Accadeva Oggi

21 febbraio

    21 FEBBRAIO LA BATTAGLIA DI VERDUN Un Paese che proclama la sua indipendenza, il Kosovo. Un altro Paese che non non ci sta e fa la voce grossa, la Serbia. Un terzo Paese che appoggia il secondo ed è ancora più ringhioso, la Russia. Da una parte e dall'altra, nel mondo, favorevoli e contrari. Fortuna che siamo nel 2008 e che alle parole  non seguono sempre i fatti. Nel 1914, sempre da quelle parti, non andò cosi e scoppiò il I° conflitto mondiale. Era successo infatti che, per colpa di un fanatico irredentista, l'Austria dichiarasse guerra alla Serbia, la Russia all'Austria, la Germania alla Russia, la Francia e l'Inghilterra alla Germania e dietro tanti altri come Italia, Turchia, Romania, Stati Uniti. Risultato? Milioni e milioni di morti. Qualcuno ha parlato di "bolgia dantesca" riferendosi in particolare alla battaglia di Verdun, una inutile carneficina di uomini che si fronteggiarono per mesi nelle trincee. Il gong risuonò alle 7.15 del 21 febbraio 1916 secondo i piani del comandante generale tedesco, Erich von Falkenhayan già studiati a tavolino due mesi prima e che si rifacevano un po' a quelli elaborati nel 1906 dal Capo di Stato Maggiore prussiano Alfred von Schlieffen consistenti in un attacco di 52 divisioni alla Francia. Il luogo prescelto fu per l'appunto la cittadina di Verdun dotata di ben 16 fortezze e quindi ritenuta inespugnabile. Dopo quattro giorni uno di questi baluardi, il Doauamont, si arrese alla 5° armata del principe ereditario Federico Gugliemo di Prussia. Più di 16 mila prigionieri. I tedeschi avevano scaricato sulla piazzaforte milioni di proiettili sparati dai giganteschi 420 Krupp, dai 380 navali, dai cannoni di campagna. Sembrava la fine, il corridoio ormai aperto verso Parigi. Ma von Schlieffen si sbagliava. Una certa riluttanza nell'approfittare del successo fece sì che i francesi potessero riorganizzarsi. La guerra diventava di trincea su un tratto di trenta chilometri dove notte e giorno 5000 cannoni vomitano fuoco da una parte e dall'altra.
In proposito, una delle analisi più approfondite per comprendere bene la situazione di quel fronte ci viene data da Umberto Maiorca in "Storia del mondo". Secondo Maiorca, infatti, l'errore degli Stati belligeranti fu quello di credere ad una guerra di movimento, con una fanteria leggera e addestrata alla mobilità. Non si era pensato, invece, che la dominatrice dei campi di battaglia non era più la baionetta ma la mitragliatrice capace di sparare 500 colpi al minuto e di spazzare via qualsiasi assalto all'arma bianca. I tempi delle cariche napoleoniche erano finiti e non si era più neppure alla guerra franco-prussiana quando le armate del generale von Moltke il vecchio arrivarono in poco tempo a Parigi. Le nuove armi a ripetizione ed il sistema di difese campali - come annota Maiorca - favorivano inesorabilmente la difesa sull'offesa, tanto che nessuna offensiva per quanto imponente avrebbe potuto superare il sistema di forti, reticolati e trincee. Come si era sbagliato, allora, il giovane tenente Charles De Gaulle, appena uscito dal corso ufficiali di Saint-Cyr. "Avanzare, avanzare all'attacco, raggiungere i tedeschi e infilzarli o costringerli alla fuga", aveva sentenziato. Ma si era poi ricreduto: "Che cos'è questa guerra, se non una guerra di sterminio?". Lui stesso fu dato per morto a Doauamont.
Doauamont, "Un gran cumulo di terra tondeggiante, a forma di piramide, con un buco scavato dutt'intorno. Da esso, simmetrici, ad una quarantina di centimetri di distanza, spuntavano fuori gambe, braccia, mani tese, simili ad ingranaggi insanguinati di un argano mostruoso": Così scriveva il sottotenente Raymond Jubert che aveva conquistato una collinetta il cui nome era tutto un programma: Le Mort-Homme.
Morti. Furono 500 mila tra i francesi, 430 mila tra i tedeschi. Morti tutti per un colpo di pistola sparato a Sarajevo, morti perché nessuno aveva voluto riconoscere che quella a cui andavano incontro era una inutile strage. (Veronica Incagliati)