Accadeva Oggi

9 aprile

    9 APRILE UN OSCAR PER "AMARCORD" Sarà perché siamo in parte semiromagnoli, sarà per altre ragioni che in questo momento ci sfuggono, ma l' "Amarcord" di Federico Fellini è uno dei film che amiamo di più. Ci ricorda la Rimini di un tempo - quella ormai sparita e che semmai possiamo rivedere a pochi chilometri di distanza a Sant'Arcangelo di Romagna - dove tutto, dagli avvenimenti più insoliti, al pettegolezzo di piazza, alla scuola e alle esibizioni a vario titolo, si confondevano in un so che di provincialismo tipico proprio di quelle terre.
Ancor oggi, quando la televisione ci ripropone il film, ci viene spontaneo domandarci come la giuria dell'Academy Award abbia potuto consegnare il 9 aprile 1973 la statuetta d'oro (Oscar per il miglior film straniero) al regista italiano. Cosa avranno potuto capire, ci domandiamo ancora, gli americani di Hollywood di un mondo tutto particolare, estraneo perfino al nostro sud, un mondo che ancor oggi va di pari passo con il suo dialetto, la sua mentalità, le sue battute a volte anche volgari? Il suo dialetto, soprattutto. La bellezza di "Amarcord" - a parte il valore dell'opera, uno dei lungometraggi meglio riusciti da Fellini, paragonabile per noi ai "Vitelloni" - è in parte dovuta proprio alla parlata romagnola là dove "a m'arcord" (io mi ricordo) è molto di più di un soggetto e di un verbo. Là dove il "burdei" è molto di più del significato bambino. Avranno capito tutto questo oltre Atlantico? Noi pensiamo di no. Ciò non toglie che l'Academy, nella sua 45ma edizione, offrendo la palma della vittoria a Fellini, abbia fatto quello che giusto si facesse. Per il nostro regista era il quarto oscar. Il primo lo prese nel 1956 per il film "La strada", il secondo nel '57 per "Le notti di Cabiria", il terzo nel 1963 per "8 1/2". Del quarto abbiamo detto. Un quinto nel '93 per la carriera. Fellini moriva quello stesso anno.
Era nato a Rimini (e dove, se no?) nel 1920. I suoi primi passi furono come giornalista e caricaturista, poi come soggettista. A Roma, dove si era trasferito che aveva appena diciannove anni, incontra quella che diventerà sua moglie (Giulietta Masina) e che diventerà - dopo la felice interpretazione del personaggio "Pallina" nella serie intitolata "Le avventure di Cico e Pallina" - la protagonista in molti suoi film. Inventore di gag e sceneggiatore, ha poi modo di conoscere e lavorare per Aldo Fabrizi, Erminio Macario, Roberto Rossellini, Alberto Lattuada. Quindi il gran salto con "Lo sceicco bianco", "I vitelloni", "Le notti di Cabiria", "La dolce vita", Boccaccio '70", "8 1/2", "Boccaccio '70", "Giulietta degli Spiriti", "Satyricon", "Amarcord".
"Amarcord" è la Rimini onirica degli anni 1933-34, storia del quartiere San Giuliano visto con gli occhi dello studente del IV ginnasio Titta Benzi (nella realtà un ex compagno di Fellini, diventato un noto avvocato del luogo) che racconta della sua famiglia, dei suoi coetanei, del Gran Hotel, delle Mille Miglia, del passaggio del trasantlantico "Rex>, del "sabato fascista e delle adunate dei gerarchetti locali, degli adolescenti in genere presi dalle pruderie di quell'età tra nefandezze di  vita scolastica, birichinate scolastiche e luoghi comuni.
"La mia - soleva dire Fellini - non è una memoria nostalgica, ma una memoria di rifiuto. Prima di dare un giudizio bisogna tentare di capire: la realtà non va contemplata esteticamente, ma rivista criticamente. 'Amarcord' è un film imbarazzante....".
Ma se per il regista "Amarcord" era un film imbarazzante, per noi - e lo abbiamo sottolineato all'inizio - rimane solo un film di ricordi ai quali ci teniamo aggrappati per non perdere l'illusione di avere ancora davanti a noi qualche anno di vita. (Veronica Incagliati)