Accadeva Oggi

31 gennaio

    31 GENNAIO     INDIANI NELLE RISERVE Quando gli Stati Uniti, per bocca del suo presidente George W. Bush, ci vengono a parlare di democrazia e di diritti dei popoli, pensiamo a quello che recentemente hanno fatto - accanendosi  oltre la crudeltà contro prigionieri e persone inermi - i suoi soldati in Iraq; ed allora ci viene un senso di rivolta. Quando gli Stati Uniti, sempre per bocca del suo presidente, ci vengono a parlare di democrazia e di diritti dei popoli, pensiamo ancora a quello che fecero nell'Ottocento le Giacche azzurre nei confronti dei nativi americani ai quali non solo furono portate via arbitrariamente le loro terre ma, per poterlo fare, li massacrarono in più di una occasione riducendoli a schiavi nelle riserve; ed allora il senso di rivolta è ancora più grande. Anche perché, se è vero che la Chiesa ha chiesto perdono per quanto di riprovevole aveva talvolta compiuto nel corso dei secoli, è altrettanto vero che mai nessuna voce autorevole si è levata dalla Casa Bianca per chiedere perdono delle sofferenze inferte a pellerossa ed indiani in genere.
C'è una data che gli yankee dovrebbero ricordare, e vergognarsene: quella del 31 gennaio 1848. Quel giorno gli Usa ordinarono infatti a tutti i nativi americani di trasferirsi nelle riserve. Nascevano di fatto i campi di concentramento, che magari non portarono allo sterminio di un popolo con le camere a gas come avrebbero fatto più tardi i nazisti, ma che ugualmente furono l'anticamera di una esistenza fatta di stenti e di fame. E quindi dell'estinzione in parte di una etnia.
Le premesse di questa politica di annientamento storico-culturale dei nativi risalgono comunque al 1787 allorché gli Stati Uniti diventarono ufficialmente una nazione. Sarà Washington - il caro ed amabile primo presidente americano - a dare inizio alla guerra contro gli indiani, affidando al generale Waine il compito di impartire una lezione "a quei selvaggi". Nemmeno otto anni dopo alcune tribù si videro costrette a cedere agli Usa ben 60 mila km quadrati del loro territorio, il tutto sancito dal trattato di Greenville. Senonché il peggio doveva ancora venire, giacché nel 1830 - approvando il Congresso l' "Indian Removal Act" - tutte le tribù che si trovavano a sud-est dovettero lasciare le proprie terre.
Questa strategia di annessione, se dette i suoi frutti, lo fu in particolare per l'ingenuità dei nativi abituati a rispettare i patti secondo un codice tramandato nel tempo. Poveri Sioux, poveri Cheyenne, poveri Comanche, Apache, Arapaho! Non sapevano con chi avevano a che fare. O meglio, credevano che il Padre bianco fosse uomo d'onore. Fu facile lasciarsi abbindolare e firmare altri trattati, permettendo così da un lato che venissero costruite strade, forti e linee ferrate nei loro territori, dall'altra che si insediassero i pionieri - sempre più numerosi oltretutto per la scoperta dell'oro - senza contare i cacciatori di bufali.
Massacri di animali e massacri di nativi. I resoconti dell'epoca ci parlano di villaggi dati alle fiamme, di donne e bambini eliminati senza pietà, fossero essi Navaho e Cheyenne. Questo fino al 1878 con la battaglia di Little Big Horn costata alle Giacche azzurre una sconfitta da parte di Toro Seduto nonché la morte del generale George Custer. Una vittoria nel firmamento, comunque. Nel 1890 il 7° Reggimento di cavalleria, che tante volte abbiamo visto nei film con John Wayne, faceva infatti piazza pulita dei Sioux che voleva trasferire verso altre riserve. Un bagno di sangue al quale ne seguì subito dopo un altro, solo che questa volta le vittime erano Chippewa.
Questa, in breve, la storia dei nativi di America (States) che secondo gli storici sarebbero trasmigrati nel Nord America nella notte dei tempi (40.000 a.C) dall'Asia attraverso lo stretto di Bering. Sic! (Veronica Incagliati)