che quella visita fosse anche un po’ interessata. Una coincidenza? Penso che sia necessario qualcosa di più impegnativo, politicamente. In fondo l’economia italiana si sta attivando molto bene nei nostri confronti…".

Tornando agli incontri…

"Tornando agli incontri di Istanbul con la Confindustria (c’era anche il ministro), ci si era promessi di rivederci e di mettere a punto un piano di azione; questa volta non solo per rimediare all’’immagine turca che ahimé! non è stata mai buona in Europa ma anche all’immagine italiana. Una occasione comunque per promuovere un <made in Italy> in Turchia con operazioni ed attività che ancora non hanno avuto seguito ma che lo avranno quanto prima. Nasceva anche l’idea di scambi turistici tra le organizzazioni tour operator dei due Paesi per vedere cosa poter fare nel prossimo anno. Di iniziative ce ne sono tante, favorite tra l’altro dal buon vicinato con la Grecia…

Ma la riunione di Roma?

"La riunione di Roma è stata uno degli anelli di questa nostra attività per sensibilizzare maggiormente i potenziali turisti italiani. Gli operatori, è vero, conoscono bene la realtà Turchia che non riflette appieno la realtà nei suoi lati migliori. Il caso Ocalan è il risultato di una cattiva informazione da parte dei media. Alla stampa italiana chiediamo di essere più precisi nella interpretazione dei fatti, o comunque più comprensiva. Come si può parlare e scrivere di un Paese senza averci mai messo piede…"

Che cosa è uscito da questa riunione?

"Intanto la controparte ci ha dato ascolto. In altri termini, una partecipazione buona sotto ogni punto di vista. Probabilmente quando ci rivedremo ad Istanbul entreremo più a fondo circa gli investimenti e i tipi di incentivi…".

Come è la presenza italiana nell’investimento turistico in Turchia?

"Quasi zero, quasi inesistente. Si parla di alberghi Jolly che cercano l’opportunità di essere presenti ad Istanbul, una città dove si trovano tutte le catene del mondo con qualità e standard superiori. Le infrastrutture alberghiere nel resto della Turchia sono bellissime, a prezzi irrisori…".

Di cosa altro avete parlato?

"Abbiamo parlato dei tour operator, di personale alberghiero che parli italiano. Solo che gli italiani, tra i turisti che vengono in Turchia da ogni parte del mondo, si trovano quasi all’ultimo gradino. Abbiano parlato poi di formazione alberghiera, direttoriale e manageriale, abbiamo parlato della possibilità di sovvenzionare o di aprire scuole alberghiere. Tutte cose accennate che saranno approfondite nei prossimi incontri, entrando più nel tecnico. Un incontro decisamente interessante…".

Diceva il senatore Di Pietro che, pur nel rispetto del principio della aggregazione di più Stati, l’area del Mediterraneo vada salvaguardata. Italia, Grecia, Turchia, Spagna non sono identici ai Paesi del nord…

"Ha perfettamente ragione. L’Italia sta facendo un grosso sforzo in questo senso. E mi riferisco alla Confindustria. Come Tusiad ci siano visti a Tunisi, nel summit del partenariato mediterraneo. L’incontro (il prossimo sarà ad Istanbul) è servito proprio per sottolineare che anche un Paese non cristiano può essere ammesso in Europa e che la Turchia può essere presa ad esempio come Paese emergente nell’UE con qualità magari superiori ad altri partner che vogliono entrare nell’Unione. A Tunisi si è stabilito di collaborare maggiormente nell’ambito del Mediterraneo, con una leadership senz’altro italiana, e di creare altresì una Banca di investimenti. Non solo, ma di fare un inventario delle cose che esistono nel Mare Nostrum, cose di cui non si conosce l’esistenza. Sì! iI senatore Di Pietro ha ragione…".

Due grandi progetti: il Blue Stream e il Baku-Ceyhan. Come fanno a procedere di pari passo?

"Il Baku-Ceyhan è sicuramente il frutto di una fitta cooperazione da parte del governo Usa e del suo establishment. Non parlo delle "Sette sorelle" né del consorzio dei petrolieri che non la pensano in questo modo. Ci sono dei problemi, ma si spera vengano superati dato che le parti ce la stanno mettendo tutta, specie quelle interessate. Mi riferisco ai produttori di petrolio. In questo contesto la Turchia si rende conto che il progetto è senz’altro una bella cosa e che si deve fare (è infatti la Turchia la prima che ha bisogno di questa energia, oltre ad essere un <ponte> per l’Europa>) ma Ankara fa anche questa riflessione: il mio bisogno è di ieri, non di domani. Quindi Blue Stream, un modo anche per non scontentare i russi, vicini di casa ed ottimo partner. Blue Stream, certo, non è ben visto dagli americani ma da parte nostra si sta cercando di far loro capire che noi, per le nostre industrie, abbiamo necessità anche di quella energia. E’ una esigenza enorme…".

Ricorso, allora all’energia nucleare…

"Non se ne può fare a meno, per una serie di ragioni…".