Accadeva Oggi

26 febbraio

        26 FEBBRAIO LUIGI FACTA Spesso la mediocrità è una voragine per la quale anche gli spiriti eletti provano una cupa attrazione.
Le parole sono di Giovanni Ansaldo, uno dei maestri del giornalismo italiano e tra i grandi memorialisti di ogni tempo. Le scrisse nel suo "Ministro della buona vita" a proposito della figura di Giovanni Facta che era stato stretto collaboratore di Giovanni Giolitti. Ma perché questo duro giudizio nei confronti di un uomo che in fondo non era peggio di tanti altri diventati presidenti del Consiglio in Italia? Una ragione c'è e ce la dice la storia: a causa dei suoi continui tentennamenti il nostro Paese fu di fatto consegnato nelle mani di Benito Mussolini.
Facta, un piemontese di Pinerolo classe 1861, il 26 febbraio 1922 era stato scelto dal re Vittorio Emanuele III quale ennesimo Capo dell'Esecutivo, anche grazie ad un sopraggiunto accordo tra popolari e liberali. A questa soluzione per la verità si era detto contrario don Sturzo, convinto che un giolittiano al Governo - privo oltretutto dell'autorità di Giolitti - avrebbe facilitato il Fascismo nella sua corsa al potere. Senonché Alcide De Gasperi e Stefano Cavazzoni - che avevano condotto le trattative per il Ppi - erano stati di parere contrario. Con il senno del poi, si compresero gli errori e come al solito - ma Mussolini ormai si era già saldamente insediato - ci fu il ping-pong delle responsabilità. Molte colpe poi furono addossate addirittura a don Sturzo accusato - questa la spiegazione che se ne dette - di avere osteggiato Giolitti che, se avesse avuto lui l'incarico dal re e non Facta, per il cavalier Benito le cose non sarebbero state così facili.
Fatto si è che quando il 30 ottobre - con la marcia su Roma in atto - il presidente del Consiglio di precipitò in Quirinale per sollecitare Vittorio Emanuele III a promulgare lo stato d'assedio, il sovrano si rifiutò di farlo. Anzi fece telefonare  a Mussolini - che si trovava a Milano - e lo fece venire nella capitale. Dopo di che gli conferì il mandato per formare il nuovo Governo.
Facta era rimasto in carica per otto mesi. Eppure a febbraio gli erano sembrati tutti vicini a cominciare proprio dal re, convinto quest'ultimo che nessun altro meglio di lui avrebbe potuto espletare le mansioni per un Governo provvisorio si, ma non tanto breve. Meglio forse sarebbe definirlo un Governo di ripiego, visto e considerato oltretutto che l'Italia si era impegnata ad ospitare in primavera una conferenza internazionale sulla ricostruzione in Europa alla quale - oltre all'Italia, alla Francia e alla Gran Bretagna - presero parte Germania e Unione Sovietica. I lavori si tennero a Genova dal  10 aprile al 18 maggio e - come venne sottolineato - fu quello un periodo di apparente calma senza le rituali violenze tra fascisti e rossi. La grande offensiva dei primi arriverà qualche mese più tardi, in estate, dopo che il prefetto Cesare Mori proibì spostamenti della manodopera da una provincia all'altra del Paese. Cosa che provocò la reazione dei fascisti con manifestazioni in numerose città, atti di violenza e distribuzione gratis di dosi di olio di ricino. Tutto questo - annota Giorgio Candeloro nell'VIII della "Storia dell'Italia Moderna" - non poteva non avere ripercussione sulla situazione politica. Si legge tra l'altro: "In particolare i fatti avvenuti a Cremona il 13 luglio, dove le squadre di Farinacci, che avevano occupato il Municipio, infierirono contro i socialisti e i popolari, devastando anche le abitazioni di due deputati, il socialista Garibotti e il popolare Miglioli, suscitarono l'indignazione anche di molti sostenitori del Governo e fecero scoppiare la crisi, già da tempo latente, del gabinetto Facta".
La crisi di luglio era l'inizio della fine. Ancora pochi mesi e si sarebbe andati inesorabilmente al 30 ottobre. (Veronica Incagliati)