Accadeva Oggi

6 marzo

      6 MARZO

IL 33° DUELLO   Trentatrè duelli, l'ultimo dei quali fatale. Un paio di colpi di sciabola alla gola e alla carotide, ben tirati dal suo avversario durante un assalto, e Felice Cavallotti cessava di vivere all'alba del 6 marzo 1898. Di lì a due mesi l'Italia sarebbe stata percorsa da una ondata di manifestazioni contro il caropane che sfociarono poi in una serie di incidenti gravissimi con morti e feriti. I moti, allargatisi in tutto il Paese, andarono avanti fino a quando il generale Fiorenzo Bava Beccaris non prese in mano la situazione proclamando lo stato di assedio in tutta la penisola e dando ordine di far fuoco con i cannoni. La protesta dello stomaco, come l'avevano chiamata, era finita in un bagno di sangue. E nel sangue era terminata anche la vita di Cavallotti che non aveva potuto permettere al direttore della <Gazzetta di Venezia", il conte Ferruccio Macola, di diffamarlo in continuazione con la pubblicazione di notizie false. La risposta di Cavallotti al Macola non si era fatta attendere ("Sei un mentitore di mestiere" gli aveva gridato) poi, giacché in simili frangenti una parola tira l'altra, si era arrivati al guanto di sfida.
Va precisato che Cavallotti in fatto di armi bianche - sciabola o spada che fossero - ci aveva saputo sempre fare. Non sapeva però che il conte era uno spadaccino di professione. Più giovane di età di almeno vent'anni dell'avversario, alto di statura e quindi con un allungo superiore in fase di attacco, Macola ebbe buon gioco nell'avere ragione del rivale. Zac, zac e Cavallotti era bello che morto. I due si erano incontrati nel giardino della contessa Cellere, presso Porta Maggiore a Roma. Ciascuno dei contendenti era arrivato in carrozza con i rispettivi padrini alle prime luci del giorno, entrambi intenzionati a farla finita subito. Come sempre, prima di ogni scontro, Cavallotti aveva fatto testamento raccomandando il figlio Peppino, la destinazione delle sue carte, la sepoltura a Dagnente sul lago Maggiore.
Era nato 53 anni prima a Milano e a questa città si era sentito sempre legato. Irredentista, giornalista, socialista e da ultimo radicale, amico di Giuseppe Garibaldi, di Vilfredo Pareto, di Cattaneo, di Bertani e persino di Bakunin, Cavallotti sia da semplice cittadino che da deputato non tradì mai gli ideali professati. Per questo, alla sua morte l'Italia lo pianse sinceramente. Molto meno il re e la Corte che avevano visto in lui il simbolo dell'eversione politica e sociale. I suoi dogmi erano chiari e per questi si era sempre battuto: vale a dire nessuna ingerenza della Chiesa nella vita dello Stato, nessuna conciliazione o concordato, la consultazione della nazione qualora fossero stati messi in gioco interessi superiori, la possibilità di convocare il Parlamento in casi urgenti o per atti gravi di Governo, la rivendicazione dei diritti di associazione e di stampa, l'esclusione dei membri di Governo dal voto di fiducia, il divieto dei ministeri nella stessa persona, il mantenimento al potere centrale, lo snellimento della burocrazia e l'eliminazione dei dicasteri inutili, l'indipendenza della magistratura, la semplificazione del processo civile, l'indennità ai cittadini ingiustamente accusati, l'istruzione laica, l'autonomia piena delle università, le otto ore di lavoro, l'emancipazione della donna e via di questo passo.
Il suo programma era in fondo il programma del Partito radicale del quale era diventato - dopo la scomparsa di Bertani - la voce più autorevole. Anche Cavallotti era favorevole agli Stati Uniti d'Europa purché non fosse a scapito dell'amor di patria e della propria nazionalità. Per questi motivi non simpatizzò per il Partito Operaio Italiano, sorto nel 1882 su basi rigidamente classiste, non tanto - si disse - per stare vicino ai lavoratori in lotta, quanto e soprattutto per dare fastidio ai radicali. Su indicazioni governative, si aggiunse.
Uomo di punta nella battaglia per la questione morale che vide coinvolto Francesco Crispi nello scandalo della Banca Romana ("un popolo che transige con l'onore non vive", dichiarò in una seduta alla Camera), Cavallotti nel corso della sua breve esistenza portò avanti una serie di battaglie, alcune vinte, altre perdute, comunque nella convinzione che libertà e democrazia non potessero mai essere scissi dall'onestà. (Veronica Incagliati)