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22 marzo

          22 MARZO   MASTRO TITTA Il duo Pannella-Bonino avrebbe avuto il suo bel d'affare. Pensate soprattutto al carismatico leader radicale mettersi a fare lo sciopero della fame contro la pena di morte e magari, alla vigilia di una esecuzione, strillare con il suo vocione contro il Papa, il Governo pontificio e magari contro il boia. Chissà come l'avrebbe presa Sua Santità? Eh, sì! ci sarebbe voluto proprio un Pannella ai tempi di Mastro Titta!
Al secolo Giovanni Battista Bugatti, Mastro Titta - tradotto, Maestro di Giustizia, aveva preso servizio come carnefice di Stato il 22 marzo 1796. Aveva compiuto da poco i diciassette anni. Troppo giovane, verrebbe da pensare. Ma a quei tempi non si guardava tanto per il sottile e, se uno svolgeva bene e con professionalità il proprio lavoro, tanto di guadagnato. E il Bugatti, in 73 anni di onorata carriera, non venne mai meno al proprio dovere. Tra decapitazioni, con la scure o con la ghigliottina, impiccagioni, squartamenti e quant'altro compì ben 516 servizi, quasi sempre all'alba, quasi sempre - se a Roma - a piazza del Popolo, fuori di Castel San Angelo, Campo d' Fiori, piazza del Velabro e via de' Cerchi. Non erano escluse comunque trasferte in altre città. Aveva naturalmente un mensile che consisteva il 15 scudi al mese, oltre all'alloggio. Stando a quello che lui steso riporta nelle sue memorie, godeva pure di un sussidio di 5 scudi convertito in una gratifica di 20 scudi tre volte l'anno (Natale, Pasqua e Ferragosto). Quando andò in pensione il Pontefice gli fece avere un vitalizio mensile di trenta scudi. Se l'era ben guadagnato.
Vallo a dire però a Charles Dickens, lo scrittore inglese che restò impressionato da una esecuzione proprio in via de' Cerchi: "Uno spettacolo brutto, sudicio, trascurato, disgustoso; che altro non significava se non un macello all'infuori del momentaneo interesse per l'unico disgraziato attore...". Oddio, anche le condanne che si eseguono nelle prigioni americane non sono meno ripugnanti, però Dickens tutti i torti non li aveva.
Mastro Titta (di mestiere faceva il verniciatore di ombrelli) dette inizio alla sua "brillante" carriera di boia abbreviando la vita a tal Nicola Gentilucci. Prima lo impiccò e quindi lo squartò. E poiché - come in tutte le cose - basta cominciare, fu tutto più facile con le condanne a morte che seguirono. Domiciliato a Borgo in vicolo del Campanile, ad un centinaio di metri dai palazzi pontifici, era un uomo bonario ed educato, in particolare con quanti doveva mandare all'aldilà. Ad alcuni, se gli erano simpatici, offriva una presa di tabacco e li rassicurava: "Coraggio, non ci vorrà troppo tempo. Farò un bel lavoro".
A Mastro Titta era proibito di oltrepassare il Tevere per entrare nel centro storico tant'è che  fu coniato il proverbio "Boia non passa Ponte". Lo poteva fare unicamente per una qualche esecuzione ("Mastro Titta passa  Ponte) che diventava allora festa grande per il popolino come racconta anche Goethe nel suo "Viaggio in Italia". Pratica ripugnante o meno, nell'occasione si faceva a gara infatti per conquistarsi una finestra o un balcone al fine di assistere allo spettacolo. Ad uno di questi, nel 1813, assistette pure Lord Byron che così descrive la scena: "La cerimonia - compresi i preti con la maschera, i carnefici mezzi nudi (Mastro Titta, ndr), i criminali bendati, il Cristo nero e il suo stendardo, il patibolo, le truppe, la lenta processione, il rapido rumore secco e il pesante cadere dell'ascia, lo schizzo del sangue e l'apparenza spettrale delle teste esposte - è nel suo insieme più impressionante del volgare rozzo e sudicio new drop e dell'agonia da cane inflitta alle vittime delle sentenze inglesi".
Prima di ogni condanna Masto Titta, da bravo cristiano, si confessava e si comunicava, quindi indossava un mantello rosso (visibile al Museo Criminologico di Roma) e si recava a compiere l'opera alla quale sovente i padri portavano i propri figlioletti perché imparassero a capire fin da piccoli a cosa avrebbe portato uscire dalla retta via. Nel momento in cui la testa cadeva nella cesta o l'impiccato rimaneva sospeso, era consuetudine infatti che il ragazzino ricevesse uno sganassone dal genitore affinché non dimenticasse. D'altra parte - come diceva il Belli in uno dei suoi sonetti ("Viengheno: attenti, la funzione è llesta....") - bisognava stare attenti perché una esecuzione non durava più di qualche secondo.
Questa era Roma, all'epoca del Papa Re, dove le leggi erano tanto rigide con delinquenti e carbonari quanto permissive con i nobili; dove la voce ricorrente di Pasquino era sempre la stessa: "Sega, sega, Mastro Titta, /'na pagnotta e 'na sarciccia;/ un'a me, un'a te, /un'a mammeta che so' tre". (Veronica Incagliati)