Accadeva Oggi

27 marzo

    27 MARZO FILIPPO JUVARA   Sicuramente un genio ma, sfortunatamente nato in un'epoca sbagliata. Non che Filippo Juvara, architetto e scenografo non abbia avuto nel corso della sua esistenza grandi soddisfazioni giacché sarebbe stato assurdo non attribuirle a chi fu uno dei più grandi esponenti europei del tardo barocco, ma diversa certamente sarebbe stata la fama se avesse potuto esprimere tutto il suo valore artistico in secoli per lui troppo lontani come il Quattro e il Cinquecento. La Chiesa non era più quella del Rinascimento che poteva disporre come voleva delle sue ricchezze ed anche re e principi dovevano stare attenti con le proprie finanze. Il popolo infatti era molto più attento agli sprechi delle classi abbienti e nell'aria in Italia come altrove nel vecchio continente già si respirava, sia pure molto sottilmente, l'aria della rivolta poi trasformatasi in rivoluzione. Non meraviglia quindi più di tanto che moltissimi progetti di Juvara  - proprio perché tanto stupendi quanto imponenti  - venissero sì apprezzati dai committenti ma subito dopo messi in un cassetto a dormire sonni tranquilli. Forse sotto un Giulio II, alle dipendenze dei Medici o di Francesco I di Francia sarebbe stato tutto diverso.Le origini di Juvara lo portano a Messina. E lì che nacque da una famiglia di argentieri il 27 marzo 1678. Fin da ragazzino manifestò una forte inclinazione per il disegno e la grafica per cui, appena ne ebbe l'occasione - approfittando del fatto che era stato ordinato sacerdote diventando abate e che godeva altresì delle grazie del cardinale Pietro Ottoboni - fece il grande passo verso Roma. Pensava in cuor suo di ripercorrere i successi di Michelangelo e del Bernini, tenuto conto anche che il disegno per la costruzione dell'Accademia di San Luca era stato recepito più che bene negli ambienti che contano. In realtà la città eterna non gli fu affatto prodiga per cui - dopo una breve sosta in Toscana (sono di questo periodo le ville Garzoni a Collodi e Mansi a Segromigno) - approdava alla Corte piemontese di Amedeo II di Savoia.
Il sovrano e l'abate si erano conosciuti in Sicilia allorché il primo - dopo la guerra di successione spagnola - nel 1713 era diventato anche Re dell'isola poi scambiata nel 1718 con la Sardegna. Stando a quel che scrive un anonimo autore della "Vita del cavaliere Filippo Juvarra", l'incontro era stato voluto da Amedeo II che aveva sentire parlare molto bene dell'artista. "Appena vedutolo - si legge nel testo - (il Re) gli domandò che disegni avesse portati. Ed egli rispose che aveva portato il toccalapis ed il tiralinee, volendo con ciò dire che gli avrebbe dato l'animo di fare qualunque disegno gli fosse stato ordinato". Quanto bastava perché il Re se lo portasse a Torino non prima di avergli elargito una gratifica di mille lire.
Nella città sabauda Juvara dette sfogo a tutta la sua creatività a cominciare dalla stupenda Basilica di Superga a palazzo Madama considerato la più monumentale e solenne facciata di tutto il Settecento. Sua anche la palazzina da caccia di Stupinigi, sua la Scala delle forbici per il palazzo Reale, suo il progetto per gli Archivi, le Segreterie ed il Teatro in piazza castello, suo quello relativo all'urbanizzazione del terzo ingrandimento cittadino:
Di idee, nei venti anni di permanenza torinese, Juvara ne sfornava una al giorno, buona parte delle quali però rimaste sulla carta per le motivazioni sopra esposte. Ed idea che non ebbe seguito fu pure quella del nuovo palazzo reale di Madrid che gli aveva commissionato il re di Spagna Filippo V nel 1735. Senonché il monumento (l'archittetto messinese si era ispirato a Versailles) era troppo maestoso, soprattutto troppo dispendioso perché il sovrano potesse dare il suo avvallo. Non se ne fece niente. La stessa sorte subirono i disegni per la costruzione del palazzo reale della Granja de San Idelfonso. Era il 1735. Un anno dopo moriva per una forte infreddatura. Al rientro da un cantiere, non aveva trovato una carrozza che lo riaccompagnasse a casa per cui vi aveva fatto ritorno a piedi. Non aveva fatto però i conti con il gennaio rigidissimo di  Madrid. La febbre lo stroncò, dopo alcuni giorni di delirio, l'ultimo giorno del mese. (Veronica Incagliati)