Accadeva Oggi

19 marzo

    19 MARZO COLPIRE MARCO BIAGI "Non vorrei che foste costretti ad intitolarmi un'aula, come a Massimo D'Antona". Parole profetiche perché di aule intitolate al suo nome, nelle università della nostra penisola, Marco Biagi oggi ne ha più di una. Ma ne avrebbe fatto volentieri fatto a meno. Invece.....Invece, siccome nessuno gli aveva creduto - o meglio le persone preposte alla sicurezza di chi si trova in pericolo  ciurlarono nel manico - fece da tiro al bersaglio. Una sera di sei anni fa. Come passa il tempo, eh!
Sembra adesso quando il 19 marzo sui tavoli dei giornali cominciarono ad arrivare le prime notizie da Bologna. Poi fu tutto chiaro. Poco prima delle h. 20:30 un comando di cinque brigatisti aveva ucciso il professor Marco Biagi, ordinario di diritto del lavoro. Quattro colpi di pistola, la stessa arma che nel '99 - sempre di maggio - aveva freddato Massimo D'Antona anche lui ordinario di diritto del lavoro.
Un omicidio annunciato dal momento che la vittima - accortasi in più di una occasione di essere pedinata - aveva chiesto che gli fosse restituita la scorta che gli era stata revocata dai Comitati provinciali per l'ordine e la sicurezza pubblica su direttiva dell'allora capo del Viminale Claudio Scajola secondo il quale erano cessate le esigenze di tutela. Cosa naturalmente non vera dato che nella relazione dei Servizi segreti al Parlamento (marzo 2002), veniva ben sottolineato come fossero da tenere in considerazione attacchi terroristici contro "personalità impegnate nelle riforme economico sociale e del mercato del lavoro e, segnatamente, quelle con ruoli chiave in veste di tecnici e consulenti". Un vestito perfetto per il professor Biagi, noto soprattutto per la sua legge di riforma di contratto a progetto.
Non è questa la sede adatta per affermare se la Legge Biagi (sorta di lavoro autonomo assimilato nel reddito a lavoro dipendente) sia stata la formula giusta per ridurre la disoccupazione. Probabilmente le intenzioni del professore erano buone, oltre che giuste. E poi Biagi, se non fosse stato ucciso, avrebbe fatto anche correzioni al testo. Di certo non aveva previsto che - facendosi forte proprio del contenuto del provvedimento - la maggior parte dei datori di lavoro l'avrebbe in seguito utilizzata per eludere le regole e per sfruttare il più possibile i giovani. In altri termini, un vero e proprio mercato del lavoro nero.
Sostenere però che le bierre abbiano voluto colpire Biagi per la legge presentata al Governo è fuorviante della verità. La sua morte - come del resta quella di D'Antona - è stata decisa a tavolino per la semplice ragione che il professore era l'obiettivo più facile: una ispezione del luogo, un paio di pedinamenti, un grilletto premuto, e via. Senza problemi, senza niente. Povero Biagi! Se avrò avuto modo dall'altro mondo di sentire quello che si disse di lui, non avrà di sicuro apprezzato quanto affermò il ministro Scajola in un incontro con i giornalisti a Cipro: "Non fatemi parlare....era un rompicoglioni che pensava solo al rinnovo del contratto di consulenza".
Quel rompicoglioni, poco prima di morire, aveva inviato cinque lettere ad altrettante personalità in cui si diceva preoccupato per le minacce che riceveva. Carta straccia.
Quando fu ucciso, Biagi aveva 51 anni. Gli assassini (Nadia Desdemona Lioce, Roberto Morandi, Marco Mezzasalma, Diana Blefari Melazzi e Simone Boccaccini) sono stati tutti condannati, pena ridotta in appello. Ma c'è da scommetterci che quanto prima li vedremo di nuovo in circolazione. (Veronica Incagliati)