Accadeva Oggi

14 aprile

    14 APRILE   GIUSEPPE VALADIER La cosa migliore per rendersi conto di come sia fatta una città nella sua periferia, prendiamo Roma ad esempio perché è quella in cui viviamo, è montare in macchina e cominciare a girare nella parte interna ed esterna al raccordo anulare. Si avrà in questo modo un quadro preciso della cosiddetta urbanistica moderna o meglio della non-urbanistica, di come cioè sono stati costruiti i palazzi, le strade, le piazze. Insomma i quartieri, ovvero lo spaccato di quanto più orrendo dal punto di vista architettonico ed urbanistico la mente abbia potuto immaginare là dove il cemento ha significato, e significa purtroppo ancora, affarismo e speculazione. Se Roma è la città eterna ed è - come si afferma -  la più bella al mondo, non lo è certo per quello che si è costruito dal 1945 ad oggi ma per quello che ci hanno lasciato gli antenati.
Su una cosa occorre comunque avere le idee chiare: essere architetti e progettisti di palazzi significa principalmente essere urbanisti. Non si può infatti costruire un edificio se non in un contesto di area nel quale dovranno essere inseriti una piazza, una fontana, un monumento e degli alberi. Tutto questo lo sapeva bene Giuseppe Valadier il cui nome è legato principalmente a piazza del Popolo. Abituati ad attraversarla spesso, o magari tutti giorni per lavoro, non si fa caso alla perfezione della prospettiva di questo complesso, voluto dal Pontefice del tempo, dar dare luce all'obelisco eretto nel '500 da Domenico Fontana. Invece, se ne avrete l'occasione, guardate come le tre strade - Ripetta, Corso e Babuino - convergono perfettamente su un unico punto centrale, l'obelisco per l'appunto, dal quale si può ammirare a 360 gradi ora la terra del Pincio ora la chiesa di S. Maria del Popolo, porta Flaminia, nonché le chiese di S. Maria in Montesanto e S. Maria dei Miracoli. Il risultato è un vero miracolo urbanistico che il Valadier aveva dato al complesso creandolo a forma ellittica nella parte centrale e completandolo con una duplice esedra.
Iniziata nel 1793 e terminata nel 1815, piazza del Popolo ci conferma quanto grande sia stato questo architetto nato a Roma il 14 febbraio 1762. Qualcuno lo ha definito il primo architetto, in senso completamente moderno, che l'Italia abbia avuto. Più ancora che come costruttore di singoli edifici, la sua opera infatti va valutata come quella di un vero urbanista, preoccupato innanzitutto di organizzare un'armonica distribuzione del pubblico, valorizzando le zone di verde nell'abitato e progettando grandi arterie di raccordo. In un certo senso Valadier fu, principalmente per Roma, quello che sarebbe stato qualche decennio dopo Gerges-Eugéne Hassmann per Parigi.
Non si può ad ogni modo parlare di Valadier se non si fa un breve accenno al neoclassicismo che era il recupero della cultura antica come modello ideale e come complesso di valori. Un fenomeno che - se nella letteratura trovò una delle sue muse in Vincenzo Monti ed in parte anche in Giuseppe Parini, se nella scultura portò le arti al massimo dello splendore con Antonio Canova - è proprio nell'architettura che riuscì a recuperare l'essenzialità delle forme, liberandole dalle pesantezze decorative del rococò e recuperando quella funzionalità che era stato nel '700 uno dei pregi del razionalismo illuminista.
Coerente con questo orientamento che guardava alle città, non a caso era Valadier che - partendo proprio dall'antico e dal restauro con tecniche moderne dei monumenti antichi (Colosseo, Arco di Tito), comprese come la ricerca archeologica fosse fondamentale per nuove espressioni architettoniche, sia dal punto di vista della prospettiva che da quello dei materiali da adoperare. Basti pensare che quando gli fu commissionato l'incarico di restaurare l'Arco di Tito fece tirare su un grosso ponte di legname, scompose la costruzione pietra per pietra, numerandole ad una ad una e imperniandole dove ve ne fosse bisogno, fino al punto in cui, per l'allargamento dei piloni, i conci avessero ceduto; quindi ricompose l'insieme con la cura con cui avrebbe rimesso a posto i frammenti di una statua andata in pezzi. Non per nulla Valadier considerava il restauro di un'opera d'arte un fatto di ordine morale, un lavoro di critica, di vera, intima, rispettosa intuizione della stessa.
Nella sua lunga esistenza (per quei tempi 77 anni anni erano tanti) Valadier ebbe modo di lasciare tracce ovunque della sua genialità. Basterà ricordare la Casina che prende il suo nome al Pincio, la costruzione a Rimini della cupola del Duomo e di palazzo Valloni, il restauro della facciata della Cattedrale di Orvieto, la costruzione della nuova Collegiata di S. Lorenzo a Fermo, il restauro di Ponte Milvio,  l'erezione della facciata della chiesa di S. Pantaleo (Roma), la ricostruzione del Teatro Valle (Roma), i restauri del Colosseo, la ricostruzione della Basilica di S. Paolo (Roma), gli scavi e le misurazioni intorno al Pantheon, l'erezione del fonte battesimale di S. Maria Maggiore.
I lettori ci scuseranno se ci fermiamo qui, ma non la finiremmo più con le opere erette o restaurate dal Valadier  che si interessò anche in campo letterario. Ci sia permesso però di ricordare, sempre ai nostri lettori, magari perché se lo sono dimenticato, che i due orologi, ai lati della fronte esterna e nella controfacciata della basilica di S. Pietro, furono disegnati nel 1785 da Valadier. Aveva 23 anni. (Veronica Incagliati)