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15 aprile

    15 APRILE

LA TRAGEDIA DEL TITANIC "Nemmeno Dio potrebbe far affondare questa nave". Era il 10 aprile 1912 allorché un marinaio del transatlantico inglese "Titanic" pronunciava queste parole. Quattro giorni dopo, esattamente alle H. 23:40 del 14 aprile, la nave entrava in collisione con un iceberg e in poco più di due ore e mezza si inabissava nelle acque gelide dell'Atlantico portandosi dietro 1515 passeggeri dei 2223 che si erano imbarcati a Southampton per il viaggio inaugurale, direzione New York.
Quante volte al cinema e in Tv abbiamo visto e rivisto quelle scene drammatiche, quante volte Leonardo Di Caprio e Kate Winslet ci hanno fatto rivivere, nell'omonimo film kolossal, il loro dolcissimo amore spezzato da un atroce destino. Destino! Ma niente è tale se non c'è sempre di mezzo la mano dell'uomo. Si era voluto costruire un transatlantico che fosse il più grande e che passasse alla storia quale massima espressione della tecnologia. Per questo lo si era voluto chiamare "Titanic", come una delle potentissime dodici divinità mitologiche, e come Titano avrebbe dovuto assurgere a simbolo di imponenza e di sfida al cielo. Ci si era dimenticati, o peggio, ci si era infischiati di proteggere le paratie con acciaio buono e fino ad una altezza utile per evitare le conseguenze di eventuali collisioni. Ci si era dimenticati, o peggio, che una nave di 46.328 tonnellate, lunga 269 metri e larga 28, con un ponte sulla linea di galleggiamento alto 18 metri non poteva essere governato da un timone adatto appena per le unità del '700. Ci si era dimenticati, o peggio la compagnia <White Star> se ne era altamente infischiata, che il comandante Edward J. Smith era il meno indicato per affidargli il "Titanic" avendo alle spalle un pedigree nautico tutt'altro che brillante (tra i tanti incidenti, una sua unità era andata a cozzare qualche mese prima con un incrociatore corazzato). Ci si era dimenticati, o peggio, che ancor prima della partenza da Southampton, era scoppiato un incendio a bordo del transatlantico che l'equipaggio non riusciva a spegnere ma poco importava in quanto gli ordini del proprietario dell'unità, J.P. Morgan (uno degli uomini più ricchi di mondo), erano stati di rispettare il programma e di arrivare a New York nel giorno stabilito. Ci si era dimenticati infine, o peggio, che fin dalle prime ore pomeridiane del 14 aprile i telegrafisti dell' "inaffondabile" avevano avuto cablogrammi da altri navi con i quali si avvisava del pericolo di grossi iceberg sulla rotta del "Titanic". Ma né il comandante, né gli ufficiali in seconda, né J.Bruce Ismay (uno dei realizzatori del transatlantico) anche lui a bordo, ritennero di dover prestare fede alla minaccia incombente. Quello che contava era non rompere il momento incantato del "Titanic", quello di una belle époque - trasportata con i suoi lussi e le trasgressioni - dai palazzi del vecchio continente direttamente su una nave più blasonata del momento. Con l'inabissamento del "Titanic" sarebbero morte invece tutte le illusioni. Nulla sarebbe stato più come prima. E dire che non erano mancati segni premonitori. Già alcuni scrittori si erano cimentati in racconti su disastri del mare causati dalla presenza in mare di iceberg, ma quello che più avrebbe potuto essere interpretato come un malaugurio vero e proprio era il romanzo di Morten Robertson dal titolo "Futility" che anticipava la tragedia del "Titanic" e nel quale si narrava il naufragio del transatlantico "Titan>.
Solo in seguito si fece caso alla analogia dei nomi, "Titanic" e "Titan". Anche quest'ultimo impattava contro un iceberg, nello stesso punto dell'oceano e durante il viaggio inaugurale. Pure il "Titan", come il "Titanic", aveva tre eliche, misurava 882 piedi di lunghezza ed aveva il medesimo ed insufficiente numero di scialuppe (venti). Pure il "Titan", al momento della collisione, procedeva ad una velocità di 23 nodi.
Premonizione? Mah! Tutto è possibile. Ma se il racconto del "Titan" era solo il parto della fantasia di uno scrittore, la realtà quella notte del 14 aprile era ben altra. La cronaca di quei momenti l'abbiamo tratta da <Wikipedia>: "Alle 23:40, le vedette Fredrick Fleet e Reginald Lee videro un iceberg direttamente di fronte alla nave; pare che durante le operazioni di carico a Southampton, a bordo non fossero stati portati i binocoli, cosicché l'avvistamento dell'iceberg dovette essere effettuato letteralmente a vista. Fleet suonò tre volte la campana e telefono al ponte di comando esclamando Iceberg dritto di proravia! Il primo ufficiale Murdoch virò immediatamente a sinistra e ordinò macchine, ma la nave stata filando alla massima velocità e non poteva ridurre la pressione del vapore, e tanto meno la velocità, in un tempo così breve. A peggiorare la situazione si aggiunse il fatto che lo scafo reagiva lentamente alle manovre del timone, e solo all'ultimo istante cominciò a virare visibilmente a sinistra. A posteriori è stato provato che se Murdoch avesse freddamente mantenuto la direzioni, la nave avrebbe subìto un violento impatto frontale contro l'iceberg, danneggiando i primi compartimenti stagni ed arrivando a New York con sole poche ore di ritardo. Ordinando invece la virata a sinistra, il Titanic offrì all'iceberg la sua fiancata che fu trafitta in più punti per il progressivo effetto della virata".Venti minuti dopo la collisione il comandante era già convinto che il "Titanic" fosse perduto dal momento che si erano allagati cinque compartimenti stagni dell'unità. Per calmare la gente che si accalcava per impossessarsi di un posto nelle poche scialuppe di salvataggio, l'orchestra cominciò a suonare un ragtime i cui componenti non avrebbero smesso di farlo fino al completo affondamento del transatlantico, consapevoli di essere sul punto di morire tutti. Qualcuno tra gli scampati asserì più tardi di aver sentito sotto le acque - una scena che aveva dell'apocalittico - le note dell'inno "Neare, My God To Thee". Tutt'intorno minuscole barchette galleggiavano silenziose in mezzo alla nebbia dove dominavano iceberg alti più di 60 metri. (Veronica Incagliati)