UNA META AL GIORNO 

Dolmabahce

ISTANBUL (DOLMABAHCE)

DolmabahceDolmabahce(Turchia Oggi) La cosa che più stupisce, venendo da Kabatas, lungo la Mebusan Caddesi, non è tanto la costruzione bianca che sembra tuffarsi nel Bosforo, meglio conosciuta come palazzo di Dolmabahçe, quanto le sentinelle che ne sono a guardia; due pezzi di marcantonio, altissimi ed in divisa militare con l’elmetto bianco in testa e un bel fucile mitragliatore imbracciato. La verità è che sembrano finti. Non un movimento, non un battito di ciglia, fermi lì, impassibili per ore ed ore fino a che non è l’ora del cambio. Nemmeno le guardie della Regina Elisabetta sono così immobili. Ma in Turchia è così. Fa parte del costume militare. Si oltrepassa il grande cancello e si entra nei giardini del palazzo. La sua costruzione risale al periodo che va dal 1843 al 1956 o poco più. Il nome Domabahçe significa <giardino riempito> giacché il terreno dove sorge il palazzo fu creato interrando una piccola baia all’epoca di Sultan Ahmet I. Un primo complesso risalente al 1814 fu distrutto da un incendio per cui dovendo provvedere alla nuova costrizione il sultano Abdulmecit I ordinò ai suoi architetti che provenivano da una famiglia armena di nome Balyan, di volere un palazzo in marmo "in stile europeo". E così fu realizzato". Da allora Dolmabahçe Sarayi divenne la residenza ufficiale dei sultani. La concezione architettonica, come la decorazione e l’arredo interni, sono molto pomposi. E’ il trionfo di tendenze neo-barocche di ogni genere. Ciò nondimeno, lusso e sfarzosità di tipo scenografico hanno grandissimo interesse. Del resto come non rimanere letteralmente scioccati nel salone dei ricevimenti di gala, a cupola, dall’enorme lampadario a corona pesante quattro tonnellate e mezza (750 candele), dono della regina Vittoria d’Inghilterra? Come non esserlo dal più grande tappeto del mondo? Oppure dai vasi di Sèvres, da tantissimi altri lampadari di Boemia, dalla sala del trono, dalla camera da letto di sultan Abdulaziz? "La maestosità dell’ambiente incute quasi timore", scrive <Guide edt>. Ed è vero. Tra le cose che colpiscono, anche gli orologi. Sono tutti fermi alle 9.05, l’ora in cui la mattina del 10 novembre 1938, proprio a Dolmabahçe, spirò Kemal Ataturk. Durante la visita guidata viene mostrata anche la sua stanza. La più completa descrizione di Dolmabahçe ce la dà Philip Mansel in <Costantinopoli>. Leggiamo con lui a pag. 260:"Dolma Baghçe aveva 304 stanze, affollate di specchi dorati, pesanti mantovane, camini di porcellana, lampade di cristallo alte tre metri, e un doppio scalone con balaustre di cristallo rosso. La semplicità, sia pure relativa, della tradizionale imperiale ottomana era stata abbandonata a favore di uno stile che Théophile Gautier chiamò Louis XIV orientalisé: buona parte dei mobili di Dolma Baghçe provenivano da Sechan di Parigi oppure da William Gibbs di Londra.

Tutt’intorno al palazzo sorgeva una cittadella, fatta di scuderie, cucine, teatro, caserme, ministeri, e una fila di case a schiera per i pascià che imitava una via londinese: la Beshiktash ottocentesca si era trasformata in un sobborgo della corte ottomana. Dolma Baghçe conservava ancora, tuttavia, alcuni elementi della tradizione ottomana, quali la divisione fra selamik e harem-lik, e i grandi saloni centrali – o sofa - sui quali davano le altre stanze. Ma l’architettura e gli arredi erano essenzialmente europei: le pareti erano ornate dai ritratti dei regnanti d’Europa e da una collezione di quelle pitture all’orientale – con donne dell’harem, lo hagg, le Dolci Acque d’Europa e d’Asia – che tanto piacevano ai sultani e alle élite occidentali. I giardini erano parterre alla francese cui accudivano giardinieri europei. Oggi a Istanbul non esiste più un solo parco concepito secondo la tradizione ottomana, né vi si trova più una sola delle 1500 varietà di tulipani che li ornavano.

Al centro di Dolma Baghçe, due piani più in alto di tutto il resto del palazzo, si apriva la più vasta Sala del Trono di tutto il mondo. Cinquantasei colonne corinzie sorreggevano un ornatissimo soffitto trompe-l’oeil, affrescato come il fondale di un’opera italiana con pilastri, nuvole, sipari e ghirlande di fiori. La sala, alta 36 metri, larga 40 e lunga 50, divenne l’epicentro del cerimoniale imperiale, soppiantando la Porta della Felicità: il trono imperiale d’oro, prelevato dalla camera del tesoro di Topkapi, vi venne installato in tempo perché il sultano potesse ricevervi le congratulazioni della corte, del governo e dell’harem per festeggiare il Bairam alla fine del Radaman.

Il 22 luglio 1856 il sultano offrì un banchetto per 130 invitati per inaugurare la nuova reggia e insieme celebrare la vittoria sulla Russia. Gli ospiti, accolti dal gran visir Ali Pascià e dal ministro degli Esteri Fuad Pascià, furono presentati al timido e sorridente monarca, il quale poi si ritirò: la corte ottomana non era occidentalizzata al punto che il sultano califfo potesse sedersi a tavola con i convitati ad un pranzo ufficiale. Al posto d’onore nella Sala del Trono illuminata da un gigantesco candelabro con 400 becchi a gas sedeva il gran visir: alla sua destra aveva Lord Straford de Redcliffe, alla sua sinistra il maresciallo Pelissier, il vittorioso comandante dell’esercito francese in Crimea. Fra i commensali figuravano il comandante supremo delle forze armate ottomane, Omer Pascià, il conte Pisani, da cui Stratfored mai si separava, e diplomatici prussiani, austriaci e del regno di Sardegna. La banda imperiale intonò la Megidiyyeh, cui seguirono gli inni nazionali francese e britannico. Scoppiò un terribile temporale: i suonatori, atterriti dai tuoni e dai lampi, fuggirono lasciando spalancata la porta. Si spensero metà delle candele e gli ospiti, pur ammirati del palazzo, non resistettero alla tentazione di paragonare il banchetto alla festa di Baldassarre e profetizzare per Costantinopoli la fine di Babilonia.

Il menu, che ci è stato tramandato, offriva un misto di piatti europei e ottomani, secondo la voga del tardo impero: ai borek, pilaf, kadayif e baklava si alternavano potage Sévigné, paupiette à la reine, croustade de foie gras à la Licullus. Alcuni piatti – croustade d’ananas en sultane, supreme de faisan à la circassienne, bar à la valide – erano probabilmente nuove creazioni, sintesi locali tra Oriente e Occidente….". (Veronica Incagliati)
25.02.2006