Accadeva Oggi

3 marzo

    3 MARZO

  L'ARRESTO DI FELICE IPPOLITO Corre il prezzo del petrolio, corre il prezzo della benzina, corrono i prezzi dei generi alimentari, corrono tutti i prezzi. Non passa giorno che le notizie non siano sempre più allarmanti. Come faremo, si chiede l'uomo della strada? Mah! tutto è nella mani della Provvidenza, meglio sarebbe dire nelle mani dei nostri governanti che in mezzo secolo non sono riusciti a trovare una valida alternativa all'oro nero. Abbiamo letto - tra le varie promesse contenute nel programma del cavalier Silvio Berlusconi  - che c'è anche quella di ritornare al nucleare. Benissimo, però non sappiamo quanto questa scelta, oggi come oggi, possa essere felice. E non tanto per questioni di sicurezza ambientale - dato che l'Italia è circondata ai suoi confini da numerose centrali molte delle quali addirittura obsolete -  quanto soprattutto per i pochi vantaggi che ne verrebbero tra spesa e ricavi.
Nucleare, dunque! E' l'estrema ratio. E dire che il nostro Paese, addirittura nei primi anni sessanta, era all'avanguardia per la produzione di questo tipo di energia . Pensate, al terzo posto nel mondo per competenza e know how avanzati.Tutto merito di un ingegnere-geologo, Felice Ippolito, che già allora aveva compreso come fosse tempo di non essere più dipendenti dal petrolio. E si era dato da fare, l'ingegner Ippolito, creando dal nulla le centrali del Garigliano e di Latina. Ma poteva una cosa che funzionava andar bene in Italia? No di certo. Ed infatti la mattina del 3 marzo 1964 Ippolito venne arrestato. L'accusa, irregolarità amministrative nell'ambito della conduzione del Cnen (Comitato Nazionale per l'Energia Nucleare) di cui direttore da quattro anni era per l'appunto lui, l' Ippolito. Una scusa, naturalmente, ma più che sufficiente per togliere di mezzo un personaggio che dava fastidio alle lobbies dei petrolieri come in precedenza aveva dato fastidio Enrico Mattei
Il processo, ribattezzato dalla stampa il "caso Ippolito", fu di fatto una farsa. All'epoca si parlò  di intimidazioni ai testimoni della difesa (basterebbe rileggersi le cronache dei resocontisti giudiziari) e si arrivò persino a togliere di mezzo il cancelliere di udienza - sostituendolo con un altro - sostenendo che arrivava in ritardo al "palazzaccio". Conclusione, Ippolito si prese ben undici anni di galera. Una pena sproporzionata. E' vero comunque che il detenuto - per la grazia concessagli dal presidente della Repubblica Giuseppe Saragat  - uscì nel '66, dopo avere fatto appena due anni di prigione, ma è altrettanto vero che ormai come manager-ricercatore Ippolito era bruciato. Non solo, ma con la sua caduta, anche il destino del nucleare era segnato.
Ippolito era nato a Napoli il 16 novembre 1915. A soli 23 anni si laurea in ingegneria, puntando però i suoi interessi più verso la geologia. A 35 diventa ordinario della Cattedra di Geologia Applicata presso l'Università di Napoli. Ippolito è un uomo che guarda avanti. Si rende conto che il petrolio non durerà in eterno, in particolare che a fare il buono ed il cattivo tempo sono sempre le "Sette sorelle", infine che i Paesi arabi sono quelli che hanno il coltello dalla parte del manico disponendo della materia prima. Se vogliono alzare il prezzo del barile, lo alzano. Se vogliono pompare i pozzi, li fanno pompare; se non vogliono, basta un ordine. Occorre quindi - ragiona Ippolito - puntare sulle energie alternative. Il nucleare, è quanto di meglio.
Tutto questo il "nostro" lo espose negli ambienti giusti. Gli credettero e gli venne data fiducia, poi.......   Poi l'abbiano detto. Aveva cominciato a dar fastidio.
Appunta Wikipendia: "All'epoca la nazionalizzazione del settore elettrico non era stata ancora compiuta, ed uno dei timori delle aziende elettriche era che una gestione totalmente pubblica del nucleare potesse essere  un passo verso la nazionalizzazione. Inoltre le prime accuse (agosto 1963, ndr) vengono mosse da una parte della stampa di destra legata a gruppi industriali vicini all'Eni".
Al processo, non una prova a carico. Ma doveva andare così. Uscito dal carcere, Ippolito si dedicò alla cultura scientifica, fondò una rivista di scienze (versione italiana di "Scientific American"), fu eletto deputato nelle fila del Pci, diventò membro della Commissione Grandi Rischi della Protezione Civile, fece parte come vicepresidente della Commissione Scientifica Nazionale per l'Antartide. Alla fine morì. Aveva vissuto abbastanza per capire che gli italiani, un uomo come lui, non lo avevano meritato. (Veronica Incagliati)