Accadeva Oggi

30 gennaio

      30 GENNAIO   MAHATMA, LA "GRANDE ANIMA" Secondo l'usanza ed in segno di rispetto l''uomo si inchinò tre volte davanti a lui, quindi estrasse la Beretta M34 da sotto il khadi e premette il grilletto due volte. Una sarebbe stata però più che sufficiente. Gandhi era già stato fulminato, raggiunto al cuore. Il Mahatma ("grande anima") terminava la sua esistenza la mattina del 30 gennaio 1948, il suo assassino, Nathuram Godse, poco meno di due anni dopo. Impiccato. Godse, un indu integralista - che pure aveva condiviso inizialmente assieme a Gandhi la politica della disobbedienza civile per portare l'India all'indipendenza, e che per questo era stato anche torturato dagli inglesi - non aveva perdonato il Maestro di aver voluto sacrificare gli interessi del suo  Paese a quelli del Pakistan al quale Nuova Delhi aveva dovuto versare una grossa somma in pagamento di un debito.
Sembra che nell'attimo di morire Gandhi abbia pronunciato questa invocazione: Ram (Oh Dio!). Un aneddoto di cui non siamo sicuri ma che ci offre una immagine di questo grande personaggio, sempre pervaso nel corso della sua esistenza da un profondo credo religioso senza  trascurare comunque gli interessi del suo popolo. Popolo al quale aveva dedicato tutto se stesso.
Per raccontare la vita del Mahatma Gandhi non sarebbero sufficienti dieci libri. A noi basta ricordare che, se l'India da 60 anni è libera lo deve unicamente a quest'uomo, il quale ad un certo punto della vita - dopo l'esperienza fatta per alcuni anni in Sudafrica - comprese che l'unica strategia per liberarsi degli inglesi - era quella di portare avanti la politica della disobbedienza civile e della non-violenza. Non fu facile, certo. Considerato, oltretutto, che i governatori di Londra non andavano troppo per il sottile quando si trattava di imprigionare, torturare e reprimere le manifestazioni con le stragi di massa. Eppure Gandhi ci è riuscito, consapevole fin dall'inizio che solo in questo modo gli indiani avrebbero avuto ragione sia della Gran Bretagna sia dell'indifferenza del mondo. Se solo i palestinesi, ed i loro capi a cominciare da Arafat, avessero seguito l'esempio di Gandhi senza ricorrere all'Intifada violenta e più ancora ad azioni terroristiche, il problema già sarebbe stato risolto da tempo.  Sangue chiama sangue  infatti, e non è con i kamikaze che si può avere ragione.
ll padre dell'India era nato a Porbandar, nell'attuale Stato del Gujarat, nel 1869. A 13 anni era già sposato, a 36 faceva voto di castità. Quello di non mangiare carne l'aveva già fatto da tempo. Avvocato, ha modo di verificare che la vita degli oppressi non è quella che aveva conosciuto quando studiava giurisprudenza all'University College di Londra ed quando esercitava il pensiero alla Bhagavad-Gita. E' proprio in Sud Africa che cominciò a capire cosa fossero intolleranza, razzismo, pregiudizi, ingiustizia. Perché soprattutto gli indiani fossero maggiormente discriminati, perché questa comunità non avesse diritto al voto, perché - nonostante l'appoggio dei suoi connazionali agli inglesi nella guerra contro i boeri - Londra li trattasse sempre con indifferenza. E' allora che prese corpo la metodologia della satyagraha, la resistenza passiva alla violenza, perfezionata nel momento in cui Gandhi tornò in India.
Inglesi in Sudafrica, inglesi in India. Il nemico era sempre quello. Ci vorranno però circa trent'anni perché il sogno dell'indipendenza (15 agosto 1947) si realizzasse. Gandhi vedrà più volte la prigione, subirà vessazioni, pressioni di ogni genere, anche alcuni attentati. "Quit India, lasciate l'India", è lo slogan che corre da una parte all'altra del Paese, "Lasciate l'India". Sarà Lord Mountbatten nel 1947 a ricevere l'incarico di prepararne l'indipendenza. Incarico peraltro difficile, sia per lui che per lo stesso Mahatma che, forse in ritardo, si rese conto della eccessiva influenza della componente musulmana che, per bocca del loro leader Muhammad Ali Jannah, soffiava per spaccare il Paese in due e creare così uno Stato indipendente. Per evitare la guerra civile alla fine anche Gandhi accettò la divisione con l'India da una parte, il Pakistan dall'altra. Violenze e scontri tra le due fazioni continueranno però per lungo tempo. Un clima di odio nel quale cadrà vittima pure Gandhi, lui indu, per mano di un indu. Tanti anni dopo (4 novembre 1995) un israeliano, il premier Yitzhak Rabin, sarebbe stato ucciso per mano di un altro israeliano (il colono Ygal Amir) che non poteva ammettere una politica di riavvicinamento agli arabi. A dimostrazione che gli estremisti, di qualunque razza e religione, sono figli del fanatismo (Veronica Incagliati)