Accadeva Oggi

6 aprile

      6 APRILE

GIOVANNI PASCOLI Occuparsi di Giovanni Pascoli, noi che non siamo critici letterari ma poveri cronisti di un giornale Internet, ci obbliga a dire subito che queste brevi note devono essere prese con beneficio di inventario. Note, peraltro, che ci limiteremo alla vita del grande poeta italiano, semmai con qualche piccola divagazione retaggio di quel poco che abbiamo appreso durante i nostri studi liceali
Nato a San Mauro di Romagna nel 1855, Pascoli morì a Bologna dove era stato trasportato di urgenza dalla sua casa di Castelvecchio per tentare di salvarlo da un tumore al fegato. La biografia colloca la sua fine il 6 aprile 1912. Non fu una vita felice anche se i primi anni trascorsi assieme ai fratelli nella tenuta La Torre dei principi di Torlonia, dove il padre era amministratore, furono alquanto spensierati. L'assassinio del padre ad opera di ignoti nel 1867 non solo segnò in maniera indelebile la sensibilità del piccolo Giovanni ma trascinò la famiglia in una situazione economica tutt'altro che piacevole. Se non fosse stato per l'interessamento di un suo professore, Pascoli  - che nel frattempo aveva dovuto lasciare il liceo di Urbino - non avrebbe potuto infatti continuare gli studi.
Stando a quello che racconta la sorella Mariù, il futuro poeta in quel periodo aveva già cominciato a comporre, pur se i due obiettivi primari rimanevano sempre, l'uno quello di iscriversi all'Università, l'altro quello di trovare chi gli aveva ucciso il padre. Il primo lo raggiunse facilmente, il secondo no. Questo provocò in lui una frustrazione che lo avrebbe accompagnato per tutta la sua esistenza.
Avvicinatosi agli ideali socialisti di Andrea Costa, arrestato come sovversivo durante una manifestazione di piazza, incarcerato benché innocente per tre mesi, Pascoli cominciò da quel momento quella che la critica storica ha registrato come la sua regressione infantile. Per fortuna a stargli vicino fu in quegli anni Giosuè Carducci che lo aiutò nei momenti più difficili spronandolo in tutti i modi con consigli e sollecitazioni. Insegnante di latino e greco dapprima nei licei di Matera e Massa, poi a Livorno, ordinario negli Atenei di Messina e di Pisa, Pascoli - personaggio malinconico  rassegnato  alle sofferenze della vita e alle ingiustizie della società - succedette nella cattedra allo stesso Carducci nel 1906. Il suo nome era già famoso nel mondo. Aveva vinto per ben tredici volte di seguito la medaglia d'oro al concorso di poesia latina di Amsterdam con il poemetto <Veianus> e con i successivi <Carmina", aveva dato alle stampe la raccolta "Myricae", i "Canti Castelvecchio", i "Poemi conviviali", i "Primi Poemetti", i "Nuovi Poemetti". Opere tutte malinconiche a ben vedere che, a ricordarle, ci fanno ritornare giovani quando i nostri professori ce le facevano studiare a memoria e ci chiedevano poi cosa volesse significare il poeta con quei versi o con quegli altri. 
Rivoluzionario nel vero senso della poetica, giacché a questa aprì le porte delle "piccole cose", Pascoli lavorò su tre linee espressive: quella della poesia in italiano, quella della poesia in latino e quella dell'attività di critico e commentatore di Dante confluita in vari volumi, non ultimi "Minerva oscura" e "Sotto il velame".
Convinto che la poesia viva fuori del tempo ed esista in quanto tale, tra tanti ammiratori ebbe anche qualche denigratore come Carlo Emilio Gadda e Benedetto Croce. Ad apprezzare la sua lirica - a parte Carducci, e questo di per sé è più che sufficiente - fu invece Gabriele D'Annunzio. (Veronica Incagliati)