Accadeva Oggi

18 marzo

    18 MARZO CALIGOLA C'è chi avrebbe dato volentieri un regno per un  cavallo, come Riccardo III d'Inghilterra, e chi il cavallo lo elesse a rango di senatore come l'imperatore Caligola. Disperato il primo che voleva scappare da Enrico Tudor, pazzo ma non più tanto il secondo che con quel gesto volle esprimere il suo totale disprezzo per il Senato. E per fortuna che alla guida di Roma ci stette appena quattro anni, altrimenti l'erede di Tiberio avrebbe portato la Caput mundi alla completa rovina. Come fece con le finanze dello Stato che ammontavano - al momento in cui ascese sul trono dei Cesari - a qualcosa come 2 miliardi e 700 milioni di sesterzi dilapidati in poco tempo: elargizioni, gratifiche, opere edili, banchetti e feste. Soprattutto feste che il popolino accettava di buon grado secondo quel detto che panem e circenses calmano gli animi e tumulti. A toglierlo di mezzo, nel 41 d. C.  furono comunque due pretoriani che si misero a capo di una congiura facendo fuori in una Galleria del palazzo imperiale lui, la moglie Milonia e la loro figlioletta Giulia Drusilla. Trenta stilettata ed era tutto finito.
Nato ad Anzio nel 12 d. C., Caligola (Gaio Cesare Germanico) era diventato terzo imperatore romano nel 37 per una di quelle circostanze sulle quali lui stesso non avrebbe scommesso una moneta. Fatto sta che ebbe il favore del Senato, del popolo e dell'esercito. Per la verità gli inizi furono buoni, essendo riuscito in pochi mesi ad abolire la legge sulla lesa maestà, a restituire al comizi e alle magistrature le antiche prerogative, a ridurre l'imposta sulle vendite. Poi - probabilmente per le conseguenze di una grave malattia che gli avrebbero ottenebrato le facoltà mentali, la sua indole crudele uscì allo scoperto. E furono guai per tutti giacché - non ammettendo rivali - dette inizio ad una sistematica eliminazione di quanti diffidava. Pagarono con la vita Giulio Silano che poi era anche suo suocero, il prefetto del Pretorio Macrone, gli amici Tizio Rufo e Giulio Prisco, i consoli Lepido e Getulio, e poi ancora Anicio Cereale e tanti altri sia che fossero patrizi o comandanti dell'esercito e funzionari poco affidabili. Del resto, avendo ristabilita la funzione della delazione, gli fu facile sapere sempre in anticipo cosa si ordiva contro di lui.
L'aneddoto sul cavallo, di nome Incitatus, è uno dei tanti della sua breve esistenza da imperatore. La sua megalomania infatti lo portò infatti a farsi proclamare Dio. Non solo. Un giorno - volendo imitare Alessandro il Grande - si fece portare presso l'insenatura di Baia e qui, dopo aver indossato le vesti del grande macedone, fece una cavalcata su un improvvisato ponte di barche. Un'altra volta pensò di invadere la Britannia. Allora ordinò di preparare un poderoso esercito (alcuni storici parlano di 250 mila uomini) e marciò - attraverso la Gallia - alla volta del mare del Nord. Giunto però sulla costa settentrionale ordinò alla truppa di scendere in acqua e... di raccogliere conchiglie.
Ecco, questo era Caligola: un uomo feroce, dispotico e dissoluto oltre ogni limite. Quando mori, il suo nome - per decisione del Senato - fu radiato dall'elenco degli imperatori romani. (Veronica Incagliati)