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25 marzo

      25  MARZO   IL PRODE MURAT "Salvate la faccia, mirate al cuore, fuoco!" (Sauvez ma face - visez mon coeur - feu!). La frase, attribuita a Gioachino Murat, ex re di Napoli - è diventata leggendaria, come leggendaria in fondo è stata la sua breve esistenza. Era il 13 ottobre 1815 quando comparve davanti al plotone di esecuzione in quel di Pizzo Calabro; il 25 marzo 1767 quando nacque a Labatide-Fortunère in Francia. La vita di Murat è legata a doppio filo con quella di Napoleone, intanto perché ne sposò la sorella Carolina dalla quale ebbe quattro figli (due maschi e due femmine), secondariamente perché del Bonaparte fu uno dei generali più coraggiosi e valorosi, un D'Artagnan in copia XVIII e XIX secolo. Un soldato nato, per fare battaglie, per buttarsi nella mischia, per ricoprirsi di onori. E di onori Murat ne raggiunse tanti fino appunto a diventare re di Napoli. Dove peraltro si comportò molto bene dando prova di essere anche un riformatore niente male, avviando opere pubbliche di rilievo, risanando le finanze, togliendo molti privilegi agli ecclesiastici, incremendando la lotta al brigantaggio e al contrabbando (anche se con metodi non proprio ortodossi), favorendo le arti e la cultura. Purtroppo non poteva durare, e non per colpa sua o del popolo che lo amava. La colpa - se colpa fu - semmai fu di Napoleone che andò a perdere a Lipsia. Perché da allora le cose precipitarono. Per la verità avrebbe potuto rimanersene in disparte, lasciando il cognato al suo destino. Aveva già fatto una pace separata con l'Austria per salvare il trono, cosa voleva di più? Ed invece, da novello guascone, appena seppe che il Bonaparte era fuggito dall'isola d'Elba e si stava dirigendo a Parigi, volle raggiungerlo. Troppo forte era in lui il richiamo della battaglia, l'odore dei cannoni, il rullo dei tamburi. Gli ricordavano il 1795 allorché sostenne il Bonaparte contro l'insurrezione realista, la campagna d'Italia, quella d'Egitto dove si distinse ad Abukir negli scontri a uomo contro i turchi, ed ancora la vittoria di Eylau, quella di Heilsberg, di Ulm, di Austerlitz. E allora?! via ancora una volta alla ricerca di nuovi trionfi.
A mezza via, nei pressi di Tolentino nelle Marche lo attendevano però gli austriaci. Ora il valore conta poco, come conta poco lo sprezzo del pericolo, quando manca il genio dell'arte militare. Quello era un dono che aveva solo Napoleone. In quanto a Murat era incapace di valutare le situazioni, di prendere all'occorrenza decisioni che le ribaltassero nei momenti difficili. Di lui aveva detto il generale Savaray: "Sarebbe meglio se fosse dotato di meno coraggio e di un po' più di buon senso".. Di certo a Tolentino, se ebbe l'uno, non ebbe l'altro. Perse così la battaglia, ne potette riconquistare il trono perduto. Il trattato di Casalanza sancì il definitivo ritorno dei Borboni nel Regno delle due Sicilie.
Avrebbe potuto chiudere lì, godersi le grazie della sua bella moglie e dei figli. Ma no! Pensò che con un manipolo di 250 uomini, sbarcando nel napoletano, avrebbe sollevato la popolazione contro la tirannide. Sfortuna volle che una tempesta lo facesse invece approdare in Calabria, terra che gli era stata sempre ostile. Catturato assieme ai suoi fedelissimi, fu condannato a morte da un improvvisato tribunale militare. Non appena la notizia della sua morte arrivò a Napoleone, sembra che questi abbia esclamato:" Come poteva sperare in un successo con 250 uomini quando non v'era riuscito con 80 mila". Ce la vie! (Veronica Incagliati)