Accadeva Oggi

23 marzo

      23 MARZO


LA CONTESSA DI CASTIGLIONE
Morire a sessantadue anni sola e abbandonata - per una donna che era stata la più bella ed affascinante d'Europa, corteggiata dagli uomini più ricchi come il banchiere Rothschild, amata da un re (Vittorio Emanuele II) sia pure di un piccolo Stato come il Piemonte, posseduta perfino dall'imperatore dei francesi Napoleone III - deve essere stato davvero molto triste. Nemmeno il piacere civettuolo di poter assistere all'arrivo del nuovo secolo che era lì lì alle porte.
Piacere. Che parola impropria! Lei - nata Virginia Oldoini ma più famosa come contessa di Castiglione - lei che aveva fatto coprire tutti gli specchi del suo appartamento parigino per non guardarsi, per evitare di confrontare il viso sciupato ed avvizzito con quello meraviglioso e pieno di vita dei suoi anni giovanili, lei, come poteva trovare piacere da una esistenza incanalata sul viale del tramonto fisico e morale? Povera contessa, nemmeno quando chiuse gli occhi per sempre nel novembre 1899, rispettarono le sue volontà. E dire che erano state chiare: " Desidero - scrisse - essere sepolta nella mia città natale a La Spezia, senza funzione religiosa e senza fiori; voglio che mi mettano addosso la camicia da notte che avevo indossato la prima notte con Napoleone III, con al collo una collana di perle e ai polsi i miei braccialetti più cari; vorrei poi poggiare il capo sul cuscino di velluto che mio figlio Giorgio aveva ricamato da bambino; ed infine avere ai piedi, nella bara, i due cagnolini imbalsamati ultimi compagni di una vecchiaia desolata".
Non le fu concesso nulla, a cominciare dalla sepoltura avvenuta nel cimitero parigino di Père Lachaise. Anzi, dopo la sua morte, la polizia segreta si mise subito in azione per togliere di mezzo qualsiasi carta compromettente relativa alle relazioni che aveva avuto con le personalità politiche del tempo.
La contessa di Castiglione - diventata famosa anche per una sua celebre frase ("Io sono io, e me ne vanto; non voglio niente dalle altre e per le altre. Io valgo molto più di loro. Riconosco che posso non sembrare buona per il mio carattere fiero, franco, libero, che mi fa essere talvolta cruda e dura. Così qualcuno mi detesta; ma ciò non m'importa. Non ci tengo a piacere a tutti") - aveva visto la luce a Firenze il 23 marzo 1837. A 17 anni anni, già bellissima e buttate alle ortiche le voglie di farsi suora orsolina, acconsentì a sposare il conte Francesco Verasis Asinari di Costigliole d'Asti e di Castiglione Tinella di dodici anni più anziano di lei. Oddio, un uomo di ventinove anni si può considerare, a ragione,  nel pieno delle proprie forze e quindi capace di soddisfare una moglie anche se arsa dal fuoco bruciante di forti passioni. Ma il conte era troppo poco esuberante, troppo poco focoso, troppo poco eccitante - per quanto innamoratissimo - per placare l'irrequietezza di Virginia, consapevole del suo fascino e desiderosa di fare vita mondana e non noiosa come quella che le avrebbe dato il marito. E se questi all'inizio acconsentì a portarla a Torino e farle conoscere la Corte sabauda, alla fine comprese che quella donna non era adatta per lui. Per cui conseguente arrivò la separazione nonostante la nascita di un figlio. Nel frattempo però l'irrequieta contessa aveva avuto modo di soddisfare le sue e le altrui  voglie, a cominciare dai fratelli Doria, al banchiere Rothschild, a Costantino Nigra ambasciatore del Piemonte a Parigi, al re in persona che la coprì di gioielli e regali costosissimi.
L'amicizia con Vittorio Emanuele II non durò più di un anno, più che sufficiente però per far portare a termine al cugino di Vittoria, il conte Benso di Cavour, un'idea diabolica quanto perversa: usare la bellezza della donna per carpire le simpatie dell'imperatore francese alla causa italiana. In altri termini - queste erano le raccomandazioni del conte Benso - una volta inviata a Parigi avrebbe dovuto usare tutte le sue grazie per portarsi a letto Napoleone III. Cosa che la contessa di Castiglione assolse nel migliore dei modi tanto da mandare su tutte le furie l'imperatrice Eugenia che meditò persino di farla morire in un attentato. Come che sia, il piano di Cavour andò in porto dal momento che - su richiesta della stessa Virginia - Napoleone III acconsentì a far partecipare il piccolo Piemonte al tavolo delle trattative di pace a Parigi dopo la guerra di Crimea. 
Alla soddisfazione di Cavour non fece seguito però una debita riconoscenza per la contessa che di lì a poco sarebbe stata scaricata dall'imperatore francese, dal re sabaudo, dallo stesso cugino. Ebbe inizio così la parabola discendente, trasformatasi ben presto in declino e solitudine, ora a Torino ora a Parigi. Come è brutto quando si è stati qualcuno, ammirati e corteggiati, vedersi allontanati lentamente senza purtroppo poter fare nulla perché tutte le porte si chiudono.  A "Nicchia" - come la chiamavano i suoi famigliari da piccola per la sua strana abitudine di racchiudersi in se stessa a mo' di conchiglia  - non rimase che confessare le sue pene in un diario (il Journal lo chiamava) rifiutando le ultime proposte di matrimonio alle quali non era più interessata. (Veronica Incagliati)