Accadeva Oggi

12 febbraio

      12 FEBBRAIO BEATRICE CENCI Violenze in famiglia. Le statistiche ci dicono che ci troviamo di fronte ad un fenomeno tanto più allarmante quanto più profondo è il silenzio delle vittime. C'è paura di parlare, di far sapere - al di là delle mura domestiche - quello che avviene all'interno delle quattro pareti. Invece basterebbe avere coraggio e confidarsi con qualcuno. Una persona l'aveva fatto. Aveva preso carta e penna e aveva scritto quello che le stava capitando. Solo che la lettera - indirizzata nientemeno che al Pontefice Clemente VIII - non arrivò mai a destinazione cadendo invece nelle mani di chi non avrebbe dovuto. Ed allora per Beatrice Cenci - è lei la nostra protagonista - ricominciò il calvario.
"...Quando io mi rifiutavo, lui mi riempiva di colpi. Mi diceva che quando un padre conosce...carnalmente la propria figlia, i bambini che nascono sono dei santi, e che tutti i santi più grandi sono nati in questo modo, cioè che il loro nonno è stato loro padre".Questo ed altro negli atti del processo per omicidio che la vedrà colpevole e la porterà diritta al patibolo assieme alla matrigna Lucrezia Petroni, ad un fratello e ad altri complici. Eh sì, cari amici, perché il Tribunale dell'epoca - davanti al quale era comparsa Beatrice imputata dell'assassinio del proprio padre, il conte Francesco Cenci - invece di assolvere la giovane giudicandola non colpevole di parricidio - pensò bene di dare un esempio al popolino secondo le intenzioni del Papa. E questo, nonostante che anche il clero più illustre e la nobiltà romana si fossero schierati a fianco della donna.
Beatrice era nata a Roma il 12 febbraio 1577. Morta la madre Ersilia Santacroce, a sette anni fu mandata presso le monache francescane del monastero di Santa Chiara a Montecitorio per fare ritorno in famiglia. Aveva quindici, già formata e molto bella. Certo se fosse stata una racchia non sarebbe successo nulla e scrittori come Percy Bysshe Shelley, Stendhal, Alberto Moravia e tanti altri non si sarebbero impadroniti della sua tragedia. Ma Beatrice ebbe di torto di essere avvenente, oltre che procace, e questo acuì i desideri del padre, uomo dissoluto e spregevole che le mise subito gli occhi addosso e ne approfittò appena ebbe la prima occasione. Per sette anni la giovane fu costretta a subire le angherie del genitore che alle volte la violentava davanti alla seconda moglie, per una sorta di feroce sadismo. Questo fino a che nelle due donne l'odio non ebbe il sopravvento sulla paura, quel tanto sufficiente per decidere di uccidere il conte nel sonno nella Rocca di Petrella, di proprietà dei Cenci. Cinque i congiurati. Oltre a Beatrice e alla matrigna, il fratello Giacomo, due vassalli (Olimpio Calvetti e Marzio Catalano) ed un monsignore che si era innamorato della ragazza, tale Guido Guerra. Il piano fu portato a termine una notte, una volta fatto addormentare il conte Cenci con una dose di sonnifero. Un delitto efferato, a dire il vero, scoperto nel giro di poco tempo perché invece di scappare fuori dei confini dello Stato pontificio Beatrice pensò bene di tornare con Lucrezia a palazzo, a Roma. Vuoi perché tutte le ciambelle non riescono con il buco, vuoi perché i primi sospetti erano venuti tanto al duca Marzio Colonna quanto al vicerè del Regno di Napoli don Enrico di Gusman conte di Olivares, fatto sta che tutto ciò risvegliò l'attenzione del Pontefice il quale ordinò una autopsia sul cadavere di Francesco Cenci del quale frattanto era stata fatta circolare la notizia che era caduto dai merli della rocca. Va da sè che - se pure tutti all'inizio negarono di avere avuto a che fare con la morte del Conte Francesco - la tortura ebbe ragione di tutte le resistenze. La stessa Beatrice fu sottoposta alla "torturam capillorum" che consisteva nell'essere appesa per i capelli e tirata.
Il processo ebbe un gran seguito di pubblico anche perché a fronteggiarsi, tra accusa e difesa, erano le maggiori toghe dell'epoca: da una parte Pompeo Molella, dall'altra Prospero Farinacci. L'11 settembre 1599 Beatrice saliva sul patibolo. Suo fratello Giacomo era già stato giustiziato, per squartamento. La prima a mettere la testa sul ceppo, nel palco allestito a Castel Sant'Angelo - fu la matrigna. Una esecuzione veloce. Quando fu la volta di Beatrice, questa - che non voleva essere toccata dal boia - si sistemò di sua volontà sul legno. Ci vollero due colpi di ascia per troncarle la testa che poi fu mostrata al popolino.
"Nessun giudice potrà restituirmi l'anima. La mia unica colpa è di essere nata...". 
Queste le sue ultime parole prima di morire. Il dramma è stato sempre circondato da numerose leggende e da un alone di apparizioni. Non sono pochi infatti quelli che giurano di averla vista passeggiare lungo il ponte del castello allo scoccare della mezzanotte, affacciarsi sul fiume e poi scomparire. Fra le candide mani, la sue testa. (Veronica Incagliati)