Angoli nascosti
di Ceylin Bediroglu

Ceylin_Bediroglu    IL MUSEO SAKIP SABANCI

LA SEDE ESTIVA DELL’AMBASCIATA ITALIANA

HIDIV KASLI

 

LA STAZIONE DI SIRKECI

Orient ExpressOrient ExpressVisitare la stazione di Sirkeci per il turista che arriva ad Istanbul è una tappa d’obbligo se non altro per respirare quell’aria di mistero che molto sapientemente Agatha Christie, Jan Fleming e Grahan Greene seppero infondere nei loro romanzi. Poi, però, ci si potrebbe anche accorgere che di questo mistero c’è rimasto ben poco, cancellato da un mondo che corre troppo veloce e che lascia scarsi ricordi del passato. La stazione merita comunque una sosta, e neppure tanto frettolosa, prima che un recupero ambientale – come è stato promesso dall’amministrazione della città – possa magari cancellare quel che è rimasto di una fascinosa quanto vetusta architettura.
Ora non si può parlare di Sirkeci se prima non si colloca bene l’edificio nell’epoca in cui fu costruito. Le premesse vanno fatte risalire al sultano Abdul-Aziz il quale negli ultimi anni della sua reggenza si era reso conto come fosse necessaria una moderna linea ferroviaria, e quindi una stazione adeguata, per il trasporto delle truppe in caso di guerra o di sollevazioni. Abdul-Aziz, infatti, non aveva dimenticato come nel 1870 i prussiani avessero vinto a Sedan proprio perché la mobilitazione era stata fatta in tre giorni con il supporto di una efficiente rete su rotaia. Proprio per questa ragione – in un momento in cui i sentimenti nazionalistici all’interno dell’Impero sfociavano spesso in vere rivolte contro il sultanato – Abdul-Aziz credette bene di consultare ingegneri ed architetti perché buttassero giù qualche progetto. Nel frattempo aveva dato ordine di “cancellare” letteralmente una parte del giardino del Topkapi la cui area oggi si potrebbe identificare nella parte che si trova lungo la Kennedy Caddesi. In quell’occasione furono tagliati un bel po’ di alberi di alto fusto senza guardare al danno che ne sarebbe venuto in futuro per il panorama urbanistico.
La_stazione_di_SirkeciSikeci_la_stazione_di_Agata_ChristieFrattanto, dopo un breve interregno di Murad V, era salito al trono Abdul-Hamid II, colui che appena insediato aveva detto: “In questa fase la mia politica è di obbedire ai ministri. Quando avrò imparato tutto il necessario cambierò politica e saranno i ministri ad obbedire a me”. In realtà Abdul-Hamid II mantenne solo in parte le sue promesse, mettendo subito in pratica quello che credeva invece più soddisfacente alla sua politica personale. Come direbbero certi storici vetusti, correva l’anno di grazia 1876. Sul piano finanziario, dopo la bancarotta del 1875, la questione del saldo dei debiti del Sultano attendeva ancora una soluzione. Occorreva quindi negoziare nuove condizioni. Abdul Hamid II a questo punto pensò bene di stringere - tra i detentori dei titoli ottomani (uno inglese, uno francese, uno italiano, uno austriaco, uno tedesco) rapporti più stretti con Berlino. Naturale che questa chiedesse poi la contropartita in interessi. Già un gruppo tedesco, non solo aveva ottenuto la concessione della ferrovia dell’Anatolia, ma aveva anche completato la diramazione di una rete per Konya via Eskisehir. Senza contare che una delegazione di uomini di affari – guidata dal direttore della <Deutsche Bank>, von Siemens - era riuscita ad ottenere dei fruttusi contratti presso la Porta. Il principio della costruzione della ferrovia di Baghdad ad opera dei tedeschi finalmente veniva accolto.
Interno_della_stazione_di_SirkeciParticolare_della_stazione_di_SirkeciNaturalmente perché questa si realizzasse occorreva stringere i tempi con la stazione di Sirkeci. Dopo una serie di tentennamenti, alla fine si decise di affidarne la costruzione ad uno dei architetti più famosi a quell’epoca: quell’A. Jasmund che per la verità era stato già contattato dal Sultano Abdul-Aziz senza peraltro che l’affare andasse in porto. Jasmund non si fece pregare, anche se il suo nome in Europa era già abbastanza celebre per accollarsi sulle spalle altre fatiche. Ma costruire una stazione a Costantinopoli, nel cuore di Sirkeci e a due passi dal palazzo del Topkapi, era un invito troppo allettante perché Jasmud potesse rifiutarlo.
La stazione vide la luce il 3 maggio del 1890. Per ammirarla vennero da ogni parte di Europa. Va detto – a merito dell’architetto tedesco – che la costruzione era proprio bella. In essa alcuni videro la nascita di una seconda rinascenza ottomana, se non altro perché – paragonata al vecchio edificio ferroviario di Yedikule – la struttura aveva un non so che di affascinante. Ciò grazie soprattutto ai suoi motivi orientali, al disegno esotico, agli archi colorati e alle due torri con gli orologi, questi ultimi lavorati come gioielli.
Battezzata con il nome di Musir Hamdi Pascia, la stazione di Sirkeci aveva in definitiva tutto per essere lodata, a cominciare dall’illuminazione a gas e al riscaldamento che avveniva con stoves importato dall’Austria. Per lungo tempo fu il ritrovo di un certo tipo di intellighenzia e di una borghesia per la quale treno + stazione erano sinonimi di evasione, di fuga da un impero che si andava dissolvendo sotto le spinte nazionalistiche, la corruzione ed i colpi infertigli in particolare dalla Russia. Ed il mezzo più adatto era l’Orient Express che, in partenza da Sirkeci, aveva come destinazione Venezia ed oltre.
Orient Express, il treno dei treni, una rassegna di eleganza e di charme, teatro su rotaia per re, principi, uomini di Stato, cospiratori, scrittori e giornalisti, avventuriere e donne misteriose, tutti comunque esaltati quando si presentava loro una cucina di alta qualità come il Samon fumé d’Ecosse et Raifort doux, Filets de Sole Grenobloise, Caviar Béluga e vini tra i più pregiati d’Europa. Nel 1920 il treno divenne Simplon e raggiunse il massimo della sua fama. Bei tempi veramente! Cosa è rimasto oggi di tutto questo? Ben poco. Sirkeci ha perduto quasi tutta la sua attrattiva. Niente più facchini in livrea, niente più uomini elegantemente vestiti, niente più signore sdegnose e profumate ma una stazione quasi morta con al suo interno una piccola dependance turistica, uno sportello cambiavalute, un bar, un ristorante, un ufficio postale. Rifatto l’ingresso principale, vale la pena dare una occhiata alla facciata nord, quella per la precisione che dà sul Bosforo. Con le sue decorazioni si avvicina infatti di più all’immagine romantica che ognuno probabilmente si è venuta a creare. E a proposito di Bosforo. E’ a due passi. Una breve passeggiata ed in cinque minuti si è ad Eminonu. Se l’ora è tarda, l’occasione buona per farsi una buona pizza turca (lahmacun) da “Hamdi” o per mangiare nello storico ristorante “Pandeli”. Bon appetit!
Ceylin Bediroglu(Istanbul)

 

 IL MUSEO SAKIP SABANCI
La_facciata_del_Museo_Sabanci

Sorge nella zona del Parco Emirgan a dominare il Bosforo. L’edificio rielaborato nel 1925 dall’architetto italiano Eduardo De Nari dopo vari passaggi di proprietà. Al suo interno bellissime collezioni di quadri e di porcellane cinesi e tedesche. Di squisita fattura i mobili.
Il_Museo_Sakip_Sabanci_ad_IstanbulInterno_del_Museo_Sabanci_ad_Istanbul(Turchia Oggi) - Il contributo di Eduardo De Nari alla città di Istanbul non è certo paragonabile a quello di un Raimondo D’Aranco, di un Delfo Seminati o di un Giulio Mongeri. Però – a parte la collaborazione con quest’ultimo nella elaborazione della facciata della chiesa di Sant’Antonio in Istiklal Caddesi – De Nari va ugualmente ricordato se non altro per una bella costruzione che sorge sulle colline del parco Emirgan e che ora prende il nome di Museo Sakip Sabanci. Anche la storia di questo edificio, come tanti altri successivamente rielaborati nel corso degli anni, va un po’ indietro nel tempo, a cavallo tra la metà dell’ottocento e fin de secle; in quell’epoca, per intenderci, nel quale al tramonto dell’impero ottomano faceva riscontro un fervore di vita e di cultura che forse nella decadente Costantinopoli non si era mai visto. Era l’ultimo sussulto di un mondo in cui anche il paesaggio urbano rivelava chiaramente i segni di notevoli cambiamenti sociali. Lo sviluppo della burocrazia e della centralizzazione hamidiana aveva portato con sé infatti – come scrive Robert Mantran ne “Storia dell’Impero Ottomano” - la costruzione di edifici pubblici cosiddetti “moderni>, governatorati (hukumet konagi) o municipalità, ospedali, scuole, caserme, stazioni ferroviarie; e naturalmente ville da pascia e padiglioni. E ad un pascia – più precisamente a Suleyman Refert Pascia - era appartenuta quella che all’epoca veniva chiamata la <dimora Cavallo>. Questo fino al 1884 allorquando – nel periodo del Sultano Abdulhamid II – la costruzione originaria venne acquistata dalla Tesoreria ottomana e regalata al re Nicola I di Montenegro che la trasformò in ambasciata e residenza reale.
Museo_Sabanci_il_giardino_d'InvernoUn_particolare_del_Museo_Sabanci_ad_IstanbulLe vicende dell’edificio furono alterne giacché nel 1913 il Governo del Sultano (non se ne conoscono i motivi) volle riprendersi l’edificio per poi venderlo al Sultano Behiye. La villa comunque non fu mai vissuta nel vero senso della parola come spesso accade quando le costruzioni non richiamano più di tanto l’attenzione degli acquirenti o perché troppo distanti. A trasformarla in residenza fu la principessa Iffet, figlia più grande del principe Mehmed Ali Hasan che nel 1925 aveva comprato l’edificio con parco annesso affidando all’architetto De Nari il compito di rivedere l’insieme secondo quei canoni che al Liberty avevano sostituito poco a poco forme più asciutte e schematiche, parzialmente influenzate dal razionalismo. Già si avvertivano in lontananza le prime avvisaglie della formazione del Gruppo dei Sette. Per tornare al padiglione del Parco Ermigan – trasformato da De Nari in tutto e per tutto nella costruzione che in linea di massima ci appare attualmente – nel 1951 ci fu un ulteriore passaggio di proprietà, l’ultimo per la verità. A comprare la costruzione fu Haci Omer Sabanci. Alla sua morte, la casa nel 1966 divenne la residenza dell’erede Sakip. Oggi è la sede del Museo Sakip Sabanci dell’Università omonima.
Per poterlo visitare – e lo merita – e per poterci prima arrivare la cosa più semplice è affidarsi ad un traghetto di linea, di quelli che fanno la spola tra Besiktas e Sariyer. E anche la più interessante avendo la possibilità lungo il percorso di guardare dal mare tutta costa, da una parte e dall’altra di Istanbul. Altrimenti ci si può sempre affidare ai mezzi pubblici o ad una macchina e percorrere tutta la strada che corre a fianco del Bosforo rischiando comunque di rimanere bloccati nel traffico soprattutto nelle ore di punta.
Una volta arrivati sul posto quello che più colpisce è la bellezza del parco dove, specie d’estate e di domenica, si può stare seduti su enormi cuscinoni lasciandosi servire un ricco brunch e magari ascoltare musica jazz.
Il museo si può visitare tutti i giorni da martedì al venerdi dalle 10.00 alle 18.00, sabato e domenica dalle 11.00 alle 18.00. Costo del biglietto 4.000.000 TL. La collezione contiene preziosi manoscritti ed una vasta collezione di pitture del XIX e XX secolo distribuiti nelle stanze del padiglione antico e nella parte nuova. Molto bella la collezione sia delle porcellane cinesi (Famiglia Nera e Famiglia Verde) del 1700 e del 1800 sia di quelle tedesche e viennesi. Altrettanto belli i vasi decorativi, i Sevres, i mobili e – come accennato - i quadri. Tra questi ultimi, pregevoli quelli di Fausto Zonato, Ivan Ayvazovski, Osman Hamdi, Fikret Mualla, Ibrahim Calli.
Ceylin Beriroglu/Istanbul

LA SEDE ESTIVA
DELL’AMBASCIATA ITALIANA
Adsýz

A Tarabya, in un classico tragitto turistico, vale la pena soffermarsi per vedere l’edificio D’Aronco che ospitò per qualche tempo la sede estiva dell’Ambasciata italiana a Costantinopoli prima che la capitale turca fosse trasferita ad Ankara. Un’analisi sulla costruzione fatta da Diana Barillari.

Sezione_longitudinale_Archivio_storico_Civici_Musei_di_UdinePianta_del_primo_piano_Archivio_storico_Civici_Musei_di_Udine(Turchia Oggi) - Ricominciamo da Tarabya. "Un luogo di grande gaiezza", l’aveva definito un viaggiatore sulla fine del ‘700, in quel periodo – per intenderci – dove da un’altra parte, in Francia, ce n’era invero molto poca per via delle teste che ogni giorno rotolavano nelle ceste. Ma a Costantinopoli, specie lungo il Bosforo, la vita aveva toni decisamente rilassati e nessuno si preoccupava del domani. Come raccontava un ufficiale britannico, a Tarabya (citiamo una descrizione che ne fa Philip Mansel nel libro "Costantinopoli", ndr), "a volte c’erano tanti di quei greci a far la serenata alla loro bella, che dormire era impossibile: sembrava che ‘la divinità dell’amore avesse scelto quella contrada come sua dimora’. Alla domenica anche alcuni turchi si univano alle compagnie di greci, armeni ed ebrei, quando ‘tutti quelli che appartenevano alla buona società’ si incontravano sotto i tigli di un pianoro…".
Ora Tarabya è decisamente diversa. Semmai si abbia l’occasione di fare una passeggiata lungo che banchine che accompagnano il piacevole porticciolo sul cui sfondo si staglia un ex hotel di gran lusso, quelli che attirano l’attenzione sono i ricchi arabi che spadroneggiano con i loro yacht miliardari. Sono loro infatti ad avere sostituito i grandi dignitari di corte, gli ambasciatori e gli artisti. Pensare che persino Mahmud II, il sultano che aveva voluto i palazzi di Costantinopoli con facciate più europee imponendo al loro interno porcellane di Sèvres, tavoli, sedie e orologi francesi, era solito portarsi qualche volta in incognito nei caffè di Tarabya per "tastare il polso dell’opinione pubblica". Capitò anche che danzasse con la baronessa Ottenfels, moglie dell’ambasciatore austriaco, "un’audacia inconcepibile – riporta ancora Mansell – in un Impero in cui le danzatrici erano considerate alla stregua delle prostitute".
In definitiva Tarabya era europea e levantina, europea ed orientale. Non poteva quindi non piacere ad un altro sultano, quel Abdulhamit II che nell’Art Noveau aveva trovato un fascino tutto particolare e che aveva preso a corte, come suo architetto l’italiano Raimondo d’Aronco.

Planimetria_della_villa_e_del_parco_Archivio_storico_Civici_Musei_di_UdineTraliccio_da_addossare_a_Casa_Vlastari_Archivio_storico_Civici_Musei_di_UdineSecondo alcuni testi sarebbe stato proprio Abdulhamit II a regalare ad Elena di Montenegro, moglie del Vittorio Emanuele III un bellissimo palazzo che si trova a Tarabya sulla riva sinistra del Bosforo andando verso il Mar Nero. Il particolare non è comunque di eccessiva importanza, come non lo è quello secondo il quale sarebbe stato proprio il Governo sabaudo ad commissionare a D’Aronco la costruzione dell’edificio per portarvi la sede estiva della sua ambasciata. Ricodiamoci, infatti, che la capitale dell’Impero ottomano a quell’epoca era a Costantinopoli, prima che Kemal Ataturk la trasferisse ad Ankara nell’ottobre del 1923.
Tre portoni – uno principale in legno, gli altri due in ferro ai lati del giardino - soffitto sempre in legno finemente inciso, 53 stanze, un numero infinito di bagni, il Tarabya Italian Palace merita di essere visitato, per lo meno prima che cada completamente a pezzi. Dire, infatti, che l’edificio sia mal ridotto è un eufemismo viste le sue condizioni di estrema fatiscenza. Sarebbe anzi il caso che qualcuno, ad Istanbul od altrove, si prendesse cura del suo stato di abbandono magari destinandolo a qualcosa di più proficuo come potrebbe essere ad esempio un centro studi od un centro mostre. Da quando la maggior parte dei mobili sono stati trasportati nelle altri sedi diplomatiche, a Tophane e ad Ankara, al suo interno è rimasto ben poco. A parte gli splendidi cristalli alti più di due metri, gli armadi di querce con incisioni decorative ed il parquet a forma di mosaico.
Il progetto risale al 1905-1906. Nell’elaboralo – avendo come obiettivo fare, per la sede dell’Ambasciata italiana estiva, qualcosa che lasciasse un segno - D’Aronco affrontò subito il tema del parco, assai comune negli insediamenti disposti lungo le coste boscose del Bosforo. Le caratteristiche orografiche imponevano – come ebbe a scrivere Diana Barillari, all’epoca docente di Architettura presso l’Università di Ferrara – la scelta di terrazzamenti, una situazione che l’architetto conosceva bene (vi si era già confrontato nella sala per collezioni e in Casa Huber, a Tarabya) e filtrò "attraverso la conoscenza dei giardini all’italiana e all’inglese che avevano numerosi punti di contatto con la tradizione turca dove coesistevano patterns regolari e irregolari" la dove i giardini pensili e multiplano dell’Ambasciata accoglievano ordinati parterre di aiuole collegati tra loro da scalinate addossate ai muri di contenimento. D’Aronco – così Barillari - non dimenticava mai di essere un uomo contemporaneo ed "il progetto per il traliccio in legno da addossare alla Casa Vlastari gli era debitore sia dei paraventi a gliglia dei giardini turchi che dei padiglioni da giardino geometrici progettati da Berhens per l’esposizione di oldenburg del 1905 (pubblicati lo stesso anno in <Deutsche Kunst und Dekoration>) e quelli per Darmstadt di Olbrich (1905)"
Il giardino era quindi – annotava ancora Barillari – una "parte integrante dell’Ambasciata, tanto che dalla terrazza panoramica del primo piano si passava direttamente al corrispondente livello del parco grazie ad un ponte che idealmente prolungava lo spazio costruito".
La funzione rappresentativa dell’Ambasciata indusse l’architetto ad introdurre alcuni elementi italiani resi in stile classico, per lo più limitati a elementi decorativi, mentre l’impianto spaziale rivelava una forte impronta ottomana.
Ma ecco, più nel dettaglio, come Barillari ricostruisce perfettamente l’opera di Raimondo D’Arenco:
La serie delle hall a piano terra e al primo piano ha evidenti contatti con il sofa, anche se la disposizione simmetrica può far pensare all’atrio palladiano. Il vano scale si trova a nord insieme ad altri locali di servizio ed è contenuto in un volume sporgente, le cui grandi aperture illuminano gli interni con suggestivi tagli diagonali. Le due rampe gemelle della scala sono inframmezzate da un pianerottolo che ha la funzione di veranda. Tra il secondo e il terzo piano è sistemata una ‘hall’ a doppia altezza coronata da un ballatoio lungo l’intero perimetro che serve per disimpegnare gli ambienti ivi sistemati. Gli interni sono quindi il risultato di una sovrapposizione di diverse tradizioni culturali, liberamente assemblate per creare uno spazio completamente nuovo. Il lato rivolto a sud è quello con più aperture a cominciare dall’ampia parete vetrata e convessa (m. 7.15) che chiude la ‘hall’ del primo piano fino al bow-window superiore, separato dall’abbaino per mezzo di una tettoia a sbalzo.
D’Aronco studia la disposizione degli ambienti secondo l’orientamento, sia per sfruttare favorevoli condizioni di luce e calore, ma anche per integrare armoniosamente la villa nel paesaggio circostante. Il ricco apparato decorativo prevede numerosissimi elementi lignei che hanno purtroppo perduto la policromia originaria. Accanto ad ornamenti resi in modo naturalistico vi sono interessanti esempi di
patterns geometrici, in particolare nelle ampie falde dei tetti sporgenti, ma anche nei soffitti interni dove dominano ovali, rettangoli, rombi, quadrati. La riflessione sul ‘genius loci’, alla quale D’Aronco apporta un contributo molto significativo, costituisce un tema di ricerca della Wagnerschule e in generale della cultura architettonica mitteleuropea…..
Cosa altro aggiungere? Niente, se non l’invito a visitare questo splendido gioiello o quello che di esso è restato non dimenticando - una volta che si guardi di alto - di leggere la scritta in latino: Restituit A.D. MCMVI
Ceylin Bediroglu/Istanbul

HIDIV KASLI

E’ il padiglione che sorge sulle colline di Cubuklu sulla parte asiatica di Istanbul. Fu fatto costruire nel 1907 dal governatore egiziano Abbas Hilmi Pasha che ne affidò i lavori all’architetto italiano Delfo Seminati.

Hidiv_Kasri_Costantinopoli_1907Hidiv Kasri(Turchia Oggi) - Se vi capita nelle vostre peregrinazioni per Istanbul di passare dall’altra parte del Bosforo e di alzare lo sguardo sulle colline di Cubuklu vedrete una bella costruzione di quelle che si è soliti ammirare lungo le rive dei laghi del Nord Italia con vaghe reminiscenze all’Art Nouverau tanto cara a Gabriele d’Annunzio. E’ l’Hidiv Kasri voluta nel 1907 dal governatore egiziano Abbas Hilmi Pasha che, nel corso del suo lungo soggiorno a Costantinopoli presso la Corte del Sultano Abd ul-Hamid II, ne affidò progetto e costruzione all’architetto Delfo Seminati. Il contributo che l’italiano aveva dato all’allora capitale dell’Impero era stato già notevole essendosi misurato in alcuni progetti di restauri di edifici governativi e di strutture pubbliche. Quando mise mano ai lavori Seminati sapeva già quello che avrebbe dovuto fare. La dimestichezza con l’edilizia residenziale ottomana di chiostri e yali gli permise del resto di approfondire lo studio non solo sui giardini antistanti le ricche dimore della nobiltà ottomana, ma anche e soprattutto nella struttura delle stesse caratterizzate da un nucleo centrale – sofa – che secondo un allineamento longitudinale o trasversale, era posto in correlazione con altri spazi. Il tutto però in chiave moderna, tale da soddisfare i gusti di una committenza colta, formata prevalentemente da dignitari di Corte (in questo caso un hidiv) che amava le novità dell’Europa ma non rinunciava per questo alle proprie tradizioni. E d’altra parte Seminati non era un avanguardista spinto come lo fu Raimondo D’Aronco che pure ad Istanbul ha lasciato tanti buoni esempi di architettura avanzata (vedi la Scuola di medicina militare Haidar Pasha, l’ambasciata estiva italiana a Tarabya del 1905, Casa Botter all’estremità della Grande Rue de Pera ). Semmai all’Art Nouveau egli apportò la profonda conoscenza del mondo turco, trasformandola in senso più pragmatico ed immergendola in un universo geometrico così caratteristico nelle opere del tedesco G. Gurlitt.
E poi l’ambiente si prestava bene. Non pensiamo infatti a come si presentano adesso le colline di Cubuklu, ormai devastate da una edilizia selvaggia. Vediamolo invece con gli occhi di fin de siecle-inizio Novecento quando la douceur de vivre della Costantinopoli di prima del 1912 – al pari della Parigi prima del 1789 - non fu mai dimenticata da chi ebbe modo di sperimentarla. Come scrive in proposito Philip Mansel, sulle due rive del Bosforo si allineavano gli yali. I più grandi appartenevano alle principesse e sorgevano non lontano dai palazzi imperiali, ma a rispettosa distanza. Una serie di verdi giardini degradava fino alle bianche costruzioni dei diplomatici europei e all’azzurro del braccio di mare, in cui erano ormeggiate le stationnaires, le navi delle ambasciate. Di pomeriggio i moli si trasformavano in una passeggiata internazionale: qui i giornalisti venivano a sapere, e diffondevano, gli ultimi pettegolezzi; là diplomatici e banchieri progettavano tornei di tennis, incontri di polo, balli ed altre iniziative. E poi c’era il Kedivè d’Egitto, quell’ Ismail Pasha che aveva manifestato una predilezione per la musica occidentale e commissionato l’Aida. A Costantinopoli, dove si ritirò a finire i suoi giorni, era ritornato ai gusti dell’infanzia. Nelle notti di luna un coro di cento schiave cantava per lui musica orientale nel suo yali di Emirgan.
Interno_del_padiglione_Hidiv_KasriInterno_del_padiglione_Hidiv_KasriPoteva dunque Hilmi Pasha, sia pure povero governatore in confronto ad un Kedivè, rimanere senza un suo alloggio? Di un padiglione dove ricevere anche lui dignitari e ambasciatori, dove circondarsi di splendide fanciulle, di godere il panorama, di assaporare il profumo dei gelsomini . degli iris e delle rose? No, non poteva. Delfo Seminati ce la mise tutta per assecondarlo. Di spazio, del resto, ne aveva a sufficienza: qualcosa come 270 ettari di terreno che Himi Pasha aveva acquistato in precedenza assieme a due ville di legno. Il risultato è come lo si vede oggi, dopo i lunghi restauri voluti dal Touring Club: una costruzione con al centro una grande hall nella quale fanno spicco una fontana di marmo, un soffitto a vetrate, ampie finestre, una torre dalla quale poter ammirare lo stupendo panorama del Bosforo. Si dice che nelle sere d’estate Hilmi Pasha vi si affacciasse per guardare con il cannocchiale la parte europea di Costantinopoli quasi a voler fare concorrenza a quel Safa Efendi, dignitario di Corte - uno dei protagonisti del romanzo Nur Naba dello scrittore Yakup Kadri – che sbirciava di nascosto per godere la bellezza dell’egiziana Raksinaz Hanimefendi.
In Hidir, Kasri Seminati lascia libero corso all’immaginazione, ma non fino all’eccesso, manifestando una ben maggiore disponibilità nella elaborazioni delle espressioni formali specie là dove seppe integrare perfettamente le nuove tradizioni con i codici linguistici del Paese in cui si trovava a lavorare: il risultato è di effetto, in particolare nella visuale sia delle scale e delle stanze dei piani superiori (dove si può salire con uno storico ascensore) sia del balconcino e della terrazza aperta. E’ la fantasia che si libera senza alcunché di ambiguo ma di forte caratterizzazione espressiva.
Comprato dal Municipio di Istanbul nel 1930 dopo la partenza del Pasha, il padiglione fu abbandonato per lunghissimo tempo, e più esattamente dal 1937 al 1982, anno in cui fu deciso di mettere mano al restauro. Adesso è un albergo, uno splendido albergo con restaurant e cafè dove poter passare piacevolmente qualche ora in compagnia. Per arrivare a Hidiv Kasri, la via più breve è mare. Si prende il battello a Bebek e si scende a Kanlica sulla riva asiatica, località famosa per lo yogurt. Con un taxi, spesa quasi irrisoria, ci si fa poi condurre alla metà.
Un paio di consigli: non scordatevi una macchina fotografica, o una cinepresa, per riprendere, all’interno del parco il più grande roseto di Istanbul e gli alberi secolari (ognuno ha una sua targhetta con la rispettiva carta di origine); visitate i bagni all’entrate del Kasir che meritano di essere visti. E ora, buon divertimento!
Ceylin Bediroglu/Istanbul