Cucina
Chiamatele
melanzane e sarà tutto più facile. E’ uno dei piatti nazionali, sempre che
si apprezzi la cucina vegetariana. Di mediterraneo queste hanno tutto tanto che
le si trovano in ogni tavola che si rispetti. Kemal Ataturk se le faceva
preparare appositamente quando si concedeva la libertà di andare a mangiare in
una piccola trattoria vicino Galata. Ed è proprio per fare cosa gradita al
"padre della patria" che quello chef casereccio, di cui si parla in un
libro di lontana memoria, dava il meglio di sé nella preparazione della
cosiddetta "delizia dell’Inam". Il grande Escoffier avrebbe avuto di
che imparare. Gli ingredienti per le imambayildi sono i soliti quando ci
si accosta alle verdure: vale a dire olio, cipolla, aglio, pomodori, prezzemolo,
sale e acqua. Le melanzane devono essere messe una vicina all’altra in un
pyrex. Prima saranno tagliate a metà, nel senso della lunghezza, cercando di
allargare i bordi per inserirvi il ripieno. La bravura sta proprio nella
preparazione di quest’ultimo giacché è la cipolla il vero riferimento della
pietanza che si vuole offrire ad un cliente esigente. Cipolla che va tagliata in
due, di ogni metà poi vanno tagliate le mezze lune si da fare un bel trito.
Quello che conta è che la cipolla così ridotta, spolverata con abbondante sale
e lavorata in modo che ne fuoriesca il succo amaro, sia lavata bene sotto l’acqua
bollente. Solo allora la si potrà unire all’aglio, al prezzemolo tritato e ai
dadetti di pomodoro. Il ripieno è pronto per riempire le melanzane. Olio e
acqua fanno il resto. Cuocere a fuoco lento per tre quarti d’ora.
| Come il cornetto (ay), portato da un soldato turco a Vienna durante l’assedio, entrò alla corte di Maria Teresa per passare poi a Versailles ed essere ribattezzato brioches |
"Maestà
non c’è pane"
"E allora dategli le brioches".
Sembra che così abbia risposto la regina Maria Antonietta al primo ministro che
la dettagliava sul popolo affamato. La brioche – in quella Francia quasi fine
settecento – altro non era il nostro volgare cornetto che la figlia di Teresa
d’Austria aveva portato alla Corte di Luigi XVI appena vi giunse sposa. Vale
la pena però ricordare che questo dolce, a forma di mezzaluna un po’ ricurva,
fu fatto conoscere agli austriaci dai turchi durante l’assedio di Vienna. Poi,
si sa, le tradizioni – anche quelle culinarie – emigrano facilmente fuori
patria, specie se i contenuti vengono apprezzati. In Turchia il cornetto si
chiama ay e, nella variazione proposta, è al cioccolato. Mangiato di
mattina è quanto di meglio si possa avere durante la prima colazione. La
ricetta è semplice. Si fanno tostare due etti di mandorle nel forno, quindi le
si tritano una volta raffreddate. Fatto questo, il tutto si riversa – assieme
a 150 grammi di cioccolato fuso – in una casseruola dove preventivamente è
stato messo burro e zucchero, a fuoco lento. A questo punto con un cucchiaio di
raccolgono tanti pezzi, della grandezza di una noce, dell’amalgama ottenuto e
li si fanno arrotolare facendone dei bastoncini. Le estremità devono essere
assottigliate per dare la forma delle mezze lune. Si mettono i biscottini sulla
teglia, si infornano a calore moderato per un quarto d’ora e…voilà!
"Riso
amaro" con Silvana mangano. Storie di mondine, storia di un piatto che una
volta era apprezzato non più di tanto. Ma forse perché non se ne conoscevano
appieno le qualità. Nella cucina turca il riso (pilav) è una presenza
costante, sia come portata a sé (viene condito, tra l’altro, con fagioli o
ceci in salsa di pomodoro), sia come contorno alle carni e ai pesci arrostiti.
Il segreto di un buon pilav è di non farlo scuocere e di mescolarlo bene con
giuste dosi di acqua (o brodo), burro e sale. L’acqua non deve essere più di
tre bicchieri, il burro non più di tre cucchiai, il sale non più di un
cucchiaino. I metodi di cottura sono due. Li riprendiamo, paro paro, da una
ricetta riportata dalla "Clup Guide" che cita: si può gettare il
riso, il burro ed il sale nel brodo bollente. Far cuocere a fuoco basso finché
tutto il liquido sia assorbito (17 o 18 minuti). Oppure: far sciogliere il burro
e rosolarvi il riso a fuoco medio per una decina di minuti mescolando in
continuazione, versandovi poi il brodo bollente e facendolo assorbire come
sopra. L’essenziale è coprirlo con un coperchio, interponendo della carta
assorbente, e lasciarlo riposare per venti minuti.
Questa la riccetta, per quattro persone, di un pilav zetinyagli. Se non
avete il riso, quello di tipo orientale per intenderci, correte allora subito ad
acquistarlo. Ci vogliono due bicchieri di riso, 2/3 di bicchiere di olio d’oliva,
10 cipolle, 3 cucchiaini di sale ed uno di zucchero, menta fresca o secca, una
tazzina di uvetta nera, una tazzina di pinoli, pepe. Soffritto.
Il
cacik fa parte dei "meze", che poi sono gli antipasti.
Non c’è ristorante della Turchia dove, sedendovi a tavola per allietare un
paio d’ore del vostro tempo, i camerieri non si precipitino subito da voi per
mostrarvi quanto sia ricca la loro cucina in fatto di "meze". Ma
attenzione! De buoni "meze", perché siano veramente all’altezza,
devono comprendere il cacik. Traduzione in italiano non esiste. Il cacik (si
pronuncia giagik) basa tutta la bontà del sapore nello yogurt che di
natura è acidognolo. A questo proposito è preferibile, anzi è d’obbligo,
uno yogurt molto diluito quale quello che si trova in Tracia (si dice che questo
sia il migliore in assoluto tra tutti gli yogurt del mondo, anche più di quello
libanese). Allo yogurt – che nel nostro caso non dovrà superare i 750 grammi
– si aggiungeranno due piccoli cetrioli sbucciati, olio di oliva quanto basta,
uno spicchio d’aglio tritato, un ramoscello di anello (finocchio). Lo yogurt
va sbattuto vigorosamente in una insalatiera, quindi si amalgama con il
condimento. Il piatto potrà essere arricchito con una infiorata di pomodori e
peperoni tagliati, tanto per renderlo più gradevole all’occhio. Ah, si
dimenticava! Il cacik va poi spalmato su fette di pane. Se fresche e fragranti,
ancora meglio. Ad accompagnare questa salsa in genere è sempre il formaggio,
tipo feta. Qualche olivetta nera e ciascuno potrà dire, alla fine, di avere
raggiunto una sorta di estasi culinaria. Certo, ci si accontenta di poco. Ma la
vita è fatta anche di cose semplici e genuine.
Il cacik del resto non delude mai. Se poi si verificasse una tale eventualità,
allora – credete – la colpa è solo dello chef. Licenziatelo.