Accadeva Oggi

18 febbraio

    18 FEBBRAIO
  LA "LEGGENDA NERA" DI FERNANDO TAMBRONI   Siamo in piena campagna elettorale ed allora niente di meglio che toccare un argomento tutto politico parlando di una persona tra le più controverse della prima Repubblica ed anche tra le più osteggiate da quel potere di sinistra che lo aveva identificato con il fascismo: Fernando Tambroni. Nome peraltro poco conosciuto alle giovani leve che attualmente tentano la scalata per il Parlamento italiano ma che all'epoca era meglio non pronunciare per non provocare reazioni violente tanto era "nera" la leggenda attorno a quest'uomo. Morirà il 18 febbraio 1963 abbandonato dai suoi stessi compagni di partito (la Dc) che, prima lo avevano appoggiato nella corsa a presidente del Consiglio e poi - dopo i fatti di luglio del 1960 - pensarono bene di scaricarlo per formare un esecutivo che non era tanto diverso da quello precedente.
Sia ben chiaro, a scanso di equivoci, che questa è una rubrica dove non si prendono posizioni ma si raccontano solo gli avvenimenti. Parlare di Tambroni del resto non è facile. Nato ad Ascoli Piceno nel 1901, durante il regime era riuscito sempre a galleggiare bene senza esporsi troppo, quindi nel 1943 il salto del fosso un po' come aveva fatto buona parte di quegli italiani che prima andavano nelle piazze ad acclamare Mussolini e dopo diventarono i più accesi antifascisti. Tambroni  - definito da tutti uno spirito piuttosto ambizioso e determinato - capì subito che la sua strada era quella di abbracciare la "balena bianca". Deputato,sottosegretario, ministro della Marina Mercantile. Come titolare del Viminale dimostrò tra l'altro di essere piuttosto pratico nelle decisioni da prendere tanto che si deve a lui la costituzione sia del primo Servizio segreto italiano del dopoguerra sia della potente Divisione degli Affari speciali. Sarà stato per questo, sarà stato per altri motivi, non ultimi quelli che nessuno nel marzo 1960 se la sentiva di andare al Governo per pochi mesi (si era infatti non lontani dalle Olimpiadi di Roma), fatto sta che il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi volle conferire l'incarico proprio a lui, a Tambroni. Aveva 59 anni. Per avere la fiducia, occorrevano però  i voti della destra. Ora quando si parla di destra, non si deve pensare a quella di Gianfranco Fini che praticamente ha svuotato il partito di An di tutto quello che c'era di revanscistico, bensì ad un movimento - il Msi di Artuto Michelini - i cui appartenenti non si discostavano di molto dai programmi di antica fede. Eppure se Tambroni il 4 aprile ebbe la fiducia, fu solo grazie ai voti di 24 missini e di 4 indipendenti di destra.
Qui la storia è poco chiara. E' vero infatti che tre ministri del suo stesso Governo (Giorgio Bo, Giulio Pastore e Fiorentino Sullo) si dimisero in disaccordo con quel voto di fiducia e che lo stesso ministro degli Esteri Antonio Segni era su quella strada, ma è altrettanto vero che non ci fu nessuna altra voce di dissenso palese. E si badi bene erano personaggi del calibro di Spataro, Scalfaro, Gonella, Taviani, Trabucchi, Andreotti, Rumor, Togni, etc, etc.Il presidente del Consiglio ad ogni modo rimise l'incarico nelle mani del Capo dello Stato che inaspettatamente glielo riconfermò. A voler essere del tutto sinceri, in quel frangente, il marchigiano fece due errori: il primo nel ritornare a palazzo Chigi, il secondo nel permettere che il Msi tenesse il suo congresso a Genova, città notoriamente antifascista. Peccato perché stava avviando una buona politica economica basata sulla riduzione dei prezzi, quali quelli della benzina e dello zucchero. In breve Tambroni non si accorse di andare a cacciarsi in cul de sac senza uscita, trascinando l'Italia - sia pure involontariamente - in una situazione culminata con i gravi fatti di Genova,  con quelli di Roma e di Reggio Emilia. Ci furono dei morti, voluti soprattutto anche per colpa di persone che soffiarono sul fuoco e che si rammaricarono come molti fascisti fossero scampati alla resistenza. Le vittime invece furono di sinistra, operai che erano scesi in piazza per protestare e che si trovarono in mezzo al fuoco della polizia. Per il Governo era la fine. Tambroni - le cui idee erano di stampo neogollista - il 26 luglio chiudeva definitivamente il suo ciclo politico, forse rammaricandosi degli errori compiuti. Un mese dopo si apriranno i Giochi e se il Paese non avrà dimenticato i tragici scontri, avrà modo di distrarsi per lo meno con la vittoria di Berruti e per le tantissime medaglie conquistate dai nostri atleti. (Veronica Incagliati)