Accadeva Oggi

16 marzo

    16  MARZO H. 8:45, VIA FANI Domenico Ricci, Oreste Leonardi: carabinieri. Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi: poliziotti. Cinque uomini chiamati a difendere un altro uomo, Aldo Moro. Ricordiamoli per quello che furono, uomini caduti nell'adempimento del loro dovere e dei quali purtroppo oggi non c'è più memoria. Sono trascorsi trent'anni esatti da quando furono trucidati in via Fani da un comando delle Brigate Rosse. L'oblio è sceso su quel  drammatico avvenimento, nessuno ha più voglia di parlarne. Morti due volte, la prima volta alle H. 8:45 del 16 marzo 1978, la seconda volta adesso perché ricordare sarebbe rimettere moralmente alla "sbarra" gli assassini, moltissimi dei quali vuoi perché dissociati, vuoi perché "pentiti", vuoi perché il codice penale è fatto in un certo modo, se la godono ormai da anni in piena libertà; chi facendo facendo consulenze, chi imbastendo conferenze in università compiacenti, chi addirittura muovendosi nella politica. Alla faccia di chi dette allora la vita per un misero stipendio da tutore dell'ordine.
Ripetiamoli questi nomi: Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. Imprimiamoli bene nella nostra mente né dimentichiamo cosa disse uno dei killer nel corso del primo processo Moro allorché - ricostruendo la dinamica dell'attentato - tenne a precisare come, notato che un poliziotto sembrava dare ancora segni di vita, pensò bene di spostarsi nella parte posteriore dell'auto di scorta e finirlo con una raffica di mitraglietta.
Quel giorno, come di consuetudine, erano montati sulle loro vetture per andare a prendere a casa il presidente della Democrazia Cristiana. Avrebbero fatto il solito giro e poi diritti in Parlamento dove  il nuovo Governo di Giulio Andreotti era chiamato dall'Assemblea al fine di ottenere la fiducia. Le Brigate Rosse conoscevano ogni mossa per riuscire nel loro intento, che era quello di sequestrare Moro. Già! Mentre loro sapevano tutto, i nostri Servizi o comunque le forze di sicurezza del Paese erano all'oscuro di quanto si stava tramando. Eppure non era la prima volta che le bierre colpivano. C'erano state già numerose vittime il che avrebbe dovuto mettere sul chi vive i responsabili del Viminale. Ma tant'è. La verità del resto non verrà mai fuori e anche chi sa - come alcuni terroristi - ha tutto l'interesse a tenere la bocca chiusa per non rimescolare la melma dove ciascuno ha voluto buttare, al momento opportuno, il suo sasso chiamando in causa ora il Kgb sovietico, ora la Cia americana, ora la P2, ora addirittura la 'ndrangheta ed i feddyin di Arafat.
Rimane un mistero anche il numero dei partecipanti al comando che secondo l'inchiesta giudiziaria - ratificata dai vari processi e dalle Commissioni parlamentari - era di undici brigatisti guidati dal capo in testa Mario Moretti e che rispondevano al nome di Alvaro Lojacono, Alessio Casimirri, Bruno Seghetti, Rita Algranati, Valerio Morucci, Raffaele Fiore, Prospero Gallinari, Franco Bonisoli e Raimondo Etro. Probabilmente però erano molti di più. Entrato in azione, il gruppo si comportò secondo la tecnica usata dalla Raf tedesca nel rapimento di Hans Martin Schleyer, presidente della Confindustria della Germania federale. Il piano era quello del "cancelletto", ovvero imbottigliare il convoglio - che era appena di due vetture - in modo da impedirne ogni via di fuga. Un piano riuscito alla perfezione tanto che, quando fu dato l'allarme, del presidente Dc e dei suoi sequestratori non c'era più nemmeno l'ombra. Gli omicidi e il rapimento vennero rivendicato con il primo comunicato.
Stare adesso a ripetere cose relative sia  ai 55 giorni del rapimento Moro, sia a quelli che allora furono allora etichettati come il partito della trattativa ed il partito della fermezza, sia ancora ad eventuali complicità all'interno dello stesso apparato dello Stato (pura e semplice dietrologia), non avrebbe senso. Intanto perché su via Fani e sul 9 maggio '78 (giorno in cui fu ritrovato il cadavere dello statista democristiano) sono state scritte migliaia di pagine processuali, secondariamente perché il nostro è un link il cui scopo è solo quello di rammentare i fatti.
Ci sia permesso però trascrivere quello che disse la moglie di Ricci, Maria: "Lui sapeva del pericolo che correva, era molto preoccupato. Mi diceva sempre - Stai tranquilla, tu pensa ai bambini. Ho saputo della sua uccisione dalla radio e sono svenuta. Quando mi sono ripresa c’era la mia vicina ad assistermi. La casa si è riempita immediatamente di gente: non capivo più niente. Il giorno dei funerali, vedendo i politici, ho avuto solo una grande rabbia perché vedevo quelle persone…era come se non gli interessasse la morte di quei cinque uomini. E poi la disperazione: guardavo i figli, li abbracciavo…non pensavo a me, ma a lui che non li avrebbe più visti e a loro che non avrebbero più visto il padre. Ci siamo conosciuti a Staffolo, a casa dei nostri genitori. Mi disse -Tu mi piaci, vorrei fidanzarmi con te. All'inizio non volevo. Poi mio padre mi disse che era una brava persona e così ci siamo fidanzati per circa otto anni. Poi ci siamo sposati. Era un uomo adorabile. Per lui, il primo figlio era un dono di Dio. Ogni volta che andava a parlare con le maestre portava una rosa. Quando mio marito parlava del suo lavoro con il Presidente Moro, sembrava avesse vinto un terno a lotto. Infatti aveva dei bellissimi rapporti d'amicizia con tutta la famiglia Moro. Durante questi vent’anni ho provato tanta disperazione, tanta rabbia ed angoscia. Per me è stata una lotta atroce. Ma avevo fatto una promessa a mio marito. Gli giurai che avrei cresciuto i nostri figli come voleva lui". (Veronica Incagliati)