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12 marzo

    12 MARZO IL PADRE DEI TURCHI Un detto turco vedrebbe Mustafa Kemal Ataturk reincarnato - quando per l'esattezza non si sa - in un gatto angora di colore bianco e con gli occhi impari, uno blu ed un altro ambra. E' anche vero, però, che quando in Turchia si parla di gatti ogni superstizione è buona come quella secondo la quale, se un micio ti si acciambella sulle ginocchia, è giunto il momento di sussurrargli ad un orecchio il desiderio che ti sta a cuore. Se l'animale è il gatto dei desideri puoi stare tranquillo che lo vedrai realizzato. Pare che quello che il futuro padre dei turchi avesse confidato al suo gatto fosse stato di poter entrare alla scuola militare. E così fu, perché aveva appena 12 anni che ne varcava l'ingresso nonostante la madre, Zubeyde Hanin, fosse contraria. Il padre, Ali Riza Efendi un ufficiale di dogana diventato mercante di legname, era già morto.
Mustafa era nato il 12 marzo a Salonicco, ancora dentro i confini dell'Impero ottomano. Aveva trentotto anni, nel 1919, quando giunse per lui il momento del destino. Lo accompagnavano gesta eroiche, vedi la campagna della Tripolitania contro gli italiani, la difesa dei Dardanelli contro gli alleati nonché le imprese nel Caucaso, in Palestina e ad Aleppo. Ma Kemal (questo secondo nome gli era stato imposto da un suo insegnante per evitare confusioni dato che anche lui si chiamava Mustafa), non era stato solo un brillante ufficiale, un soldato primo di tutto, che si era distinto nelle varie vasi della I° Guerra Mondiale. Era anche un politico, un organizzatore, un uomo che aveva partecipato a varie attività a cominciare dal gruppo <Vatan ve Hurriyet> (Patria e Libertà) in quel di Damasco al comitato <Ittihad u Terekki> (Unione e Progresso), massima espressione dei "Giovani turchi". Questa esperienza gli servirà al momento opportuno per mobilitare attorno alla causa dell'indipendenza e dell'unità un numero sempre crescente di personalità politiche e militari. Abbiamo parlato di destino. Destino quello di Mustafa di poter diventare per l'appunto il Padre dei turchi, destino della Turchia quello di avere avuto un Mustafa senza il quale i greci non sarebbero stati ricacciati in mare ed il trattato di Losanna non avrebbe cancellato quello di Sevres.
"Quando il tetto della casa è finito, l'angelo della morte bussa alla porta", bisbigliò al suo aiutante di campo Selik prima di morire alle 09:05 del 10 novembre 1938 a palazzo Dolmabahçe in una camera che guardava il mare. In quindici anni la Repubblica da lui fondata si era proiettata verso l'Europa modernizzandosi più di quanto avessero profetizzato le Cancellerie inglese e francese. Dall'abolizione del califfato alla soppressione dei tribunali religiosi e delle scuole coraniche, dal bando degli ordini dei dervisci al divieto di utilizzare l'arabo nelle funzioni, dalla riforma della scrittura - che sostituiva l'alfabeto arabo con quello latino - alla introduzione dell'uso del cognome, dal riconoscimento del diritto di voto alle donne al divieto per queste ultime di portare il velo negli uffici statali, era stato tutto un rincorrersi di riforme, a volte anche osteggiate dal popolo o non comprese appieno, che comunque avevano trasformato positivamente il Paese della Mezzaluna affrancandolo da un sultanato ormai vecchio e malato. Giusto quindi che i turchi sentano per quest'uomo - che in un'altra epoca sarebbe stato un Gensis Khan conquistatore di imperi - il massimo della devozione e che ancor oggi lo ricordino come se fosse morto appena ieri.
Scriveva lord Kinross, all'indomani di quel 10 novembre: I contadini a migliaia si affollavano lungo i binari per aspettare il treno e vedere la salma del loro "padre". Agitavano fiaccole e versavano al suolo le loro scarse riserve di petrolio per farvi luce, mentre il treno procedeva sbuffando verso la città, dove Ataturk aveva amato la triste Fikriye e dove ella aveva trovato una morte violenta; dove si era sistemato una volta sposata Latife, ma solo per divorziarne subito; dove aveva cenato e ballato la notte in cui undici dei suoi vecchi amici erano stati giustiziati per tradimento. Ma più di tutto, il treno lo portava verso quel villaggio nelle montagne di un impero che egli aveva trasformato nella capitale di una nazione fatta da lui. Aveva preso un grande impero sorto dal coraggio e andato sgretolandosi per la dissolutezza e nel volgere di una mezza generazione aveva trasportato il suo paese dal medioevo alle soglie dell'era moderna e oltre.
Non aggiungiamo altro. (Veronica Incagliati)