|
 La scena si svolge ai giorni nostri nell’angolo di una grande
tenda della tribù beduina degli Ar-Huale (la
gazzella), una delle più
potenti e ricche tra quelle che solcano le piste del deserto
arabico; i suoi membri superano, con le loro carovane, i confini di
tutti gli stati vicini, senza bisogno di alcun documento o
lasciapassare; commerciano ogni cosa, ogni bene che produce
ricchezza: spezie, monili d’oro e d’argento, stoffe preziose,
tappeti, fine vasellame e, si sussurra, anche armi. Ma questo è
ininfluente per la nostra storia. Ebbene, nella penombra della tenda
due donne stanno combinando il matrimonio dei loro figli; c’è una
possibilità concreta che esso si faccia, ormai è solo una
questione di dote, perciò ora dovranno entrare in scena gli uomini
delle due famiglie: viene fissata la data dell’incontro ed il
padre del fidanzato si recherà nella tenda del padre della
promessa; tutto avrà
inizio con il prendere…un caffè. Si, proprio quella particolare
bevanda, che fu introdotta in Europa appena verso il 1640, quando a
Venezia aprì una “bottega del caffè”, che fu la prima di tutto
il nostro continente.
Varie leggende si intersecano sulla nascita del caffè; gli studiosi
arabi ne fanno risalire la scoperta al XIII secolo, ma la prima
storia, riferita dall’orientalista Silvestro de Sacy, fa correre
l’anno 821 dell’Hegira, il nostro 1418: egli narra nella sua “Crestomazia Araba” che lo sceicco Omar ibn Ibrahim Es Sciadali,
mentre un giorno si trovava attorno a Moka, osservò nei suoi
cammelli una certa inquietudine e ne dedusse molto acutamente che
questo comportamento doveva derivare dal loro pasto. Così,
esaminati i prati circostanti, trovò le “bacche
di Maometto”, come vennero chiamati in seguito quei
meravigliosi grani della nostra pianta. Un’altra versione
attribuisce la scoperta ad un discepolo di Omar, la località è
diventata il monte Ossah vicino a Sobid ed i cammelli si sono
trasformati in pecorelle, ma sempre nervose.
Torniamo però alle trattative del matrimonio beduino. Ora, se uno
straniero entrasse nella tenda all’ultimo atto, proprio quando i
due padri, finito di discutere, stanno prendendo il caffè, potrebbe
capire da alcuni segni, nel silenzio totale, se l’accordo è stato
concluso in modo soddisfacente. Infatti in tal caso l’ospite
prenderà la caffettiera con la mano sinistra e, secondo un rituale
ben preciso, servirà il caffè passandola nella destra; il gustare
insieme l’aromatica bevanda sarà l’ultimo assenso per il
matrimonio. Una volta bastava questo, ora più prudentemente, per
evitare costose “amnesie” dell’ultima ora, completano il tutto
scrivendo il contratto, in quanto le spese per la cerimonia, la
tenda e le suppellettili sono di pertinenza della famiglia dello
sposo, mentre la sposa porterà la dote. Il matrimonio poi si
celebrerà entro un anno alla presenza dello sceicco e di due
testimoni. Alla domanda “Vuoi sposare quest’uomo?” la
fidanzata farà solo un cenno con la testa, ma se ella è vedova o
divorziata, allora dovrà pronunciare un “Si” ad alta voce.
Per molti decenni l’uso del caffè fu limitato alle zone
dell’Arabia, dell’Etiopia, dell’Egitto e della Siria, fino a
quando un aleppino di nome Scems, nell’aprile del 1554, dopo un
lungo viaggio, con i basti dei suoi asini e cammelli stracolmi di
una copiosa provvigione di piccoli grani, giunse a Costantinopoli.
Egli, in una stretta viuzza (che porta ancora il suo nome) aprì una
botteguccia dove serviva alla meravigliata clientela turchesca
l’aromatica e fumante “acqua nera”, che veniva portata alle
labbra con prudenza e che divenne poi la bevanda nazionale di quel
popolo.
Nei paesi arabi ed in Turchia tali botteghe del caffè vennero
chiamate Mektebi-irfan,
ossia “scuole della conoscenza”: il motivo è facilmente
comprensibile, perché ovunque dove il caffè si diffuse, questi
ritrovi divennero oggetto di lunghe soste per gli avventori, che
restavano ore ed ore in conversazione, dotta o banale o pettegola,
ma pur sempre “conoscitiva”. Ma al nostro Scems le cose non
andarono subito bene, perché, sembrando strano che a frotte la
gente andasse nella bottega dell’aleppino, iniziarono le invidie
per il suo prospero commercio e, con esse, le maldicenze e gli
epigrammi che parlavano di “vizio”. La situazione si aggravò
ancora, quando gli Ulema si scagliarono contro la nuova e nefasta
moda del caffè. Infatti essi affermavano che la bevanda era una di
quelle proibite dal Profeta, percui, come per il vino, chi vendeva o
sorseggiava il caffè, doveva essere trattato da eretico. Oiboh! Qui
non si trattava più di semplici frizzi e lazzi di invidiosi
epigrammisti, ma di taglio della
testa per eresia. Lo stesso nome, kahaveh, era in origine uno dei numerosi epiteti dati al vino in
Arabia e di esso si diceva che desse agitazione, impedisse di
dormire e rendesse anche più lenti ed infruttuosi negli amori.
Queste le argomentazioni degli Ulema, ma per fortuna regnava allora
il Magnifico, quel Solimano il Legislatore, più incline a
proteggere che a reprimere; perciò, ad un suo cenno, tutte le
diatribe e le proteste cessarono: i paladini della fede si
placarono, i poeti si stancarono e le botteghe del caffè
prosperarono e si diffusero ben presto in tutto il mondo ottomano ed
oltre. Che il caffè piacesse anche al grande e tollerante Solimano?
Ma le “scuole della
conoscenza”, in certi periodi di subbugli e di difficile governo
furono viste ancora come posti frequentati da tenebrosi cospiratori
e biechi rivoluzionari, a volte non a torto, e perciò sottoposte a
controlli e perquisizioni da parte della polizia turca. I primi anni
dell’800 videro la rivolta della Grecia, che portò
all’entusiasmo di molti spiriti liberi e… alla chiusura
dei caffè, per ordine del sultano Mahmud. Ma se la Grecia ottenne
l’indipendenza, la serrata dei caffè non durò ed essi riaprirono
e riacquistarono nuovo lustro, fino ad essere ricordati, alla fine
del secolo scorso, da quel grande innamorato delle cose turche, che
fu Pierre Loti, abituale frequentatore dei caffè di Eyup,
affascinante quartiere sul Corno d’oro.
Ma lasciamo i turchi e torniamo tra gli arabi, che,
seduti o mollemente distesi, come d’altra parte anche i persiani,
su comodi sofà, discutono ogni loro problema, reggendo una tazzina
di bevanda fumante: con il caffè si stabilisce la dote, si
stringono alleanze e si dichiarano anche le guerre, rovesciando la
caffettiera. La guerra poi continuerà fino a quando lo sceicco non
ordinerà alle donne di pulire le macchie lasciate sui tappeti. Il
caffè è legato ad avvenimenti felici, drammatici ed anche
collegati ai riti della morte: quando uno sceicco lascia questa
terra ed inizia il viaggio verso il paradiso delle Huri, è vietato
piangere per più di tre giorni, le donne non possono partorire
nella sua dimora, è obbligo di dormire sul lato destro, il fuoco
deve restare spento e non si può più versare il caffè nella sua
tenda per quaranta giorni. Il caffè non solo accompagna molti
momenti della vita, ma può anche anticipare gli avvenimenti;
infatti nelle tribù vi sono degli “esperti” che, leggendo la
disposizione dei fondi nella tazza, possono prevedere gli eventi ed
addirittura giungono a capire il carattere delle persone, le loro
intenzioni o il loro stato sociale, solo osservando il tipo di
caffettiera, dove essa è posta, o come viene tenuta in mano.
Ed
in Europa? Per il caffè, le Nazioni hanno combattuto come per
l’oro: portoghesi, olandesi, francesi e inglesi. Il caffè ha
segnato il destino di individui e di popoli: fu prosperità per
alcuni e schiavitù per milioni di uomini legati alle sue
coltivazioni nelle zone tropicali. La sua storia si svolge nei paesi
europei, nelle colonie più lontane dell’Africa, nell’America
centro-meridionale, in tutti i paesi di cultura islamica, nella
Ucraina delle guerre turche, nella Parigi dell’Illuminismo, alle
Borse di Amsterdam, a Venezia, nelle piantagioni di Giava e
dell’India occidentale. Tre secoli di storia sono legati ad esso.
Ma a parte queste considerazioni, anche da noi la vita del
caffè non fu all’inizio facile: giunto in occidente alla fine del
XVI secolo, rimase una curiosità botanica per lungo tempo, finchè
le descrizioni delle usanze turche narrate dal diplomatico veneziano
Gianfranco Morosini e dal viaggiatore romano Pietro della Valle
mossero a curiosità le nostre genti, cosicchè si incominciò ad
assaporare la nuova bevanda a scapito però di altre, soprattutto
del vino. Ed ecco allora contrapporsi le teorie che lo vedevano
quale giovamento alla digestione ed alla respirazione, e quelle che
invece lo consideravano dannoso alle viscere, soprattutto per la
fastidiosa stitichezza che si supponeva producesse. L’ostilità fu
tanta che quando Colbert morì nel 1683, si vociferò che, durante
la dissezione del suo corpo, fu trovato lo stomaco “bruciato
dal nero veleno”. Anche personaggi di spicco come il Redi,
medico alla corte granducale di Toscana nella seconda metà del
‘600, nei suoi dotti studi guardava con sospetto “all’amaro
e rio caffè”, asserendo che mai avrebbe abbandonato il vino
per quell’intruglio
Ormai però, alla corte del Re Sole la nuova bevanda era gradita e
diffusa, e nei porti di Marsiglia e Venezia e poi di Le Havre e
Genova era tutto uno scaricare dalle navi del Levante i sacchi con
gli esotici grani. Ma è proprio dopo l’assedio turco di Vienna
del 1683 che il caffè ebbe la sua definitiva consacrazione; infatti
la storia narra che un oscuro soldato polacco, Franz Kolschitzky,
rinvenne nell’accampamento di Kara Mustafà un enorme numero di
sacchi di caffè ed ebbe la bella idea di aprire quella che divenne
la prima “rivendita” in Europa. Il sapore amaro della nera
bevanda era ammorbidito con miele e latte e ad essa si accompagnava
l’usanza di intingervi i “kipfel”, quei particolari dolci a
forma di mezzaluna, che non si saprà mai se fossero già in uso
presso i turchi, o se furono creati dai pasticceri austriaci in
spregio della sconfitta ottomana.
Qualcuno a dire il vero dissacrava ancora la nuova essenza, come la
principessa Carlotta di Baviera che, contraria a tutte le nuove
“porcherie” provenienti dall’Oriente (tra le quali inseriva
anche il tè e la cioccolata), si professava seguace della buona e
vecchia birra tedesca. Nel contempo, William
Harvey, medico, anatomista
e fisiologo inglese,
auspicava già
alla fine del
‘600, che la diffusione del caffè servisse a sgominare
l’alcolismo, considerato, persino in quel tempo, una piaga
sociale.
La coltivazione della pianta era limitata ai territori arabi, ma già
all’inizio del ‘700 gli olandesi esportarono da Moka, nello
Yemen, i semi del caffè acclimatandoli nelle loro piantagioni a
Giava, Ceylon ed in India. Si narra poi che un tenente importasse i
grani con un periglioso quanto fortunato viaggio per mare, alla
corte di Luigi XIV, e così anche la Francia iniziò la coltivazione
a Cuba, in Martinica, a Guadalupe, in Giamaica e poi in Brasile: a
questo proposito un’altra tradizione vuole che un ufficiale
brasiliano, amante della moglie del Governatore francese di Guyana,
ricevesse in dono dall’amata un mazzo di rami in fiore che egli
piantò nel suo terreno, quale simbolo di amore perpetuo; l’amore
cessò, ahimè, ma la piantagione prosperò e si diffuse.
Ormai il successo del caffè è inarrestabile: al caffè Procope di
Parigi, fondato dal palermitano Francesco Procopio dei Coltelli,
pensatori e filosofi quali Voltaire, Mirabeau e d’Alambert
tiravano tardi a parlare di “modernità” davanti alle tazzine di
caffè ed a Venezia i caffè Pignatta e Florian non vedevano più
solamente i turbanti dei mercanti turchi, ma avventori europei di
tutte le fogge. Nel 1721 Montesquieu esalta la nera bevanda nelle
“Lettere Persiane” e poco dopo Johann Sebastian Bach compone la
“Cantata 211” in onore della caffèmania delle donne di Lipsia. Mentre nello Yemen si recita ancor’ oggi un versetto
del Corano e si invoca la misericordia di Allah sul benemerito
santone Es-Sciadali, Carlo Goldoni nel 1750 scrive in dialetto
veneziano “La bottega del caffè”, a Brescia l’Accademia dei
Pugni nel giugno del 1764 pubblica “Il Caffè”, ad opera di
Pietro Verri, del Beccaria e di altri famosi collaboratori e
contribuisce a risvegliare gli italiani verso i problemi delle
riforme essenziali per il risorgimento nazionale, e nel 1842 il
cavalier Baratta, torinese, esalta la magica sostanza in un suo
trattatello elogiativo di discreto successo; il pericolo ottomano è
un ricordo e la bevanda turca si impone ovunque e per sempre. Ma
singolare e divertente è quanto scrive in una sua corrispondenza
Pietro Della Valle, trovandosi a Costantinopoli nel 1614, quando la
voga della nostra bevanda era ormai colà affermata: “I
Turchi passano molta parte del tempo del Ramazan in certi luoghi
pubblici, dove anche in altri tempi vanno le genti a trattenersi
molte ore bevendo di quando a quando a sorsi (perché è calda che
cuoce) più di uno scodellino di certa loro acqua nera, che chiamano
cahve, la quale nelle conversazioni serve a loro come a noi il gioco
dello sbaraglino… Questa pozione la state si fa rinfrescativa, e
l’inverno al contrario, però è sempre la stessa e si bee calda
che scotti, succhiandola a poco a poco, non a pasto ma fuor di pasto
per delitie e per trattenimento quando si sta in conversazione…Non
sa quasi di niente et in che consista il gusto non so: anzi chi non
la sa bere, bene spesso si cuoce le labbra e la lingua: con tutto ciò
piace, né saprei dir perché…Quando io sarò di ritorno ne porterò
meco, e farò conoscere all’Italia questo semplice, che fino ad
hora forse le è nuovo…”. Ma dovevano passare ancora quasi
trent’anni prima che, a Venezia, si aprisse la prima “bottega
del caffè”.
GianFranco
Cortelli
NB. Pubblicato a Trieste, su “Il Massimiliano”, N°19,
luglio 2001
|