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22 febbraio

    22 FEBBRAIO I MARTIRI DELLA "ROSA BIANCA" Processo, condanna, taglio della testa. Tutto in una giornata. Con le esecuzioni dei fratelli Hans e Sophie Scholl e di Christoph Probst, il 22 febbraio 1943, si chiudeva la breve esperienza della "Rosa Bianca" movimento di resistenza passiva di un gruppo di studenti tedeschi che si opposero alla Germania di Hitler. Alexander Schmorelle, Willi Graf e il professore Kurt Huber faranno la stessa fine un paio di mesi dopo. Erano stati arrestati il 18 febbraio, mentre distribuivano i volantini dell'ultimo dei sei opuscoli che avevano dato alle stampe per invitare gli universitari di Monaco ad aderire al movimento contro il regime. Da quando la "Rosa Bianca" (Weisse Rose) era stata fondata nel giugno '42 i magnifici sei erano riusciti sempre a farla franca ma quel giorno purtroppo Sophie Scholl fu colta nell'atto di fare propaganda da un infiltrato nell'ateneo e denunciata alla Gestapo. Non c'era più niente da fare. Uno dopo l'altro furono tutti arrestati. Principale indiziata, Sophie - una bella ragazza di 21 anni nativa di Forchtenberg nel Baden Wurttemberg - fu torturata per quattro giorni ma seppe resistere ai suoi carnefici, senza paura. Ad uno di questi che le chiese se non si rammaricasse  e non si sentisse colpevole di avere diffuso scritti e aiutato la Resistenza mentre i soldati della Wehrmacht combattevano a Stalingrado, lei rispose: "No, al contrario! Credo di aver fatto la migliore cosa per il mio popolo e per tutti gli uomini. Non mi pento di nulla e mi assumo la pena!". E serena era andata incontro alla morte come i suoi amici.
Avevano rigettato la violenza della Germania hitleriana nel momento in cui si erano accorti che l'atteggiamento dei tedeschi si identificava con l'espressione nazista del tipo "Il comando è comando: gli ordini provengono da Berlino e vanno eseguiti". O l'altro, coniato da Josef Goebbels in persona: "Bene è ciò che ci ci aiuta a vincere". In questo modo - pensava il gruppo della "Rosa Bianca" - tutto poteva essere permesso, dalla persecuzioni alle minoranze religiose, alla caccia gli ebrei, al maltrattamento dei prigionieri. Ogni tipo di misfatto giustificato. Di qui la consapevolezza di rifondare una Germania con caratteristiche federali fatta di libertà: fatta di libertà di parola, libertà di fede, difesa dei singoli cittadini dall'arbitrio della violenza.
Era utopista Sophie Scholl, era utopista il fratello Hans, era utopista Christoph Probst, erano utopisti gli altri quando proponevano questi concetti? Erano disfattisti quando affermavano che la guerra andava perduta altrimenti non sarebbero mai stati liberi? Un interrogativo che pose anche Franz Josef Mueller, uno dei pochi scampati della "Rosa Bianca", tutt'ora in vita, che scampò al famigerato Volkgerichtshop: "Era molto difficile dire ad un popolo 'dobbiamo perdere la guerra' perché altrimenti non ci sarà più libertà. Noi diciottenni dovevamo porci di fronte a questa spaventosa alternativa". Mueller parlava a Belluno, circa due anni fa. Parlava di federalismo, di democrazia e di cultura europea. E a proposito di cultura, preoccupante una sua affermazione: "L'anno scorso, ho visto una trasmissione da Bruxelles, su un tribunale dell'eurocrazia, un tribunale amministrativo. Vi sono impiegate complessivamente 31 mila persone, dislocate a Bruxelles, in Lussenburgo e a Strasburgo. Sapete invece quanto grande è il dipartimento cultura presso la Commissione europea a Bruxelles? Quanti uomini vi lavorano? Ventisette in tutto! Questa non è soltanto una cifra insignificante, questo è un segnale che l'Europa che sta sorgendo non è sulla buona strada". Chiedersi ora cosa c'entri la cultura con la libertà dell'uomo significherebbe addentrarsi in un discorso troppo lungo. Vi basti però pensare che, se si vuole sopprimere la democrazia, si comincia per prima cosa  con il mettere il bavaglio alla cultura. I libri sono il bersaglio iniziale. (Veronica Incagliati)