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Q uattro
anni erano stati più che sufficienti. Cicerone, romano de’ Roma, brindò
infine agli dei – sacrificando addirittura un capretto, lui così taccagno –
quando seppe (era il 51 d.C) che il Senato aveva deciso di richiamarlo in
patria. Tra quelle mollezze del Mediterraneo il Marco Tullio, anche se poi non
aveva nulla di cui lagnarsi, proprio non si trovava. Eppure avrebbe dovuto dar
retta a chi gli consigliava di lasciar perdere con Roma e di rimanere in Asia
Minore a fare il governatore. Avrebbe salvato la testa, né avrebbe offerto alla
sorella di Ottaviano, Ottavia, il piacere di punzecchiargli la lingua con uno
spillone. Ma se tanta era l’avversione di Cicerone per quei luoghi, non la
pensavano così Antonio e Cleopatra che – se non ci fosse stata di mezzo la
battaglia di Azio a togliere loro ogni fantasia – avrebbero di certo consumato
in eterno i loro ozi tra una spiaggetta e l’altra sorseggiando magari nella
baia di Gokova del buon vino fresco all’ombra dei pini. E, del resto, chi
avrebbe potuto non amare quella vita? Ecco come ce la descrive Plutarco di
Cheronea ne "Le vite parallele":
"La
regina risalì il fiume Cnido su un battello dalla poppa d’oro, con le vele di
porpora spiegate al vento. I rematori lo spingevano contro corrente, vogando con
remi d’argento al suono di un flauto, cui si accompagnavano zampogne e liuti.
Essa (n.d.r: Cleopatra) era sdraiata sotto un baldacchino trapunto d’oro,
acconciata come le afroditi che si vedono nei quadri. Una flotta di schiavetti,
somiglianti agli amori dipinti, ritti ai due lati, le facevano vento. Allo
stesso modo anche le più formose delle sue ancelle, in vesti di narcisi e
Grazie, stavano alcune sopra la sbarra del timone, altre sui pennoni. Profumi
meravigliosi si spandevano lungo le rive al passaggio della nave, levandosi dall’incenso
che sovente vi veniva bruciato. Gli abitanti o l’accompagnarono fin dalla
foce, oppure scesero dalla città per assistere al suo passaggio.
Antonio, seduto sul tribunale, rimase nella piazza tanta fu la folla che uscì
incontro alla regina. E tra tutta quella gente corse una voce, che Afrodite
veniva in tripudio ad unirsi a Dionisio per il bene dell’Asia. Antonio mandò
ad invitarla a pranzo, ma ella gli chiese di andare invece lui da lei. Antonio
desiderò subito dimostrare la sua accondiscendenza e grande cordialità.
Ubbidì e vi andò. Gli addobbi che trovò nella sala erano superiori ad ogni
descrizione, ma soprattutto lo colpì la quantità di luci che vi ardevano".
Racconta ancora Plutarco che appena
Antonio vide la regina ne rimase affascinato. Le sorti del grande condottiero
erano ormai segnate. Ed anche quelle di Roma.
(Nicola Quattrini)
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