Cultura
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N
Segnali di questa presenza sono, ad esempio, l’uso di alcune espressioni generiche che si sono – come dire – internazionalizzate: "ciao", "mafia", "spaghetti", "pizza", "arrivederci", "dolce vita", etc; oppure di ristagmi che provengono dalla vita politica, come "mani pulite" o "partitocrazia". In crescita costante, poi, le presenze scritte nelle insegne e nelle vetrine dei negozi; dalla Quinta strada di New York alla Città vecchia di Stoccolma, ai quartieri di Ginza e Kanda di Tokyo, al centro di Mosca; per citarne alcune. Sempre più frequente infine l’uso di suffissi come "-eria" e "-issimo". Insomma, l’italiano è ormai una presenza costante, molto più di quanto possano essere francese, tedesco e spagnolo. Merito anche del cinema e di una particolare letteratura che negli ultimi anni hanno offerto un loro eccezionale contributo. Al di là, quindi, del fenomeno di Umberto Eco e del suo "Il nome della rosa".
Un fatto è sicuro: il numero di quanti ricorrono all’italiano per comunicare sta crescendo. I riscontri vengono da Paesi di emigrazione "storica". Vengono dagli Stati Uniti, dal Canadà, dall’Australia e, naturalmente, anche dall’Argentina data la presenza di una forte comunità di ex connazionali. Lo stesso dicasi, in Europa, per Germania, Francia, Romania, Grecia. E il <made in Italy>. Il successo di questo è trainante in tutti i sensi. A beneficiarne, infatti, è la lingua.
Un
boom del genere non dovrebbe meravigliare più di tanto. Lo è invece perché è
inimmaginabile, in Paesi come la Turchia dove lo studio dell’italiano ha
superato ogni limite. Non è esagerato affermare che, oggi come oggi, l’antica
Asia Minore volge nuovamente il suo sguardo verso il Bel Paese. Ora affermare
che il popolo turco sia attratto particolarmente dalle bellezze naturali, dalla
cultura e dal patrimonio artistico sarebbe alquanto riduttivo; l’interesse va
oltre. L’Italia per la Turchia costituisce il modello da imitare ed in fondo
è spiegabile se si pensa all’interconnessione avvenuta nei secoli passati tra
le diverse civiltà: la romana e l’orientale.
Per avere un’idea: in una città come Ankara sono più di duemila le persone che studiano l’italiano. Lo fanno presso l’Istituto italiano di Cultura, lo fanno nelle Università, lo fanno presso la <Turk Traktor>. Lo fanno infine presso il Dipartimento di Filologia (ben trecento iscritti). In quanto ai corsi di lingua e letteratura, la durata è di cinque anni. Questo ad Ankara. Ad Istanbul, i corsi si tengono invece presso l’Istituto di Cultura, presso il Liceo italiano (che non ha bisognosi presentazioni), presso il Dipartimento di filologia italiana della <Koç University>. E non è finita. A Izmir (l’antica Smirne) sono circa mille gli studiosi di italiano (la maggior parte lo segue presso il Centro Carlo Goldoni), e altrettanti sono a Bursa. Imparano l’italiano presso la <Tofas> ed altre strutture.
A ben vedere, il processo di diffusione dell’insegnamento della lingua italiana è in continua espansione. Dato che è indiscutibile. Italiano per tutti, italiano soprattutto per i giovani. Sono questi che vedono film italiani, che guardano la televisione, che mangiano italiano, che ascoltano canzoni italiane, che fanno vacanze italiane. E che, se possono, studiano italiano nelle nostre scuole e nelle nostre università: come Roma, Perugina, Urbino e Milano. Cosa dire di più. Certo, quando si affronta il mondo di internet lo si può fare solo se si ha una buona conoscenza dell’inglese. Ciò non toglie che l’italiano diventa indispensabile (e ancora il latino, aggiungiamo) nel momento in cui ci si debba tuffare nel mondo degli studi classici o archeologici. Allora è tutto un altro discorso.