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17 aprile

    17 APRILE   LE PASQUE VERONESI   Controinformazione ovvero mettere in giro notizie false in modo che i suoi effetti siano esattamente il contrario di quello che si è creduto avendole prese per buone. Maestri della controinformazione furono i sovietici durante la "Guerra fredda", grazie soprattutto al Kgb e ad altri servizi segreti che in fatto di destabilizzazione non sono stati secondi a nessuno. Un sistema questo che però era stato già anticipato, a fine settecento, dai francesi che lo misero in pratica in più di una occasione. Un classico esempio ci viene dato nel 1797 dall'intelligence di Napoleone I che - per conquistare i ricchi territori della Repubblica di Venezia che ancora non erano nelle sue mani, senza perdere per questo di fronte all'Europa quell'aureola di condottiero democratico che lo faceva tanto salvatore degli oppressi - fece ricorso proprio alla controinformazione. E dato che nei progetti del Bonaparte vi era quello di fare di Verona - in parte già occupata dalle truppe francesi - un avamposto giacobino, dette carta bianca al generale Antoine Ballard di escogitare un mezzo per risolvere il problema. Questi si servì abilmente di tal Francesco Battaja, un ex provveditore straordinario di terraferma che sotto sotto simpatizzava per Napoleone, il quale la sera del 16 aprile fece affiggere nelle mura della città scaligera numerosi manifesti incitanti alla rivolta contro gli occupanti. Nel testo si leggeva che i francesi erano stati battuti dalle armate austriache e che quello era il momento giusto per sollevarsi contro la prevaricazione dei soldati oppressori. Tutto falso. 
I rappresentanti veneti cercarono di far capire alla popolazione che la verità era tutt'altra. Non solo, ma il fatto che a firmare i manifesti era stato il Battaja, non avrebbe dovuto trarre in inganno la gente. Questa però era già partita per la tangente tanto più che c'erano stati già alcuni incidenti in un paio di osterie tra i locali e la soldataglia francese che pretendeva di fare il buono ed il cattivo  tempo. Il giorno 17 aprile, a parte qualche scaramuccia, la scintilla dell'insurrezione la si ebbe quando il generale Ballard, a metà pomeriggio,  ordinò di bombardare Castel San Felice e Castel San Pietro. Quanto bastava perché la popolazione - stanca dell'oppressione e delle continue vessazioni - dette sfogo a tutta la sua ira. Come all'incirca sei secoli prima i palermitani si erano ribellati ai d'Angiò, i cittadini di Verona si armarono di quello che trovarono e cominciarono a dare una caccia sistematica alla truppa napoleonica dando vita a quella che furono chiamate le Pasque veronesi. Per una settimana fu tutto uno scontro, con la popolazione asserragliata all'interno della città, in attesa di rinforzi da illusori alleati, e l'esercito francese dei generali Jacques-François Chevalier e Joseph de Chabran schierato tutto intorno in attesa della resa incondizionata dei ribelli. Resa che arriverà il giorno 25 aprile, nonostante una strenua difesa ed anche qualche sortita verso i castelli. Ma la mancanza di viveri e il sistematico bombardamento della artiglieria francese ebbero alla fine ragione di qualsiasi atto di valore.
Le condizioni imposte ai vinti furono tra le più dure, e non solo perché Verona fu costretta a pagare un contributo di 170 mila zecchini e vedersi confiscati immobili, cavalli e quant'altro (i francesi pretesero 40 mila scarpe, duemila paia di stivali, 12 mila sottovesti, 4 mila vestiti, 12 mila paia di calzoni, 12 mila tra cappelli e calze), ma in particolare perché la città fu interamente spogliata di tutte le sue opere d'arte. Il Bonaparte si dimostrava ancora una volta di essere nient'altro che un ladro di pinacoteche, collezioni pubbliche e private, tesori. Qualche mese dopo Il Veneto, in virtù del trattato di Campoformio, passava all'Austria. Ma era troppo tardi. I capi rivoltosi erano già stati fucilati in seguito a processo sommari. Le campane a martello avrebbero risuonato per molto tempo. (Veronica Incagliati)