Cultura
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Tarkan 25 anni, milioni di dischi venduti. Il successo di Sesen Aksu, la Tina Turner turca. Un giovane ed intraprendente cantautore, Mustafà Sandal |
di Osvaldo Scorrano
A
un concerto pop, in Turchia, le voci dei minareti non arrivano. Tutto sembra molto più esotico, più abituale. Le canzoni drammatiche e cariche di arabeschi che si ascoltano nei taxi e nelle birrerie di Aksaray hanno un aspetto assai più sobrio, contaminate dai suoni occidentali. Il mercato del pop in Turchia esiste ed è fiorente. Hanno le loro popstar, le televisioni che trasmettono i clip, Internet, mille locali in cui scorrono fiumi di hardrock, ed una gioventù che segue con avidità i consigli dei più noti dee-jay.
Tarkan
(Tevetoglu), 27 anni, milioni di dischi venduti in patria, è la più grande
popstar turca. Ha un fan club agguerritissimo che riceve almeno cinquecento
tagliandi di adesione al giorno (alcuni arrivano anche dall’Italia, da persone
che hanno acquistato la cassetta o il CD in Turchia), ha un sito Internet e un
indirizzo di posta elettronica. Canta in turco canzoni della Walt Disney e, quel
che è più importante, è entrato da tempo nelle simpatie di Ahmet Ertegun, il
turco più influente della terra, fondatore della "Atlantic Records",
un vero magnate del music-business.
Tarkan
ha da poco finito di incidere un disco "americano", diverso dai
precedenti. Negli ultimi, più maturi e ricercati di quello d’esordio, l’artista
riesce a coniugare con grande abilità e professionismo il pop-rock dei suoi
idoli, come George Michael e Sting, con la canzone turca di cui Zeki Muren è
stato l’idolo incontrastato fino alla morte avvenuta qualche anno fa. E’ l’artista
turco che Tarkan ammira di più – insieme a Sezen Aksu , la cantante che ha
composto i suoi due più grandi successi, "Hepsi senin mi" e "Smark"
– ed ora potrebbe essere proprio lui a sostituirlo nel cuore della sua gente.
Chitarre elettriche, percussioni, ma anche strumenti tradizionali come il <ney>
e l’<ud>: le canzoni di Tarkan sono avvincenti e la sua voce è
potentissima, straordinariamente efficace a far presa sul pubblico dei
giovanissimi.
Sezen Asku, a sua volta, è una signora che ha passato la quarantina. Cambia immagine sulla copertina di ogni disco: qui con un baschetto di cappelli rossi, là con un <grooming> da sofisticata nobildonna, in un altro ancora con un provocante abito stretch. E’ inquieta, intelligente e dotata di un infallibile fiuto di compositrice. E c’è da scommettere che se una canzone la scrive lei il disco d’oro è garantito. La Aksu è una nottambula. La sua casa, la sua corte di amici, la velocità con cui cambia look, sono leggendari. Tutto succede nel suo salotto, durante quelle serate in cui si parla tanto e il raki, il tipico liquore turco, non può non mancare assieme ai tradizionali pistacchi. Sezen ha strappato il pop turco dalla sua dimensione provinciale. Qualcuno l’ha definita la Tina Turner turca, ma lei è molto di più. E’ insieme la Turner e Joni Mitchell, Courtney Love e Madonna. E’ stravagante, colta e generosa. Ha sfrondato gli arabeschi della canzone popolare più drammatica, di cui Zeki Muren è l’esempio più noto, e l’ha inserita nel "mainstream" internazionale, in un Paese in cui la tutela dei diritti d’autore è ancora utopia. Sezen Aksu ha deciso di dimostrare ai padroni della musica di non essere disposta a subire soprusi, affidando tutto il suo "prezioso" repertorio ad una multinazionale che ne tuteli l’utilizzazione.
I
padroni della musica, ad Istanbul, sono tutti nel quartiere di Unkapani, un
agglomerato di prefabbricati su più piani con blocchi assegnati alle varie case
discografiche. Si tratta di uffici semplici in cui si sbrigano tutte le pratiche
amministrative, con un piccolo magazzino annesso in cui sono stipati CD e
cassette da vendere ai grossisti. Attraverso le porte a vetro degli uffici
disordinati si odono le canzoni del momento: le voci sommesse dei cantautori
come Yavuz Bingol, quelle arroganti degli artisti politicamente impegnati come
Livanelli (che in passato ha collaborato con Mikis Theodorakis), musiche
devozionali che accompagnano il vorticoso ruotare dei dervisci, new age di
arditi tastieristi dell’Anatolia, partiture ottomane eseguite da ensemble
moderni, ristampe di interpreti d’epoca alle prese con un tango argentino o
con una vecchia canzone francese tradotta. Il tutto fortemente mischiato con
musiche d’importazione.
Di questa ricchezza di suoni – non va dimenticato che le etnie che convivono nella Repubblica turca hanno forme musicali molto peculiari – approfittano i compositori più intelligenti, come Sezen Aksu o Mustafa Sandal, un giovane ed intraprendente cantautore.
Sandal ha smerciato milioni di pezzi dei suoi album grazie ad una geniale e piacevolissima canzoncina intitolata "Araba " (automobile), più vicina ad un<hit> di Madonna che ai drammoni cantati da Hakan Tashiyan, nuovo idolo del pop turco più ispirato alla tradizione araba. Nei quartieri non è raro ascoltare qualcuno che canta a squarciagola la sua "Hazin geliyon". Qui la musica fa affari d’oro ed è ancora un’arte che si consuma più sul palcoscenico che sul disco. Nella dozzina di casinò sparsi per la metropoli (Istanbul ha circa 16 milioni di abitanti) le popstar tengono recital per settimane di seguito. Come Bulent Ersoy, vissuto per anni esilio in Germania ed ora <vocalist> di razza dalle forme giunoniche. La cantante è riuscita a farsi perdonare un passato non proprio da educanda. Non molto tempo fa ha anche avuto il privilegio di esibirsi all’Olympia di Parigi.