Accadeva Oggi

17 febbraio

    17 FEBBRAIO

  GIORDANO BRUNO AL ROGO Chi abbia l'occasione di passare per Campo de' Fiori, quando la piazza è stata ripulita dai resti del mercato ed ancora la ragazzaglia non si è messa a fare bivacco, avrà modo di vedere nel mezzo la bella statua in bronzo di Giordano Bruno opera di quel Ettore  Ferrari - Gran Maestro della Massoneria - che la volle erigere il 9 giugno 1889. Il frate vi appare in tutta la sua onniscenza filosofica per colpa anche della quale il cardinal Roberto Bellarmino - a capo del Tribunale del Sant'Uffizio - decretò la sua condanna a morte, per rogo. Il 17 febbraio 1600 il Bruno, al quale avevano serrato la bocca perché non potesse lanciare maledizioni (lingua in giosa), veniva "accomodato " senza tanti complimenti sopra una catasta di fascine alle quali poi l'incaricato pontificio dette fuoco. Il condannato - che tutto sommato era stato accusato sulla base di calunnie, senza una benché minima prova di colpevolezza - morì tra atroci sofferenze come del resto tutti quelli che durante l'Inquisizione ebbero la sventura di passare sotto le mani dei vari Torquemada, Quel giorno aveva termine, a soli 52 anni anni, l'esistenza di un uomo travagliato fin da giovanissimo dal desiderio del sapere che lo spinse a girare per mezza Europa; da Nola dove era nato nel 1548, a Napoli, a Roma, a Genova, a Savona ed ancora a Venezia, Bergamo, Milano, Ginevra, Tolosa, Parigi, Londra, Oxford, di nuovo Parigi, Magonza, Wiesbaden, Praga, Tubinga, Francoforte, Venezia, Padova, Venezia, Roma.
Nella città dei Dogi vi era giunto per la terza volta nel novembre del 1591. In quella occasione ebbe il torto di trascurare una amicizia letteraria con il patrizio Giovanni Mocenigo, anzi fece di più perché - attraverso comuni conoscenti - lo informò della sua intenzione di tornare a Francoforte. Mal gliene incolse in quanto il Mocenico, spirito vendicativo, lo denunciò all'Inquisizione locale per blasfemia e ateismo. Il braccio secolare non se ne stette lì ad aspettare ed il 23 maggio 1592 lo faceva rinchiudere in carcere per consegnarlo successivamente allo Stato pontificio. Ora in quei tempi si sa bene come andavano le cose: guai a finire in prigione, specie per chi veniva accusato di eresia. La tortura era di casa per cui le ritrattazioni e le abiure non meravigliavano più di tanto. Bruno per parte sua  se la cavò abbastanza bene perché, almeno all'inizio, seppe resistere ai ferri senza rinnegare i fondamenti della sua filosofia quali l'infinità dell'universo, la molteplicità dei mondi, la non generazione delle sostanze, il moto della terra, la natura angelica delle stelle. Poi i carcerieri ebbero la meglio e lui ritrattò. Quando però si avvide che il Bellarmino voleva chiudere comunque la partita, dichiarò che non voleva pentirsi di nulla, specialmente di quanto aveva scritto nel corso della sua vita, a cominciare dal testo "Spaccio della bestia trionfante" ovvero tre dialoghi di argomento morale che erano tutto un j'accuse contro il Papa.
"Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell'ascoltarla (Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam)", disse Bruno al momento delle lettura della sentenza di morte. Parole piene di orgoglio ma che gli servirono a poco quando le fiamme nove giorni dopo gli lambiranno le vesti. Scrisse di lui Giovanni Gentile: "Giordano Bruno, oltre ad essere un martire della libertà di pensiero, ha avuto il grande merito di dare un'impronta strettamente razionale, e dunque moderna, alla sua filosofia, trascurando misticismi medievaleggianti e suggestioni magiche". (Veronica Incagliati)