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Basket, Datome e il Fenerbahçe sul tetto d'Europa: piegato l'Olympiacos

domenica 21 maggio 2017 Flavio Vanetti/Corriere della sera Foto: OA Sport

ISTANBUL - È il primo titolo europeo, nel basket, di una squadra turca: Fenerbahçe 84, Olympiacos Pireo 64. L’Eurolega è del club della sponda asiatica della metropoli ottomana.
Istanbul esplode di gioia nello stupendo Sinan Erdem Dome, che a settembre sarà la «casa» della fase conclusiva dell’Eurobasket: impianto magnifico, club modello, squadra straordinaria. Giusto così: la Turchia è una delle locomotive del basket del terzo millennio, da questo movimento c’è solo da imparare e pure alla svelta . È il nono trionfo, con cinque squadre, di Zelimir Obradovic, un allenatore immenso che darebbe la paga al novanta per cento dei coach della Nba ma che nel torneo professionistico americano non ha mai pensato, nemmeno per sbaglio, di andare. Ed è il ritorno al vertice di un cestista italiano, sette anni dopo Gianluca Basile che nel 2010 tagliò il traguardo con il Barcellona: stavolta quella che fu la coppa con le orecchie, alias Coppa dei Campioni, e che oggi è invece il trofeo che sancisce il segno del comando in un torneo diventato un vero e proprio campionato continentale, è nelle mani di Gigi Datome. Ventun minuti partendo dalla panchina (come quasi sempre avviene), 11 punti pesantissimi (inclusi quelli che hanno orientato la sfida: la tripla del 57-44 e poco dopo un altro siluro dalla distanza per il +18 del 68-50), sei rimbalzi e tanta utilità. Obradovic a volte lo sgrida pesantemente, ma Gigi sa che è il suo modo di manifestare stima per quello che dà e per i valori morali che porta in campo: è anche per questo che Datome dopo due sofferti anni nella Nba (dal 2013 al 2015, prima a Detroit poi ai Boston Celtics) ha deciso di tornare in Europa. «Voglio essere un giocatore di Obradovic», disse a commento della scelta. Ora la storia gli dà ragione, anche se è costretto a pagare un pegno: un bel po’ della capigliatura - nello specifico un pezzo della coda da cavallo che Gigi arrotola in uno chignon - viene sacrificato dalla sforbiciata di Pero Antic. Era una promessa in caso di trionfo. E i patti devono essere onorati.
Le prime parole di Datome sono venate di emozione e dei ricordi di questa esperienza a Istanbul, comunque non facile perché Obradovic è il coach che si infuria perfino quando, a 2 minuti dalla fine e con la squadra avanti di 18, la squadra si concede una minima distrazione: «Ho dato tanto in questi due anni per trovare uno spazio e un ruolo. Questo è un bellissimo momento, che racconta di un lavoro lungo e stressante. Ma adesso sono felice per me, per la squadra e per una Nazione che raggiunge, nel basket, il primo titolo europeo». Egoisticamente, noi italiani speriamo che adesso l’europeo assuma la «E» maiuscola e che diventi l’Europeo estivo da addomesticare con la Nazionale. Datome, che ne è capitano, non può tirarsi indietro: «Faremo di tutto, prima nel girone di Tel Aviv e poi, si spera, qui in questo impianto, per riprenderci quanto ci è scappato due anni fa e soprattutto al preolimpico dell’anno scorso a Torino. Tempo al tempo, però: adesso voglio godermi questa vittoria».
C’è però un altro pezzo di Italia nel successo del Fenerbahçe. Lo porta Maurizio Gherardini, negli anni 80 funzionario di banca della ex Comit e general manager part time della Libertas Forlì. Maurizio partì così e da lì per dare corpo a una carriera diventata straordinaria, esaltata prima alla Benetton Treviso e poi con il passaggio ai Toronto Raptors, dei quali fu vicepresidente esecutivo. Il Fenerbahçe è stato l’approdo di ritorno e Gherardini ha saputo portare anche in Turchia la sua sagacia, la sua abilità, la sua pazienza, il suo occhio formidabile nell’azzeccare i giocatori. Uno così l’Italia avrebbe dovuto riprenderlo e blindarlo, affidandogli le chiavi di un basket avvizzito, squattrinato, chiuso nel suo palazzo (e privo però di palazzi decenti), senza uomini e senza idee. Invece no, l’abbiamo lasciato scappare. Ed ecco che il metodo Gherardini ha valorizzato chi invece ha saputo investire e programmare. Chapeau: aspettiamo ora che porti a Istanbul anche Niccolò Melli, che dopo le due stagioni al Bamberg con Andrea Trinchieri (un altro «profeta» all’estero) è pronto al definitivo salto di qualità.

 

 

Un anno fa il Fenerbahçe perdeva a Berlino contro il Cska una finale che aveva visto scivolare malamente via ma che aveva saputo riacciuffare, salvo arrendersi all’overtime dopo il rocambolesco canestro del pari dei russi a fil di sirena. La beffa fu atroce. Ma i giocatori promisero a loro stessi di rimanere per riprovarci. È così che la finale 2017, grazie anche al fattore campo, l’hanno aggredita fin dal primo secondo con la decisione di chi vuole rifarsi. Arrivato anche in doppia cifra (35-25), il Fenerbahce ha però dovuto fare i conti con la tenacia dell’Olympiacos, fondato a sua volta su campioni (Spanoulis, un esempio di come si sta in campo; Birch, formidabile sui palloni sporchi, Milutinovic, 22 anni, serbo, un talento non del futuro ma già del presente). I greci hanno reagito e hanno fatto paura: 44.40 nel cuore del terzo quarto. Ma a quel punto è partito il Fenerbahçe, che con un parziale di 24-10, alimentato anche da due triple ravvicinate di Datome, ha indirizzato il match. Esulta Gigi, si rammarica Daniel Hackett, che a causa dell’infortunio riportato in inverno ha potuto solo tifare dalla panchina. Ma l’importante è che anche l’Italia può esultare nel giorno di un altro trionfo «degli altri».