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20 marzo

    20 MARZO
IL RITORNO DEL BONAPARTE Uno sfottò romanesco comparso nei primi anni del 1800 (E' vero che li francesi so' tutti ladri? /Tutti no, ma buona parte sì), rende bene l'idea circa la figura di Napoleone che sarà stato uno dei più grandi geni militari in buona compagnia con Alessandro Magno, Kensis Khan e Giulio Cesare, ma anche uno dei più grandi Ali Baba che si conoscano. Intendiamoci, non vogliamo mancare di rispetto al Bonaparte - al quale riconosciamo tantissimi meriti e tra i tanti l'avere riformato il codice civile - e neppure si vuole insinuare che il primo imperatore dei francesi si sia approfittato delle sue cariche per rubare alle spalle del popolo, pure non si può negare che durante le sue campagne, soprattutto quella in Italia, il corso abbia portato via di tutto dai nostri musei altrimenti il Louvre che, ammiriamo per la ricchezza delle sue opere, altro non sarebbe che una piccola raccolta di provincia.
Detto questo, rimane il fatto che Napoleone rimane una figura storica  senza uguali, il cui unico torto fu quello di avere avuto di fronte regnanti meschini che, vuoi per ottusità, vuoi per calcolo politico, fecero di tutto per ostacolarlo e per impedirgli di realizzare l'Unione degli Stati d'Europa. Già quando nel 1814 fu firmato il trattato di Fontainebleau, successivo alla sconfitta di Lipsia e alla invasione della Francia da parte degli eserciti alleati, sia la Russia sia l'Inghilterra che l'Austria sapevano in cuor loro che mai e poi mai avrebbero mantenute le promesse fatte al Bonaparte: e cioè quelle riguardanti il mantenimento del titolo di imperatore, la sovranità sull'isola d'Elba, la rendita di due milioni di franchi. Non solo non vennero mantenute, ma Napoleone venne addirittura a conoscenza - a parte l'infedeltà della moglie Luisa e l'impossibilità di rivedere in futuro il figlioletto - che Londra progettava di esiliarlo a Sant'Elena. Ce n'era a sufficienza per un coup de mains e lasciare l'Elba di nascosto eludendo la Marina di Sua Maestà britannica. Questo avveniva il 1 marzo 1815. Il 20 marzo Bonaparte entrava trionfalmente a Parigi e dava inizio ai suoi Cento giorni. Il nuovo sovrano, Luigi XVIII di Borbone, se l'era già data a gambe con tutta la Corte in direzione di Beauvais..
In venti giorni Napoleone - dopo lo sbarco a Fréjus - aveva toccato Cannes, Gramaud, Séranon, Col des Léques, Gap, Col Bayard, Grenoble, Voreppe, Moirans, Lione, Villefranche, Auxerre ed infine Parigi. A mano a mano che passava di città in città, di paese in paese, di distretto in distretto, aumentava il numero dei seguaci. Ad essergli vicino moltissimi generali. In quanto ai soldati non avevano di certo dimenticato il loro imperatore. E poi, potevano contrapporsi ad un uomo che li aveva portati alla vittoria in tante battaglie? Il generale Marchand però - fedele al  giuramento al re - pensò bene di mandargli contro un battaglione ordinando al colonnello Lessard di prendere posizione a Laffrey. La "pianura dell'incontro" - come la definì lo scrittore Stendhal - vide i due schieramenti pronti a tutto. Fu a questo punto che il Bonaparte andò incontro verso i realisti con la redingote aperta, gridando: "Soldati del 5°! Riconoscete il vostro imperatore! Se qualcuno vuole uccidermi, eccomi qui!".
Cento giorni. Il sogno di Napoleone non sarebbe durato più di tanto. Lo attenderà infatti la sconfitta di Waterloo ("la giornata del destino", la chiamò Victor Hugo) subìta più per l'incapacità dei suoi generali che per mosse tattiche sbagliate. Non si esclude poi neppure il tradimento. Il 16 ottobre 1815 un bastimento inglese sbarcava l'illustre ospite a Sant'Elena, amara prigione prima di morire. (Veronica Incagliati)